ECONOMIA CIRCOLARE: UN NUOVO MODELLO DI BUSINESS

ECONOMIA CIRCOLARE: UN NUOVO MODELLO DI BUSINESS

L’Italia acquista dall’estero e a caro prezzo le materie prime come anche l’energia per lavorarle e per smaltirle; e sempre all’estero torna a ricomprarle rigenerate con l’utilizzo di tecnologie italiane.

Nel corso degli ultimi quaranta anni, l’analisi del modello economico circolare si è molto evoluta. Temi quali l’approvvigionamento sostenibile delle materie prime, i processi produttivi e la progettazione ecologica, l’adozione di modelli di distribuzione e consumo più sostenibili, lo sviluppo dei mercati delle materie prime secondarie sono attualmente elementi chiave del concetto di economia circolare. Passare dall’attuale modello di economia lineare a quello circolare richiede un ripensamento delle strategie e dei modelli di mercato per salvaguardare la competitività dei settori industriali e il patrimonio delle risorse naturali.

Un modello di economia circolare coinvolge le abitudini dei consumatori, si pone come regolatore dei processi produttivi e manifatturieri delle grandi imprese, è in grado di creare nuovi posti di lavoro e al tempo stesso di ridurre notevolmente la domanda di materie prime vergini. Nel prossimo futuro, gli operatori dovranno concepire i propri prodotti con la consapevolezza che questi, una volta utilizzati, saranno destinati ad essere riparati e riutilizzati. Il cambiamento dovrà passare ovviamente attraverso una revisione normativa che, semplificandone l’attuazione e migliorandone la coerenza, renda strutturale la collaborazione tra tutti gli attori dell’economia circolare: Pubbliche Amministrazioni, imprese, istituti di ricerca scientifica e tecnologica.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, entrambi adottati nel 2015, rappresentano due fondamentali contributi per guidare la transizione verso un modello di sviluppo economico che abbia come obiettivo non solo redditività e profitto, ma anche progresso sociale e salvaguardia dell’ambiente. In questo contesto, un aspetto cruciale è quello della più razionale e sostenibile gestione delle risorse naturali, dell’aumento di domanda di materie prime e dell’aumento delle diseguaglianze anche nelle nazioni meno ricche.

A monte, si tratta di gestire le risorse in modo più efficiente, ovvero aumentandone la produttività nei processi di produzione e consumo, riducendo gli sprechi, mantenendo il più possibile il valore dei prodotti e dei materiali. A valle, occorre evitare che tutto ciò che ancora intrinsecamente possiede una qualche utilità non venga smaltito in discarica ma sia recuperato e reintrodotto nel sistema economico. Questi due aspetti costituiscono l’essenza dell’economia circolare che mira, attraverso l’innovazione tecnologica e una migliore gestione, a rendere le attività economiche più efficienti e meno impattanti per l’ambiente.

L’Italia ha un consumo materiale domestico (DMC) pari a circa 10 ton pro capite, tra i più bassi dei Paesi G7 e in ambito EU28. Il trend di riduzione negli ultimi anni è stato molto forte, così come anche le importazioni nette di risorse che sono scese dalle circa 225 milioni di ton nel 2005 alle 155 nel 2015 (OCSE, Green Growth Indicators). Ciò è dovuto in parte alla congiuntura economica negativa internazionale ma anche alla sostanziale crescita nell’efficienza nell’uso delle risorse. Per quanto riguarda il settore rifiuti, a fronte del dato aggregato che rimane costante negli ultimi cinque anni, cresce la frazione idonea a processi di riciclo. In crescita anche i volumi delle materie prime seconde generate a partire dalla raccolta differenziata.

L’Italia, Paese povero di materie prime, ma tecnologicamente avanzato per la salvaguardia delle risorse naturali e da sempre abituato a competere grazie ad innovazione e sostenibilità, deve necessariamente muoversi in una visione europea di transizione verso un’economia circolare facendosi promotrice di iniziative concrete che sappiano superare le resistenze ad una realizzazione e ad una accettazione più ampie.

Nella specie, sensibilizzare, formare ed informare le imprese verso una consapevolezza e conoscenza tali da renderle capaci di mettere in pratica le soluzioni dell’economia circolare; investire nelle misure di miglioramento dell’efficienza e nei modelli imprenditoriali innovativi, ad oggi percepiti come rischiosi e complessi; intervenire sui costi dell’uso di risorse ed energia.

Queste misure, come anche una migliore progettazione ecocompatibile e la prevenzione e il riutilizzo dei rifiuti, possono generare in tutta l’UE risparmi netti per le imprese fino a 604 miliardi di euro, ovvero l’8 % del fatturato annuo, riducendo al tempo stesso le emissioni totali annue di gas a effetto serra del 2-4 %. In generale, attuare misure aggiuntive per aumentare la produttività delle risorse del 30 % entro il 2030 potrebbe far salire il PIL quasi dell’1 % e creare oltre 2 milioni di posti di lavoro rispetto allo scenario economico abituale.

È necessario invertire la rotta: creare fondi di investimento dedicati al finanziamento per l’acquisto dei sistemi di riciclo interno dei materiali di scarto dei processi produttivi, che finanzino il progetto e non il soggetto, superando gli schemi del merito creditizio; creare incentivi a sostengano di tutte le imprese che avviano processi virtuosi di riciclo e riutilizzo; emanare leggi che autorizzino la trasformazione della materia di scarto in prodotto di riutilizzo sottraendolo dalla classificazione di rifiuto ed includendolo invece nella categoria di sottoprodotto.

L’introduzione di queste misure rilancerebbe fortemente l’economia industriale del paese portando le nostre aziende al pari di quelle degli altri paesi che già da decenni vedono nel riutilizzo degli scarti di produzione una opportunità e non un mero costo produttivo.
Di ANTONIO DE TATA e MICAELA DE CICCO



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