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pubblicato il 05.18.19

L'Italia che Merita

10.5.2019 Sorrento - il coraggio di un’idea ... Continua a leggereCompatta testo

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Ci siamo! Tutti gli Italiani siamo Meritocratici!😍💪🏻🔝🔝🔝🔥🔥🔥grazie infinite a Meritocrazia Italia 🇮🇹 per l’impegno. 👏🏻

pubblicato il 05.18.19

L'Italia che Merita

- 34 Stay tuned! ... Continua a leggereCompatta testo

- 34 Stay tuned!

pubblicato il 05.17.19

L'Italia che Merita

Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza. ... Continua a leggereCompatta testo

Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza.

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Anna Chiara Casillo

pubblicato il 05.16.19

L'Italia che Merita

Una delle cose più difficili da fare è comprendere gli altri?
Come mai ci riesce così difficile?
Molto spesso viviamo talmente assorti in una situazione di combattimento costante, prove di forza inutili, non vediamo quali sono le reali esigenze delle persone che ci stanno intorno o i progetti a cui apparteniamo.
La vera sfida per il futuro è tornare al passato, quando eravamo più in linea con la natura e con le nostre reali preferenze....
Cercare di cambiare non è un effetto reale essere il cambiamento significa credere in ciò che facciamo...
Tutto è possibile, nulla è impossibile!
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Una delle cose più difficili da fare è comprendere gli altri? 
Come mai ci riesce così difficile? 
Molto spesso viviamo talmente assorti in una situazione di combattimento costante, prove di forza inutili, non vediamo quali sono le reali esigenze delle persone che ci stanno intorno o i progetti a cui apparteniamo. 
La vera sfida per il futuro è tornare al passato, quando eravamo più in linea con la natura e con le nostre reali preferenze....
Cercare di cambiare non è un effetto reale essere il cambiamento significa credere in ciò che facciamo...
Tutto è possibile, nulla è impossibile!

pubblicato il 05.15.19

L'Italia che Merita

L’impatto di un libro! ... Continua a leggereCompatta testo

L’impatto di un libro!

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Sempre l’ho pensato...quando t’educhi puoi fare qualunque cosa...il sapere è potere!

