LA RIFORMA COSTITUZIONALE DEL TITOLO V: SANITA’ E RILANCIO DEL SUD

LA RIFORMA COSTITUZIONALE DEL TITOLO V: SANITA’ E RILANCIO DEL SUD

La Riforma del Titolo V della Costituzione vede tra i suoi limiti maggiori sicuramente il decentramento dei poteri legislativi oltre che il federalismo fiscale. L’emblema di tali limiti è sicuramente il Settore Sanità e la spesa sanitaria che, sottratta al controllo di un unico soggetto centrale (Lo Stato) raddoppia in pochi anni, creando la netta distinzione tra regioni virtuose e meno virtuose, tra Nord e Sud Italia. Oggi è necessario più che mai rilanciare il Sud mediante una strategia politica economica di espansione capace di far ripartire la produzione e la ridistribuzione della ricchezza in maniera più equa.

La riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001, rappresenta il terzo atto di un percorso federalista già avviato nel 1997 con la c.d. ‘Riforma Bassanini’ che costituisce, nella storia del Paese, il primo passo verso il decentramento dei poteri.

Approvata con una maggioranza ristretta e frettolosa, si palesa da subito quale risultato di uno scontro politico tra la volontà di allontanare lo spettro della secessione e quella contraria di voler aprire la strada all’autonomia fiscale.

Tra i limiti più rilevanti della Riforma, sicuramente il «decentramento dei poteri legislativi» che ha generato difformità di produzioni normative nelle diverse Regioni oltre che un federalismo contabile, per cui ogni Regione ha approvato proprie leggi di bilancio, impedendo in tal modo la formulazione di linee comuni e favorendo l’aumento della spesa; situazione questa, resa ancor più confusa dalla cosiddetta potestà legislativa concorrente, che, anche a seguito della Riforma, non ha cambiato la propria struttura, restando basata sull’equivoca distinzione tra norma di principio (spettante allo Stato) e norma di dettaglio (spettante alle regioni) dando vita così al contenzioso costituzionale più lungo e duraturo della Storia Repubblicana (ben oltre 15 anni).

Nel 2001, con la Riforma, viene ribaltato il criterio di riparto delle competenze legislative che ad oggi risulta il seguente:
– vi è un elenco tassativo per lo Stato di materie di sua esclusiva competenza;
– vi sono materie in cui Stato e Regioni esercitano insieme la competenza concorrente;
– le materie non esclusive dello Stato e né concorrente tra Stato e Regione sono di potestà residuale regionale;
– scompare il controllo preventivo.

La recente riforma costituzionale ha abrogato gli artt. 125 e 130 cost. che disciplinavano i controlli esterni sulle regioni e sugli enti locali; trattatavasi di controlli sugli atti amministrativi di questi enti, che precedevano la loro esecuzione e potevano impedirla, ove vi fossero state riscontrate illegittimità, con l’annullamento. Gli stessi erano, secondo una logica più rispondente a impostazioni di tipo gerarchico, intestati ad un «organo dello Stato» per il controllo sugli atti regionali, e ad un «organo della regione» per il controllo nei confronti degli enti locali. Gli organi avevano una configurazione collegiale, consentendo così la partecipazione ad essi di componenti di diversa estrazione e professionalità e non meri rappresentanti dell’Ente sovraordinato.

All’abrogazione delle norme che prevedevano i controlli descritti non è seguita la previsione di altri controlli di tipo diverso.

Ai tanti limiti suindicati si aggiungano poi le inefficienze, gli sprechi e i fenomeni corruttivi che, di fatto, sono essenzialmente migrati dal livello centrale al livello regionale.

Nell’ottica descritta il settore sanità ne è l’emblema. La riforma del Titolo V avrebbe dovuto costituire una opportunità per le singole Regioni di gestire la spesa e gli investimenti in sanità e di amministrare al meglio le risorse erogate dallo Stato secondo le singole necessità.

Nei fatti, la spesa sanitaria sottratta al controllo di un unico soggetto centrale risulta invece raddoppiata nell’arco di circa un decennio. Inoltre la moltiplicazione dei centri di spesa ha favorito la diffusione di fenomeni corruttivi. Il quadro che ne risulta vede un netto divario tra Regioni virtuose, già tali e che tali continuano ad essere, e Regioni meno virtuose con spese fuori controllo e superamento dei budget previsti e approvati, finite dunque con l’essere commissariate nel giro di pochi anni.

Le conseguenze: gli inevitabili piani di rientro con le intuibili gravi ripercussioni sulla salute dei cittadini, ostaggio della riduzione dell’erogazione dei servizi con compromissione della qualità degli stessi.

È evidente che questa disparità di trattamento mina due principi fondamentali della Costituzione: quello che garantisce a tutti i cittadini l’accesso alle migliori cure e il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Carta costituzionale.

Eppure ciò non ha fermato la corsa di Regioni, quali Lombardia e Veneto che, con il referendum del 2017, hanno chiesto ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, tradendo di fatto le promesse di ripresa e di rilancio di un Mezzogiorno che invece ne uscirebbe sconfitto.

La politica per il Sud è complessa e richiede un intervento a tutto campo. ll rilancio del Mezzogiorno richiede una politica economica espansiva e capace di far ripartire la produzione e generare quel processo di ridistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni.

Sarebbe necessario ripristinare un criterio di equità (intesa come equità distributiva) nella ripartizione sia della spesa corrente (spesa pubblica) che degli investimenti in conto capitale (incentivazioni per le aziende), o il rischio è che, qualsiasi intervento volto alla coesione territoriale, sia esso nazionale o di programmazione europea, non ottenga l’effetto di ridurre il divario economico, sociale e occupazionale che caratterizza il nostro Paese.

In tema di risorse per la coesione appare importante accelerare il processo ed il buon utilizzo dei c.dd. Fondi SIE (Fondi Strutturali e di Investimento Europei), rispetto ai quali scontiamo ancora troppo ritardo nella spesa e in alcuni casi nella stessa fase progettuale. Come ha rilevato la Corte dei Conti Europea, in Italia la selezione dei progetti da finanziare con risorse comunitarie si concentra troppo sulla performance di spesa e poco sui risultati che questi progetti producono in termini di maggiore e migliore occupazione, di inclusione sociale e di sviluppo economico.

Il divario accumulato dal Mezzogiorno rende indispensabile una strategia di sviluppo complessiva, a partire innanzitutto da una rinnovata politica industriale che affronti il problema della de-industrializzazione di ampie porzioni del Sud Italia. Le misure in essere per quanto abbiano favorito un primo avvio di ripresa delle imprese rimaste non sono ancora sufficienti. Occorre affinare e rafforzare gli strumenti esistenti, individuarne degli altri al fine di attrarre maggiormente o stimolare più intensamente la nascita di nuove imprese e di reti di imprese, o favorirne la crescita dimensionale. Bisognerebbe stimolare e premere l’acceleratore sui processi e sui prodotti, garantendo al contempo, la tutela dell’ambiente, del diritto a salute e sicurezza.

Da ultimo, ma non per importanza, sarebbe utile lavorare insieme a dei ‘protocolli amministrativi’ per rafforzare le politiche sulla sicurezza, la lotta al lavoro irregolare, mettendo in atto una forte azione di contrasto alla criminalità, cercando di riaffermare la cultura della legalità in contesti in cui questa purtroppo rappresenta ancora una grande spada di Damocle che incombe sul pieno sviluppo economico e sociale .
Di VALENTINA PEPE

 

[Immagine da Pixabay]



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