LA PAURA DI CRESCERE

LA PAURA DI CRESCERE

Dove vige l’ignoranza alberga la guerra

Quando ci si inizia a interrogare sul mondo e sulla società che ci circonda, il primo riflesso è voltarsi indietro, guardare il percorso compiuto e gli esempi a cui ci siamo ispirati. Il livello culturale e conoscitivo del nostro Paese è crollato come mai negli ultimi anni, e il risultato sono giovani che non hanno alcun termine di paragone per crescere. Dove vige l’ignoranza l’uomo smette di sognare: non per miseria ma per inconsapevolezza delle straordinarie possibilità che la vita gli potrebbe riservare. Dove vige l’ignoranza alberga la guerra: non per i silenzi, ma per le parole sbagliate. Dove vige l’ignoranza regna la paura: non per debolezza, ma perché ci si è arresi.

Chi Vi scrive è marito, da poco padre e si avvicina alla quarantina: l’età in cui si comincia forse a porgersi qualche maggiore interrogativo critico sul mondo e sulla società che ci circonda.

Alla mia nascita, e sono un secondogenito, i miei genitori erano trentenni: entrambi genitori lavoratori degli anni ’80, se guardassimo un ritratto della loro vita di allora avremmo in ritorno un forte legame familiare di origine quale sfondo, un’immensa ambizione vestita di speranza quale cornice e l’applicazione consapevole a far da colori. Sono cresciuto ascoltando e respirando i loro buoni propositi, i loro progetti, la loro voglia di costruire oggi per saggiarne domani, il loro perseverante desiderio di aspettarsi il meglio dal domani per godersi anche l’oggi. Non hanno certamente ottenuto tutto quel che auspicavano ma sono testimone abbiano raggiunto le mete che consideravano vere vittorie.

Quando ci si inizia a interrogare sul mondo e sulla società che ci circonda, il primo riflesso è voltarsi indietro, guardare il percorso compiuto e gli esempi a cui ci siamo ispirati: spesso per cercare semplice conforto, fortunatamente a volte anche per trovare delle chiavi di volta con anni di distacco, comprendendo oggi alcuni gesti di allora; anche quando si tratta di secoli fa. Con questo spirito, colto da un malcelato malessere, mi è comparsa una chimera dalle fattezze reali, un’idea lontana e inaccettabile che tuttavia piano piano ha preso piede, spazio, testa: oggi donne e uomini, indistintamente, vivono con la costante paura di crescere.

Si rigetta la responsabilità, si confonde la libertà con l’assenza di regole, si relativizzano valori e principi secondo usi e consumi del momento, senza cura di quel che una simile condotta comporterà per noi, per chi vive con noi e per chi ci seguirà. Siamo tutti molto più individualisti, forse semplicemente egoisti, siamo tutti sempre più furbi degli altri, costantemente più sfortunati del vicino e meno premiati del collega, sempre pronti a recriminare un’ingiustizia mentre si rimane paciosamente ciechi e sordi ad ogni mancato bagliore di umanità.

Chi Vi scrive si interroga, e si interroga sulle ragioni che legge e ascolta ogni giorno in artata risposta al decadimento umano e civile cui tutti assistiamo: chi Vi scrive ascolta e legge di un mondo in crisi, di un lavoro ormai instabile nel tempo, di donne che non sono più quelle di una volta e di uomini che invece lo sono ancora troppo. C’è chi le chiama ragioni, io le definisco scuse. E mi volto al passato.

Quella giovane coppia di trentenni, negli anni ’80, aveva con assoluta certezza meno occasioni di quante me ne siano state date, meno agi e comodità, meno sicurezza; parimenti, nessun confronto sarebbe possibile in ordine all’entusiasmo che li animava, alla speranza di vedere i propri sogni realizzati, alla consapevolezza che la vita reale è fatta di quotidiani sacrifici volti ad un’annata di successi, e non come oggi di immediati successi per una vita in rincorsa. Ritornando ancor più indietro e ripensando ai nostri nonni mi verrebbe da dire che molti di noi non hanno mai conosciuto il vero sacrificio, la privazione, e se questo è un merito evidente di chi ci ha formati ed educati, è al pari una nostra enorme responsabilità: chi non conosce la necessità rischia di vedere il benessere quale condizione ordinaria e dovuta, e questo siamo diventati noi. Ma perché? Per il lavoro precario? Per Internet? Perché ci sono più divorzi o meno nascite? Perché si studia meno e peggio? Perché?