Leggere rende liberi....vivrei solo di libri

La conoscenza è qualcosa che non ti toglierà mai nessuno! Coltiviamola 📚

pubblicato il 05.13.19

L'Italia che Merita

Ritengo che una delle priorità per risollevare l’economia in Italia sia quella di sostenere le piccole e medie imprese, specie manifatturiere. L’Italia è una eccellenza in tanti settori e deve finalmente prendere il posto che merita nell’economia globale senza snaturare le proprie peculiarità. Il “made in Italy” è un brand appetibile che tuttavia necessita di sostegno e valorizzazione. In questo senso, l’azione di governo può essere determinante: buone relazioni internazionali e adeguata diffusione delle informazioni riguardo alla qualità delle aziende italiane. L’internazionalizzazione, gli investimenti nella smart economy, a mio avviso sono elementi vincenti a sostegno dell’economia nazionale. Il “made in Italy” è un vero marchio internazionale capace di far apprezzare nel mondo le particolarità italiane. Si va dal settore del “food” per passare alla moda, al turismo, e tanti altri settori. Maggiore internazionalizzazione darebbe un vantaggio competitivo alle aziende anche di piccola dimensione attraverso un allargamento del mercato dell’impresa. La gestione del business nei mercati esteri dev’essere affiancata dall’innovazione. La scelta non è casuale, in quanto secondo l’analisi dei moderni economisti il nostro paese è davvero all’avanguardia in questo campo. L’internazionalizzazione delle attività innovative a mio avviso può far crescere in modo esponenziale l’intera economia dell’Italia, con il conseguente vantaggio di affermarsi come leader di settore a livello europeo e non solo. Il Governo può fare tanto in tal senso, ad esempio offrire incentivi e sussidi negli investimenti per ricerca e sviluppo come accade in Francia. Imporre alle imprese altamente tecnologiche di grandi dimensioni di aumentare le interazioni con partners locali come condizioni per l’accesso ai mercati locali e tanto altro. Sono certa che le cose da fare sono molte, ma anche le capacità e la determinazione. Vi lascio con una frase di Martin Luther King: “Cercate ardentemente di scoprire cosa siete chiamati a fare e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate.”
di MARYNA VAHABAVA
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Ritengo che una delle priorità per risollevare l’economia in Italia sia quella di sostenere le piccole e medie imprese, specie manifatturiere. L’Italia è una eccellenza in tanti settori e deve finalmente prendere il posto che merita nell’economia globale senza snaturare le proprie peculiarità. Il “made in Italy” è un brand appetibile che tuttavia necessita di sostegno e valorizzazione. In questo senso, l’azione di governo può essere determinante: buone relazioni internazionali e adeguata diffusione delle informazioni riguardo alla qualità delle aziende italiane. L’internazionalizzazione, gli investimenti nella smart economy, a mio avviso sono elementi vincenti a sostegno dell’economia nazionale. Il “made in Italy” è un vero marchio internazionale capace di far apprezzare nel mondo le particolarità italiane. Si va dal settore del “food” per passare alla moda, al turismo, e tanti altri settori. Maggiore internazionalizzazione darebbe un vantaggio competitivo alle aziende anche di piccola dimensione attraverso un allargamento del mercato dell’impresa. La gestione del business nei mercati esteri dev’essere affiancata dall’innovazione. La scelta non è casuale, in quanto secondo l’analisi dei moderni economisti il nostro paese è davvero all’avanguardia in questo campo. L’internazionalizzazione delle attività innovative a mio avviso può far crescere in modo esponenziale l’intera economia dell’Italia, con il conseguente vantaggio di affermarsi come leader di settore a livello europeo e non solo. Il Governo può fare tanto in tal senso, ad esempio offrire incentivi e sussidi negli investimenti per ricerca e sviluppo come accade in Francia. Imporre alle imprese altamente tecnologiche di grandi dimensioni di aumentare le interazioni con partners locali come condizioni per l’accesso ai mercati locali e tanto altro. Sono certa che le cose da fare sono molte, ma anche le capacità e la determinazione. Vi lascio con una frase di Martin Luther King: “Cercate ardentemente di scoprire cosa siete chiamati a fare e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate.”
di MARYNA VAHABAVA

pubblicato il 05.12.19

L'Italia che Merita

10.5.2019 - Sorrento “il valore delle libere professioni”.
Per una società che premi il merito e protegga il bisogno...
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Un sogno che diventa realtà! Io ci credo! 🔥🔝🌈💎🥳

pubblicato il 05.12.19

L'Italia che Merita

Gli uomini reggono il mondo. Le madri reggono l’eterno, che regge il mondo e gli uomini. ... Continua a leggereCompatta testo

Gli uomini reggono il mondo. Le madri reggono l’eterno, che regge il mondo e gli uomini.

pubblicato il 05.10.19

L'Italia che Merita

Sorrento 10.5.2019 ... Continua a leggereCompatta testo

Sorrento 10.5.2019

pubblicato il 05.10.19

L'Italia che Merita

Sorrento 10.5.2019 ... Continua a leggereCompatta testo

Sorrento 10.5.2019

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Complimenti al Presidente Sergio ed al Consigliere Raffone. Tema interessante ed esperienza da ripetere. Mi ha fatto immenso piacere esserci.

