DIRITTO ALL’ACQUA E INQUINAMENTO IDRICO

DIRITTO ALL’ACQUA E INQUINAMENTO IDRICO

Il rapporto acqua-uomo non avrebbe necessità di essere premesso né spiegato poiché è lì che si incardina la vita e dallo stesso si snoda lo sviluppo delle civiltà. Eppure solo con la risoluzione del 28 luglio 2010, l’ONU riconosce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, per la prima volta nella storia, tra i diritti umani fondamentali e universali; e non è raccomandazione superflua posto che oggi la minaccia all’equilibrio igienico-sanitario, come in una beffa di corsi e ricorsi storici, evoca il ricordo delle grandi epidemie della storia.

Che la risorsa idrica sia presupposto di vita e civilizzazione ce lo raccontano le grandi civiltà fluviali che segnando il passaggio epocale dal nomadismo alla stanzialità, raccolgono due sfide: governare le piene e distribuire le risorse idriche, da cui i primi sistemi di canalizzazione delle acque, e governare l’accumulo di rifiuti e liquami da cui i primi sistemi fognari.

Fin dal neolitico, il concetto sociale di fogna e quello di acquedotto seguono un processo di maturazione, sia ingegneristica sia sociale, in parallelo al fenomeno di antropizzazione e, con l’inurbamento generato dalla rivoluzione industriale, in parallelo alla diffusione di epidemie dilaganti: la necessità di canalizzare le acque dai punti di approvvigionamento ai punti di prelievo e quella di destinare le acque nere e quelle reflue dai luoghi di produzione ai punti di raccolta, trovano nel fiume il luogo di partenza e di arrivo generando perciò una spirale infestante amplificata da una realtà di sistemi di riversamento di liquami a cielo aperto.

E come per tanti altri processi di maturazione tecnologica, anche acquedotti e fogne sembrano attraversare il medioevo senza subire mutazioni, riconsegnandosi così all’età moderna in stato di abbandono insieme con la consuetudine di gettare per strada i rifiuti organici.

Il fiume come luogo di approvvigionamento idrico e insieme condotto fognario restituisce pandemie soprattutto nei luoghi da cui la rivoluzione industriale ebbe inizio. Non è un caso infatti che il ‘grande fetore’ del 1858 arrivi dal Tamigi, come non poteva che di lì arrivare la soluzione: il primo impianto fognario in senso moderno, e cioè che si premurò di isolare le acque reflue da quelle potabili, fu opera dell’ingegnere Joseph Bazalgette che a partire dal 1852, dotò Londra di una rete fognaria sotterranea dove convogliare tutti i liquami per isolarli in condutture ermetiche e trasportarli lontano dai centri abitati, anche utilizzando pompe e luoghi di depurazione.

Il passo si direbbe compiuto: a questo punto, date le conoscenze acquisite, il processo tecnologico giunto a maturazione, la consapevolezza di quanto sia fondamentale arginare la minaccia igienico-sanitaria, ci si potrebbe legittimamente attendere che ogni cittadino ad oggi abbia disponibilità di acqua da assumere o utilizzare in piena sicurezza, oltre che la copertura di un servizio fognario.

Se non fosse che un altro Medioevo ha inghiottito il nostro Paese Mondo.

Tant’è che ad oggi, nonostante la Dichiarazione Universale dei diritti umani affermi che «L’acqua è un diritto essenziale per la vita umana» sono più di un miliardo le persone prive di una fornitura continua di acqua potabile e più di un terzo della popolazione mondiale non è raggiunta da impianti fognari adatti. Ma non è questo il luogo di trattazione delle ragioni che in barba al principio di cooperazione internazionale e di solidarietà umana ci lasciano indifferenti innanzi a tanta iniquità distributiva; non è questa la sede ma è pur tuttavia necessario raccogliere un dato: che l’allarme igienico sanitario giunge anzitutto dai Paesi meno sviluppati dove il 90% delle acque di scarico viene riversato direttamente nei fiumi provocando milioni e milioni di malati ogni anno.

E a voler girare la lente sui Paesi c.dd. ricchi dove ci si attenderebbero dati più incoraggianti, si scopre invece che l’acqua destinata al consumo umano è scarsa e l’inquinamento idrico costituisce una piaga sociale.

I dati di stima parlano di un consumo mondiale annuo pari a 4.000 miliardi di mc, cioè di circa 755 mc per abitante mondo, ma riportano anche che un americano ne consuma 2.150 mentre un nigeriano appena 45 mc: è evidente che la distribuzione è condizionata dalla prossimità delle infrastrutture (fonte WWF).

L’Italia è tra i paesi più ricchi di risorse idriche: con un consumo procapite annuo di 2.700 mc che si riduce di due terzi a causa della vetustà e del cattivo stato di manutenzione degli impianti di distribuzione idrica.

C’è poi da interrogarsi sulla qualità di quanto arriva: e cioè se accanto alla vetustà delle reti non ve ne sia una relativa ai depuratori, se essi siano in numero sufficiente e se, quantomeno in quei Paesi che si fregiano di autodefinirsi ricchi e sviluppati, non vi sia invece un aumento indiscriminato di comportamenti irresponsabili da parte del sistema produttivo e da parte dei cittadini che conferiscono all’inquinamento idrico dimensioni assai preoccupanti.

