LA PREDITTIVITÀ NELLA RILEVAZIONE DEI FABBISOGNI DI SALUTE QUALE STRUMENTO DI PROGRAMMAZIONE SANITARIA

LA PREDITTIVITÀ NELLA RILEVAZIONE DEI FABBISOGNI DI SALUTE QUALE STRUMENTO DI PROGRAMMAZIONE SANITARIA

L’autonomia differenziata auspicata dalle Regioni, alla luce delle forti diseguaglianze territoriali e in un contesto di risorse limitate, richiede che il Governo sia in grado di fornire degli strumenti uniformi di rilevazione del fabbisogno sanitario che permettano a tutti i cittadini di fruire dei medesimi servizi perché ‘si appartiene’ a uno Stato il cui dovere è quello di tenere in piedi «l’unità» e l’equa distribuzione delle risorse.

In questi anni il Servizio Sanitario Nazionale, pur avendo garantito un sostanziale universalismo, sembra avere tradito alcune aspettative, prima fra tutte quella della eliminazione della disparità geografica.

Il divario Nord/Sud rimane evidente e in larga misura immutato in termini di servizi offerti per quantità e qualità di speranza di vita, di accesso alle cure e di liste di attesa. Ne è ulteriore testimone l’ormai insostenibile peso della migrazione sanitaria, che affligge una consistente porzione dei nostri concittadini che risiedono al Centro-Sud.

L’auspicato decentramento in materia sanitaria ed il mancato compimento del federalismo hanno avuto un riflesso grave sul sistema, rappresentato da una chiara e netta frammentazione della programmazione sanitaria e dei centri di spesa, che sta mettendo a rischio la salute dei cittadini, privandoli in molti casi della garanzia costituzionale della tutela del diritto alla salute.

Lasciando inalterato il ruolo regionale in materia sanitaria, è evidente che il ruolo svolto dal Governo centrale in materia di piani di rientro, di verifica dell’andamento dei commissariamenti e nella puntuale applicazione dei Patti per la salute in maniera tale da garantire l’uniformità delle azioni da porre in essere, necessita di una rivisitazione complessiva volta a garantire e a verificare l’applicazione del diritto alla salute costituzionalmente previsto.

Peraltro, non si possono ignorare i nuovi e importanti flussi migratori che influenzano l’Italia, che per la sua posizione sia geografica che etica non può esimersi dall’assumere importanti responsabilità in materia di diritto alla salute e di accesso alle prestazioni sanitarie delle popolazioni migranti.

È per questo che la classe politica, con l’aiuto delle istituzioni deve porsi nelle condizioni di adeguamento ai nuovi bisogni sociosanitari ricontestualizzando l’art. 32 cost. sulla base delle nuove necessità.

Nel prossimo futuro il Servizio Sanitario dovrà affrontare sfide importanti in termini di accesso all’innovazione tecnologica, organizzativa e di gestione della cronicità ed è pertanto fondamentale un ripensamento delle modalità di programmazione delle politiche sanitarie e di distribuzione delle risorse, secondo metodologie basate sul valore, sull’equità e sull’appropriatezza.

Il riparto della quota indistinta del Fondo Sanitario Nazionale dal 2013 avviene, per quanto gradualmente, sulla base dei costi e fabbisogni standard, i quali costituiscono il riferimento cui rapportare, gradualmente il finanziamento integrale della spesa sanitaria. È innegabile che il totale delle risorse dedicate ai livelli essenziali di assistenza sanitaria riflettono una scelta politica e di programmazione economica che deve risultare coerente con il quadro macroeconomico complessivo del Paese e con gli impegni assunti in sede comunitaria.

Un sistema di valutazione di questo tipo presuppone che i prodotti e le prestazioni, per essere confrontabili nei costi di produzione, siano omogenei in tutte le loro caratteristiche, mentre in sanità i servizi e le prestazioni vengono erogati secondo caratteristiche e modalità differenziate nelle varie regioni. Fermo restando che le regioni godono di piena autonomia circa la scelta del modello organizzativo di cui dotarsi, l’offerta dei servizi sanitari e il loro utilizzo da parte di una popolazione dipendono anche dalla caratteristica propria della popolazione considerata.

Al fine di permettere una equa distribuzione dei servizi sanitari territoriali ed un accesso che garantisca il medesimo livello di fruibilità delle cure a tutti i cittadini, si rende non più procrastinabile procedere ad azioni volte al monitoraggio della spesa basato su una logica di processo, orientata alla patologia, nonché sulle principali malattie ad alto impatto e sulla misura del valore.

Il programma di governo in materia di salute non può essere più una mera elencazione di spot elettorali che quietano l’opinione pubblica con obiettivi di largo consenso.

I più grandi problemi della sanità riconducibili a parole chiave come sostenibilità, sfiducia sociale, inadeguatezza, limitatezza, ecc., nascono da quello che non si è fatto piuttosto che da quello che si è fatto. Sono il risultato di grandi omissioni e invarianze del sistema che la politica, non mette mai in discussione.