pubblicato il 05.10.19

L'Italia che Merita

....Non c’è una favola da raccontare c’è solo una storia da scrivere....
Questo rappresenta
M e r i t o c r a z i a
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....Non c’è una favola da raccontare c’è solo una storia da scrivere....
Questo rappresenta 
M e r i t o c r a z i a

pubblicato il 05.09.19

L'Italia che Merita

In questi anni in cui si riaffacciano correnti di esaltazione dell’oscurantismo storico-culturale, è necessaria la formazione di una coscienza critica che permetta di condurre azioni politiche consapevoli.
Un uso avveduto della storia è tassello fondamentale nella costruzione di un’attività politica lungimirante: per non ripetere errori, per non far cadere il Paese nella stasi, per organizzare il passato in funzione futura.
La memoria storica non è un hobby per eruditi. Essa è qualcosa di meno intellettuale della conoscenza storica: è carica di ideologia, sentimenti, ragionamenti, passioni politiche. Come scriveva Tacito: “tramandare ai posteri ciò che fa onore agli uomini.”
Oggi, 9 maggio, nei paesi dell’area post-Sovietica si festeggia la “Giornata della Vittoria” contro la Germania Nazista, dove sfilano i veterani ed i parenti dei combattenti delle forze militari dell’ex Unione Sovietica portando con sé l’immagine dei propri cari ed alla quale ho preso parte due anni fa. Ne faccio menzione poiché è un modello di partecipazione popolare e di patriottismo che in Italia non riusciamo ancora a riprodurre per numero di adesioni e forse anche per intensità psicologica di partecipazione .
Paradossalmente, è forse per certi versi raccapricciante dover scendere in piazza per manifestare contro la guerra, per ricordarci di non uccidere, per i diritti umani, per ricordarci di conservare il pianeta, ma non siamo abbastanza evoluti per concederci il lusso di non farlo.
La memoria è l’unica arma di cui disponiamo contro l’oblio della giustizia. Essa non può prescindere da un riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni sociali e politiche poiché vi è implicito il destino ultimo del sacrificio delle vittime ed il nostro stesso futuro.
Negli ultimi decenni, si è parlato spesso di un disinvolto uso pubblico della storia, specie da parte dei mass media, che in modi propagandistici o scandalistici hanno utilizzato per fini di parte i risultati della ricerca storica specialistica.
Nei periodi di profonde trasformazioni, accade che interpretazioni storiche consolidate non siano più condivise, diventando oggetto di dispute.
Non è sempre facile discernere con certezza. A volte il “nuovo”, il “moderno” si è dimostrato peggiore del “vecchio”. Le catastrofi ambientali ci insegnano, ad esempio, che la vera sfida è riuscire a conservare, più che ricostruire daccapo.
In altri casi, la nostalgia per un passato idealizzato o imbalsamato ha paralizzato le energie di un Paese con chiusure narcisistiche o mummificazioni in anticipo.
Da allora, non abbandonare il passato per portarlo nel futuro viene di sovente tacciato come controproducente e quasi ridicolo, un fardello nei confronti del progresso, allegoricamente paragonabile alla fatica di Enea in fuga da Troia, che appesantendo il suo cammino carica in spalla il vecchio padre Anchise.
O, al contrario, è forse da chiedersi se siamo noi, nani che vivono in un presente permanente, a dover salire sulle spalle dei giganti del passato per vedere un po’più lontano, per avere una visuale un po’meno offuscata.
Probabilmente, la sfida che oggi ci si pone dinanzi è ancora più complessa. Sarà necessario ricomporre memorie storiche diverse in una dimensione globale. Solo rielaborando la memoria in una proiezione dinamica si può riempire di senso il futuro, oltrepassando la storia in modo costruttivo. A questo scopo bisognerà, forse, salire sulle spalle dei giganti non solo del nostro Paese, ma anche di altri Paesi, magari meno noti o trascurati in Europa.
