Equità sociale e formazione

Equità sociale e formazione

Coord. Alessia Fachechi
Sezioni di studio:
– Modelli economici (resp. Luca Di Fazio)
– Inclusione finanziaria (resp. Alessia Fachechi)
– Pari opportunità (resp. Rosita Pepe e Libera Cesino)
– Formazione e istruzione (resp. Maria Luisa Iavarone)

 

Dare voce alle istanze di equità sociale, nella direzione di consentire la valorizzazione delle capacità del singolo nell’interesse anche della collettività, vuol dire intervenire sul piano delle relazioni umane, sì come contribuire alla ridefinizione del piano economico di redistribuzione delle risorse.

Il quadro eterogeneo degli strumenti di realizzazione dell’obiettivo impone uno studio ripartito per ambiti di interesse. L’impegno del Dipartimento sarà diretto

a) alla rivisitazione delle politiche economiche nelle linee evolutive che dall’impianto keynesiano hanno condotto a tendenze liberaliste e globalizzate, secondo un approccio mirato a rivalutarne le utilità in relazione a piani strategici di sviluppo o contrazione.

Il mercato è «luogo non naturale, ma almeno per parte artificiale», «ordine costruito», «fatto con l’arte del legiferare» e «non trovato nell’originaria natura degli uomini». Il carattere della spontaneità, negato al mercato da taluno e rivendicato dagli economisti, deve essere ricondotto al contenuto degli scambi e non al quadro entro il quale si svolgono, che «non può essere lasciato ai mutevoli capricci e arbítri degli interessati, ma esige di essere regolato con chiarezza e precisione». Il mercato è momento di conciliazione di interessi, in nome di valori prospettati dalla Carta costituzionale (utilità sociale, sicurezza, libertà e dignità umana) e non può credersi mero luogo di scambio, produzione e lavoro.

In coerenza con l’impianto valoriale predisposto dalla carta costituzionale, solidarismo e personalismo devono penetrare le relazioni di mercato e il compito di moralizzarne le dinamiche non può che essere affidato al «buon diritto», garante esterno, non rivolto al servizio delle ragioni economiche ma ad impedire la mercantilizzazione della società e l’identificazione dei diritti umani con quelli economici.

L’equità sociale, come valore guida di una nuova politica economica, impone insomma l’asservimento dell’economia alla soddisfazione di superiori interessi non patrimoniali, a garanzia di un’esistenza libera e dignitosa per tutti.

È certo che il mercato lasci condizionare in maniera significativa la propria fisionomia dal mutamento del contesto culturale e normativo nel quale si inserisce. L’evoluzione della prassi mercantile e dei modelli sociali, l’internalizzazione dei sistemi di produzione e l’ampia diffusione delle innovazioni tecnologiche conducono alla emersione di modelli negoziali funzionalmente e, dunque, strutturalmente nuovi. Per questo, occorre elaborare un nuovo approccio alle emergenti problematiche in tema di ambiente, del commercio transnazionale, del lavoro e connesse al fenomeno dell’immigrazione.

b) alla verifica della fattibilità di modelli alternativi di inclusione finanziaria.

Per far fronte ai problemi sollevati dalla crisi del welfare pubblico e dall’assenza di un mercato sano, d’ostacolo a un’equa ripartizione delle risorse, una soluzione può essere indirizzare la ricchezza verso le attività dell’economia reale che soddisfano fondamentali bisogni della collettività, nella direzione della massima inclusione sociale e finanziaria.

Sollecitando le motivazioni etiche dell’agire economico e promuovendo le attività basate sui codici etici è possibile valorizzare il ruolo del singolo come strumento di trasformazione sociale. L’iniziativa economica solidaristica consente di sviluppare nuove forme di investimento idonee a collocare risorse finanziarie in progetti e imprese che generano inclusione sociale accanto a un rendimento economico per l’investitore.

In concreto, serve investigare le potenzialità degli strumenti di fin-tech (social impact bond, p2p lending, crowdfunding, quant-fund, etc.) – se del caso attingendo dall’esperienza straniera –, per verificarne non soltanto il potenziale innesto nell’economia domestica (in relazione alle peculiarità sociali e valoriali), ma anche l’opportunità di una specifica regolazione.

In ogni caso, il dibattito sul finanziamento delle attività e dei servizi d’interesse generale non deve trascurare che sono le persone, con le proprie aspirazioni, capacità e creatività, a dare forma ai progetti e a condurli a compimento. Con fondi insufficienti la giustizia sociale è irrealizzabile, ma sarebbe altrettanto illusorio credere di poter prescindere dall’elemento personalistico nel perseguimento di scopi condivisi.