E la risposta è sì: sì che i mari, i fiumi, i laghi e le falde acquifere sono inquinati.

Sì che ad inquinarli sono gli scarichi nel mare o nei fiumi delle acque cittadine quando vi giungono senza trattamento di depurazione; come anche i fertilizzanti e i pesticidi usati nelle agricolture che penetrando nel terreno infestano le falde acquifere; come pure e soprattutto lo scarico in acqua delle sostanze del ciclo produttivo industriale contenenti una gran quantità di agenti inquinanti.

E a completare il quadro, l’inquinamento marino da idrocarburi provenienti da petroliere o piattaforme di estrazione.

E poi la plastica, che forma capitolo a sé nella stessa misura in cui forma immense isole al centro degli oceani: la plastica, ormai simbolo del nostro secolo al pari del cemento e dell’acciaio, responsabile da sola dell’80% dell’inquinamento marino; la plastica, ridotta a microelementi ormai ufficialmente residenti nella catena alimentare.

Quanto alle soluzioni, sarebbero tutte molto intuibili: integrazione e manutenzione dei sistemi fognari e dei depuratori, sistema di controllo degli scarichi industriali, divieto dei metodi di fertilizzazione e di antiparassitari velenosi a beneficio di un’agricoltura biologica e salutare per tutti, focus sui sistemi di raccolta differenziata e sulla formazione alle buone pratiche di riciclo e riutilizzo nonché alla gestione responsabile dell’acqua basata sul risparmio e sul principio di solidarietà.

Semplice come bere un bicchier d’acqua eppure nei fatti assai complicato, complici diversi fattori: non ultimo la naturale resistenza dell’uomo a modificare le proprie abitudini, ma in primo luogo la responsabilità di politiche nazionali e sovrannazionali, a partire da quelle economiche e finanziarie che alla lunga hanno prodotto disastri socio ambientali e danni alla salute pubblica, evidentemente più orientate alla produzione di ricchezza che alla tutela dell’uomo e dell’ambiente in cui vive. Alle quali politiche si tenta di rimediare in ritardo e attraverso interventi normativi frammentari e più volte rimaneggiati, che ne condizionano la effettiva applicabilità.

In Italia, la prima disciplina organica in materia risale alla legge 319/1976, c.d. Legge Merli, con la quale si risponde per la prima volta alla necessità di tutelare la risorsa idrica: si dettagliano le sostanze inquinanti, si pongono limiti al loro scarico e si prevedono sanzioni penali per gli scarichi non autorizzati. Ma la definizione di «scarico» arriva, seppur parzialmente con il d.P.R. n. 236 del 1988 che in attuazione di una tra le tante Direttive Comunitarie prodotte in materia, definisce, attraverso parametri chimici e biologici, la qualità delle acque destinate al consumo umano.

Con la l. n. 36 del 1994, c.d. legge Galli, si avvia invece un processo di riorganizzazione relativo alla gestione dei servizi attraverso la identificazione di ambiti territoriali ottimali (ATO), per la gestione unitaria ed integrata del ciclo idrico, in cui si ricomprendono captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e depurazione delle acque reflue.

Quanto al trattamento delle acque reflue urbane, il t.u. introdotto con il d.lg. n. 152 del 1999 con le successive integrazioni, si propose invece un altro obiettivo: prevenire e ridurre l’inquinamento anche attraverso una ripartizione delle competenze Stato – Enti territoriali e un sistema autorizzativo-sanzionatorio.

Interventi legislativi in gran parte confluiti da ultimo nel Testo Unico Ambientale del 2006, normativa che supera l’approccio a singoli settori tematici in favore di una trattazione complessiva più organica della materia.

C’è un aspetto poi che attiene al sistema tariffario e a quello di affidamento della gestione del servizio idrico, un tema che passa attraverso l’annosa questione pubblico-privato e che dal r.d. n. 2644 del 1884 che attribuisce all’acqua il carattere di bene pubblico, salta di normativa in normativa per approdare al Decreto Ronchi del 2009, ove si sancisce l’obbligo di mettere a gara i servizi pubblici e di abbassare la quota di capitale pubblico al 30% entro il 2015, disposizioni abolite dalla consultazione referendaria del 2011 e che di fatto lascia incertezze.

Lascia incertezze, si diceva, in merito alla determinazione delle tariffe e in merito alla organizzazione degli affidamenti; incertezze che si fondono a quelle proprie di una normativa ancora lontana dai propositi di organicità e che peraltro lascia nell’ombra la necessità di politiche di formazione e sensibilizzazione, forse le più vocate a mettere in moto quella rivoluzione culturale capace di diffondere, con la stessa forza delle epidemie, una coscienza ambientale e di arginare, con la stessa forza delle antiche dighe, l’indifferenza ecologica e sociale.

Ma soprattutto che renda chiara come l’acqua di sorgente una verità che non ha più tempo di rimanere celata: che l’inquinamento idrico non ha confini geografici e che pertanto la abrogazione delle leggi di protezione delle acque recentemente annunciata da un’America spregiudicata, raggiungerà tutti noi, insieme alle plastiche degli oceani.

Trasportato dalle correnti o da Caronte, ma ci raggiungerà.

Di MICAELA DE CICCO

 

[Immagine da Pixabay]



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