di VALERIA MARINUK
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In questi anni in cui si riaffacciano correnti di esaltazione dell’oscurantismo storico-culturale, è necessaria la formazione di una coscienza critica che permetta di condurre azioni politiche consapevoli. 
Un uso avveduto della storia è tassello fondamentale nella costruzione di un’attività politica lungimirante: per non ripetere errori, per non far cadere il Paese nella stasi, per organizzare il passato in funzione futura. 
La memoria storica non è un hobby per eruditi. Essa è qualcosa di meno intellettuale della conoscenza storica: è carica di ideologia, sentimenti, ragionamenti, passioni politiche. Come scriveva Tacito: “tramandare ai posteri ciò che fa onore agli uomini.” 
Oggi, 9 maggio, nei paesi dell’area post-Sovietica si festeggia la “Giornata della Vittoria” contro la Germania Nazista, dove sfilano i veterani ed i parenti dei combattenti delle forze militari dell’ex Unione Sovietica portando con sé l’immagine dei propri cari ed alla quale ho preso parte due anni fa. Ne faccio menzione poiché è un modello di partecipazione popolare e di patriottismo che in Italia non riusciamo ancora a riprodurre per numero di adesioni e forse anche per intensità psicologica di partecipazione . 
Paradossalmente, è forse per certi versi raccapricciante dover scendere in piazza per manifestare contro la guerra, per ricordarci di non uccidere, per i diritti umani, per ricordarci di conservare il pianeta, ma non siamo abbastanza evoluti per concederci il lusso di non farlo.
La memoria è l’unica arma di cui disponiamo contro l’oblio della giustizia. Essa non può prescindere da un riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni sociali e politiche poiché vi è implicito il destino ultimo del sacrificio delle vittime ed il nostro stesso futuro.
Negli ultimi decenni, si è parlato spesso di un disinvolto uso pubblico della storia, specie da parte dei mass media, che in modi propagandistici o scandalistici hanno utilizzato per fini di parte i risultati della ricerca storica specialistica. 
Nei periodi di profonde trasformazioni, accade che interpretazioni storiche consolidate non siano più condivise, diventando oggetto di dispute.
Non è sempre facile discernere con certezza. A volte il “nuovo”, il “moderno” si è dimostrato peggiore del “vecchio”. Le catastrofi ambientali ci insegnano, ad esempio, che la vera sfida è riuscire a conservare, più che ricostruire daccapo.
In altri casi, la nostalgia per un passato idealizzato o imbalsamato ha paralizzato le energie di un Paese con chiusure narcisistiche o mummificazioni in anticipo.
Da allora, non abbandonare il passato per portarlo nel futuro viene di sovente tacciato come controproducente e quasi ridicolo, un fardello nei confronti del progresso, allegoricamente paragonabile alla fatica di Enea in fuga da Troia, che appesantendo il suo cammino carica in spalla il vecchio padre Anchise. 
O, al contrario, è forse da chiedersi se siamo noi, nani che vivono in un presente permanente, a dover salire sulle spalle dei giganti del passato per vedere un po’più lontano, per avere una visuale un po’meno offuscata.
Probabilmente, la sfida che oggi ci si pone dinanzi è ancora più complessa. Sarà necessario ricomporre memorie storiche diverse in una dimensione globale. Solo rielaborando la memoria in una proiezione dinamica si può riempire di senso il futuro, oltrepassando la storia in modo costruttivo. A questo scopo bisognerà, forse, salire sulle spalle dei giganti non solo del nostro Paese, ma anche di altri Paesi, magari meno noti o trascurati in Europa.
di VALERIA MARINUK