Da ultimo, la riforma del Terzo settore alimenta l’ambizione di poter operare la transizione da un modello di welfare redistributivo a un modello generativo, che superi la dicotomia pubblico-privato, Stato-mercato, aggiungendovi la dimensione civile, grazie al coinvolgimento del privato nel processo di pianificazione e finanziamento dei servizi di utilità sociale.

c) all’elaborazione di modelli di garanzia delle pari opportunità.

Il riconoscimento della centralità della persona come valore e dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge da parte della Carta costituzionale trova peculiare declinazione nell’art. 37 cost., che espressamente assicura alla «donna lavoratrice […] gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». Il curioso fatto che l’Assemblea costituente abbia avvertito la necessità di introdurre una tale disposizione di dettaglio trova ragione in un contesto culturale non ‘a misura di donna’. Eppure, ancora oggi, a parità di merito, le donne continuano a percepire una retribuzione inferiore e hanno meno opportunità nel raggiungere ruoli apicali.

Innumerevoli sono stati i passi mossi nella direzione della parità di trattamento, a partire dalle prime leggi del 1947 che hanno contribuito a modificare il ruolo della donna nella famiglia e nella società, cancellando il delitto di onore ed il matrimonio riparatore del 1981, fino alla legge sullo stalking, per giungere al recente Codice delle pari opportunità tra uomo e donna. Ma il lavoro non può dirsi ancora compiuto. Allo stato, l’Italia copre il 50esimo posto nel gender gap mondiale, il 117esimo nella classifica sulla partecipazione economica e alle opportunità, e il 56esimo nella parità nel campo dell’istruzione. Servono interventi diretti, in grado di livellare le posizioni del cittadino e garantire la redistribuzione di opportunità di crescita e realizzazione, senza discriminazioni di genere.

In questa direzione, assume un ruolo decisivo anche la lotta contro la violenza di genere. La disuguaglianza biologica fra i sessi ha posto la donna, per lungo tempo, in posizione subalterna anche in ambito familiare e si traduce ancora in frequenti fenomeni di violenza, minaccia, coercizione o privazione della libertà, sia nella vita pubblica sia in quella privata, che provocano e sono suscettibili di provocare danni e sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica ed economica. Si parla spesso di femminicidio, ma il dato rivela una vera e propria mattanza. Il fenomeno attecchisce facilmente soprattutto nel contesto delle relazioni sentimentali. Stalking, mobbing, violenza privata sono soltanto alcune delle più diffuse manifestazioni di questo tipo di disagio.

Garantire pari opportunità è possibile soltanto mettendo in moto una rete di protezione del tessuto sociale per una protezione primaria. Al fine di prevenire il disagio ed evitarne gli effetti occorre promuovere il rispetto, per se stessi, per chi è diverso, per gli altri. Soltanto in questo modo è possibile riscoprire la via del benessere, riappropriarsi del diritto all’errore e convincersi del fatto che nella vita non esistono fallimenti, ma solo modi diversi di imparare da ciò che succede.

d) alla definizione di modelli educativi adeguati alle nuove abitudini relazionali, per garantire ai minori maggiore consapevolezza nella loro relazione con la conoscenza e con gli altri.

I connotati socio-affettivi, cognitivi, emotivi e motivazionali dei giovani sono fortemente incisi dall’uso delle tecnologie, che interferisce con le scelte delle tecniche relazionali e crea modelli comunicazionali nuovi.

La crescita dei nati a partire dal 2000 è caratterizzata dall’uso continuo e non sempre responsabile di mobile technology (tablet, telefoni, etc.). L’avvento di internet ha causato profondi cambiamenti sociali e culturali, consentendo un accesso alla conoscenza più diretto e immediato. I c.dd. web-nativi, però, non hanno mai conosciuto un sistema di comunicazione diverso, il sistema di comunicazione ‘tradizionale’.

L’accertata propensione a sviluppare una dipendenza tecnologica, con conseguente riduzione della socialità effettiva, dovrebbe indurre a rivedere i meccanismi educativi, a partire dal contesto familiare. Un controllo sui tempi di esposizione dei bambini a schermi televisivi, computer, tablet e smartphone potrebbe essere d’aiuto, per evitare ciò che pure spesso accade, ossia che, a fronte di una iper-competenza sul piano tecnologico, si riscontri una visibile in-competenza sul piano del legame emotivo e di relazione. Gli educatori sono chiamati a un atto di maggiore responsabilità.

Diversamente il rischio è quello di legittimare un mondo di ‘iperconnessi-scollegati’, nel quale i giovani (e non soltanto), inconsapevoli delle reali conseguenze del proprio comportamento online ed erroneamente convinti che l’agire telematico esaurisca gli effetti nel mondo virtuale, sono continuamente esposti, tra gli altri, ai pericoli di sexting e cyberbulling.

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