Non cercando scuse, ma ragioni, chi Vi scrive ritiene tutti quelli enunciati degli effetti, effetti di un’unica causa: l’ignoranza. L’ignoranza di non conoscere, fino a non volerla più conoscere, la realtà diversa; l’ignoranza nell’avere sempre ragione; l’ignoranza di una superiorità dettata da status quo durevoli il tempo di una luna; l’ignoranza nel rivendicare la propria ignoranza.

Oggi chi ha la mia età pensa di averne la metà, pensa di poter continuare a vivere da ventenne per un ventennio; come vivrà del resto da quarantenne per altri vent’anni, rifuggendo quel vecchio sessantenne che gli sta stretto già da ora. Una rivendicazione peterpaniana che passa dal vestiario che non si distingue più, dalle passioni che si miscelano e contaminano oltremodo, dai valori fatti propri e rinnegati all’occorrenza. Ma perché, continua a chiedersi il figlio di quella coppia di trentenni? Perché questo rifiuto al tempo che passa, passato da cruccio ancestrale a patologia combattuta? Perché abbiamo perso i modelli, e li abbiamo persi perché siamo diventati ignoranti.

Qualche fortunato ancora si destreggia tra i buoni esempi ricevuti, ma è innegabile come oggi la fragilità della Famiglia e il mancato riconoscimento dell’istituzione Scuola abbiano minato irrimediabilmente la nostra coscienza collettiva: i miei genitori, come i Vostri, hanno costruito la loro vita sulla base non solo del proprio vissuto, ma su quanto gli avevano raccontato. La Storia, la Letteratura e l’Arte in genere hanno questo straordinario potere e dovere: raccontarci come era prima per capire come potrà essere, darci la possibilità di conoscere per addivenire alla scoperta, evidenziare l’episodio straordinario per farci credere poterne ancora oggi essere noi i protagonisti; sapere cosa esiste per potersi dedicare al futuro.

Il livello culturale e conoscitivo del nostro Paese è crollato come mai negli ultimi anni, e il risultato sono donne e uomini che non hanno alcun termine di paragone per crescere: nati nell’agio non lo cercano più, perché è dovuto, con la conseguenza che o lo rigetteranno o lo renderanno colpevole delle loro disgrazie, quando e se improvvisamente scomparirà. Non ricorderanno le peripezie dei Malavoglia, lo struggersi di Leopardi, la fantasia vendicativa di Dante, il desiderio di libertà di Fontana, l’asprezza di Boccaccio, l’impazienza di Svevo… non sapranno che, per arrivare alla meta, il percorso è volutamente accidentato perché ogni ostacolo affrontato corrisponde ad una miglioria cercata.

Dove vige l’ignoranza l’uomo smette di sognare: non per miseria ma per inconsapevolezza delle straordinarie possibilità che la vita gli potrebbe riservare. Dove vige l’ignoranza alberga la guerra: non per i silenzi, ma per le parole sbagliate. Dove vige l’ignoranza regna la paura: non per debolezza, ma perché ci si è arresi.

Chi Vi scrive è forse sì un po’ abbattuto, ma ci crede. Ci crede tanto da presiedere un Dipartimento intitolato all’Arte e alla Cultura; il Dipartimento di un Movimento che del Merito e dell’Equità ha fatto i suoi primi baluardi. Sì, io credo che la conoscenza, l’Amore e il saper riconoscere la bellezza, il desiderio di applicarsi infinite volte per ogni piccola sfumatura acquisita, il coraggio di mettersi in gioco e in relazione a ciò che è venuto prima di noi… ecco, credo che questa sia la vera ricchezza, quella ricchezza che manca e che dobbiamo ritrovare per sconfiggere l’arroganza dell’ignoranza.

Chi come me ci crede, sappia che esiste una valida ragione, un luogo e un tempo per adoperarsi, e sappia che noi lo stiamo già aspettando.

Di NICOLA DIEGO ADILE VACCA

 

[Immagine da Pixabay]

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