pubblicato il 05.08.19

L'Italia che Merita

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pubblicato il 05.07.19

L'Italia che Merita

Ci sono buongiorno che hanno un sapore diverso.
Ci sono occhi posati su ciò che ti circonda che hanno una rara capacità di analisi.
Ci sono attimi in cui credi realmente di poter fare qualcosa per noi e per il futuro
In tutto ciò c’è l’opportunità di conoscere persone perbene che, tra mille difetti e mille impegni, hanno voglia di stare insieme e di parlare all’Italia
Se tutto ciò accade non è per caso e non è per un caso
Io, per l’ennesima volta, ho i brividi e penso che tra qualche anno Meriticrazia sarà il primo pensiero di tutti in Italia 🇮🇹
Sono affascinato dalla capacità che abbiamo di progredire
Senza fretta ma senzasosta!
Invadiamo Sorrento!
Di WALTER MAURIELLO
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Ci sono buongiorno che hanno un sapore diverso.
Ci sono occhi posati su ciò che ti circonda che hanno una rara capacità di analisi.
Ci sono attimi in cui credi realmente di poter fare qualcosa per noi e per il futuro 
In tutto ciò c’è l’opportunità di conoscere persone perbene che, tra mille difetti e mille impegni, hanno voglia di stare insieme e di parlare all’Italia 
Se tutto ciò accade non è per caso e non è per un caso
Io, per l’ennesima volta, ho i brividi e penso che tra qualche anno Meriticrazia sarà il primo pensiero di tutti in Italia 🇮🇹 
Sono affascinato dalla capacità che abbiamo di progredire 
Senza fretta ma senzasosta!
Invadiamo Sorrento!
Di WALTER MAURIELLO

pubblicato il 05.07.19

L'Italia che Merita

Da tempo mi occupo di meccanismi alternativi di risoluzione delle liti e, ogni volta che sono chiamata a raccontare la mia versione della storia, cerco di dimostrare che conciliazione e mediazione hanno delle utilità, ma non possono ambire a rappresentare strumenti equivalenti a giustizia statale e arbitrale. Ché soltanto la giustizia statale e quella arbitrale assicurano le garanzie del giusto processo e la ricostruzione certa del vero.
Poi mi scontro con la gestione sportiva delle cose da parte di alcuni giudici e mi sento un truffatore, un venditore di fumo.
Quando mi capita di veder pasticciare tra arbitrarietà e discrezionalità e profittare del potere decisionale per utilità di ritorsione, contro i doveri di terzietà e imparzialità (se non contro il buon senso), mi torna in mente l’idea di giustizia che professava un personaggio al quale mi sento da sempre vicina. «Se mai dovessi far piegare la bacchetta della giustizia, non sia per il peso del dono, ma per quello della misericordia. Se ti capitasse di dover giudicare la causa di qualche tuo nemico, distogli il pensiero dall’offesa ricevuta e concentralo sulla verità della questione. Non ti accechi la passione personale nelle cause degli altri; perché gli errori che in queste potresti commettere, saranno per lo più senza rimedio; e, se lo avranno, ciò sarà a costo del tuo buon credito, e persino dei tuoi averi. […] Chi dovrai castigare coi fatti, non trattarlo male con le parole». La giustizia che vorrei è nelle parole di un folle, di uno che sceglieva di combattere i mulini a vento, forse dell’unico ad aver capito il senso vero della rivoluzione.
Mostrando sfiducia rispetto alle potenzialità dell’animo umano, una penna che ammiro molto ma condivido meno descrive la rivoluzione come «quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri son divisi a metà, una dritta e l’altra rovesciata, testa insù e testa dabbasso», giri e rigiri la carta ma non cambia nulla, «il re che sta dritto è sempre insieme a quello capovolto, che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: “Io sono te che vai a finir male! Goditela finché puoi, perché il mondo si ribalta”».
L’immagine rende per le rivoluzioni alla Robespierre, costruite sull’ingenua illusione che sia sufficiente cambiare le persone per avere la realtà desiderata.
Purtroppo la rivoluzione è altra cosa. Sostituire le persone non basta.
Non so come si faccia la rivoluzione per rendere giustizia a chi la chiede. Dal mio, mi limito a resistere alle lusinghe della sciatteria e della rassegnazione e continuo a mettere tutte le energie delle quali sono capace al servizio dell’onestà intellettuale. Posso fare solo questo. Così coltivo anch’io un’illusione, forse altrettanto ingenua; quella di dare il mio contributo per migliorare il sistema da dentro. Senza tagliare le teste, ma cercando di orientarle un po’ verso quello che, a me, sembra il giusto.