Solo una visione complessiva del costo delle malattie, oltre che dei fattori produttivi, mettendo al centro le esigenze del paziente, potrà impedire tagli lineari impattanti per il livello di qualità e quantità delle cure. Una visione complessiva ed uniforme della portata economica delle malattie improntata alla territorialità può permettere, inoltre, una valutazione dell’impatto dei cambiamenti tecnologici (ad esempio per effetto dell’introduzione di un nuovo farmaco, dispositivo medico o strumento diagnostico).

Il progressivo invecchiamento della popolazione richiede un nuovo sforzo assistenziale. La nostra popolazione è la più anziana d’Europa, con il 22% degli over 65, e il 7% di over 80, e nel 2050 arriverà a toccare la quota di 63,5 milioni di persone (più 4,6%) con un’età media stimata dagli attuali 44,7 agli oltre 50 anni nel 2065. Si aggrava il peso delle malattie croniche, che assorbono ormai il 70-80 per cento del budget dei sistemi sanitari, mentre le principali cause di morte sono le malattie del sistema circolatorio (quasi il 37%) e i tumori (quasi il 30%).

L’attuale sistema evidenzia contraddizioni e disomogeneità geografiche tali da rendere non più rinviabile una riorganizzazione tale da assicurare un diverso raccordo tra i vari setting assistenziali (fra Ospedale – Territorio e fra Ospedali) e una revisione dei sistemi informativi tale da ‘abilitare’ il trasferimento dei dati e delle immagini e da favorire un adeguato monitoraggio degli esiti e dei costi delle cure (sistema di reporting).

I sistemi di interconnessione informativa disponibili grazie alla piattaforma NSIS del Ministero della Salute, rendono già possibile una mappatura precisa dei flussi, declinati per tipologia di prestazione, che consente di individuare le situazioni di specifica carenza dell’offerta e di riprogrammare e rimodulare i servizi territoriali ed ospedalieri agevolando, altresì, la redazione di un piano di contrasto della mobilità passiva di tutte quelle prestazioni che, per la loro complessità, non necessitano di forti specializzazioni. È solo sulla base dell’analisi dei dati, tutti perfettamente rilevabili dai flussi informativi disponibili a livello nazionale nella Banca Dati NSiS ed ulteriormente implementabili senza investimenti insostenibili , che sarà possibile sviluppare un’attività programmatoria di bilanciamento di priorità e di pianificazione degli investimenti, adattando le reti di offerta sulla base dei parametri di eterogeneità rilevati sul territorio, rispondendo ai bisogni del singolo paziente sia in termini di prevenzione sia di cura delle condizioni croniche.

L’obiettivo deve essere quello di costruire un modello predittivo su scala nazionale del fabbisogno di salute della popolazione italiana, per poter lavorare e programmare su scenari a medio e lungo termine in base alle informazioni disponibili, come l’epidemiologia della popolazione, i principali trend evolutivi in atto, quindi quelli demografici, sociali, tecnologici ed economici, in modo da consegnare uno strumento innovativo al decisore politico, a supporto della pianificazione strategica, della programmazione sanitaria e della distribuzione delle risorse secondo le esigenze di salute della popolazione con conseguente ricaduta positiva in ambito sociale ed economico.

La frammentazione e la eterogeneità dei sistemi informativi aziendali e regionali costituisce, oggi, uno degli ostacoli principali allo sviluppo di una Anagrafe Sanitaria Unica che permetta di identificare la popolazione di riferimento in base al bisogno di salute (profilo sociopersonale attuale e profilo bioanalitico futuro), segmentare la popolazione in base alla gravità della condizione (attuale e futura) e valutare i modelli di presa in carico ottimizzando i percorsi personalizzati (PDTA). La carenza di competenze gestionali specifiche all’interno delle strutture sanitarie, avvertita soprattutto in quelle meridionali nelle quali l’investimento in risorse umane e competenze non appare quale obiettivo fondamentale e prioritario del middle management, accenta il divario con le regioni cosiddette ‘virtuose’.

Appare pertanto fondamentale ripartire da un riequilibrio del riparto del Fondo Sanitario Nazionale, non basato sui bisogni teorici desumibili solo dalla struttura demografica delle Regioni, ma sui reali bisogni di salute, così come è urgente un recupero di qualità gestionale e operativa del sistema, purtroppo deficitarie nelle regioni meridionali ancora collassate e soffocate dai Piani di Rientro.

L’autonomia differenziata auspicata dalle Regioni obbliga necessariamente che il Governo debba essere in grado di dare delle linee guida uniformi perché ‘si appartiene’ a uno Stato il cui dovere è quello di tenere in piedi l’unità.

Ovviamente, a maggiori autonomie dovranno corrispondere maggiori controlli perché alla maggiore libertà deve corrispondere anche maggiore possibilità di sanzione se quella libertà è usata a danno dei cittadini.
Di ANTONELLA ORIUNNO

 

[Immagine da Pixabay]

 



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