Di ALESSIA FACHECHI
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Da tempo mi occupo di meccanismi alternativi di risoluzione delle liti e, ogni volta che sono chiamata a raccontare la mia versione della storia, cerco di dimostrare che conciliazione e mediazione hanno delle utilità, ma non possono ambire a rappresentare strumenti equivalenti a giustizia statale e arbitrale. Ché soltanto la giustizia statale e quella arbitrale assicurano le garanzie del giusto processo e la ricostruzione certa del vero.
Poi mi scontro con la gestione sportiva delle cose da parte di alcuni giudici e mi sento un truffatore, un venditore di fumo.
Quando mi capita di veder pasticciare tra arbitrarietà e discrezionalità e profittare del potere decisionale per utilità di ritorsione, contro i doveri di terzietà e imparzialità (se non contro il buon senso), mi torna in mente l’idea di giustizia che professava un personaggio al quale mi sento da sempre vicina. «Se mai dovessi far piegare la bacchetta della giustizia, non sia per il peso del dono, ma per quello della misericordia. Se ti capitasse di dover giudicare la causa di qualche tuo nemico, distogli il pensiero dall’offesa ricevuta e concentralo sulla verità della questione. Non ti accechi la passione personale nelle cause degli altri; perché gli errori che in queste potresti commettere, saranno per lo più senza rimedio; e, se lo avranno, ciò sarà a costo del tuo buon credito, e persino dei tuoi averi. […] Chi dovrai castigare coi fatti, non trattarlo male con le parole». La giustizia che vorrei è nelle parole di un folle, di uno che sceglieva di combattere i mulini a vento, forse dell’unico ad aver capito il senso vero della rivoluzione.
Mostrando sfiducia rispetto alle potenzialità dell’animo umano, una penna che ammiro molto ma condivido meno descrive la rivoluzione come «quei mazzi di carte da gioco dove re, dame e cavalieri son divisi a metà, una dritta e l’altra rovesciata, testa insù e testa dabbasso», giri e rigiri la carta ma non cambia nulla, «il re che sta dritto è sempre insieme a quello capovolto, che è come se gli tirasse il ghignone, come se da sotto gli dicesse: “Io sono te che vai a finir male! Goditela finché puoi, perché il mondo si ribalta”».
L’immagine rende per le rivoluzioni alla Robespierre, costruite sull’ingenua illusione che sia sufficiente cambiare le persone per avere la realtà desiderata.
Purtroppo la rivoluzione è altra cosa. Sostituire le persone non basta.
Non so come si faccia la rivoluzione per rendere giustizia a chi la chiede. Dal mio, mi limito a resistere alle lusinghe della sciatteria e della rassegnazione e continuo a mettere tutte le energie delle quali sono capace al servizio dell’onestà intellettuale. Posso fare solo questo. Così coltivo anch’io un’illusione, forse altrettanto ingenua; quella di dare il mio contributo per migliorare il sistema da dentro. Senza tagliare le teste, ma cercando di orientarle un po’ verso quello che, a me, sembra il giusto.
Di ALESSIA FACHECHI

pubblicato il 05.06.19

L'Italia che Merita

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pubblicato il 05.04.19

L'Italia che Merita

Save the date ... Continua a leggereCompatta testo

Save the date

pubblicato il 05.04.19

L'Italia che Merita

Quasi nove mila chilometri di litorali tra roccia, sabbia e acque cristalline ci stanno aspettando per celebrare degnamente la stagione turistico balneare 2019! Il patrimonio costiero italiano, una risorsa preziosa che può e deve essere il vero rilancio di un economia nazionale, che prende nome dal ( Il Mare come volano di sviluppo tra tutela e valorizzazione ) questo progetto prende forma da un lavoro ben articolato di FareAmbiente Mare, costola di FareAmbiente "Movimento Ecologista Europeo" il Nostro mare e le nostre coste sono state troppe volte minacciate da degrado, cementificazione selvaggia, erosione ed inquinamento. Molte spiagge sono state deturpate da scarichi industriali e dall'incuria e inciviltà dell'uomo.Se contro alcuni di questi problemi possiamo fare poco, ci sono però alcuni semplici accorgimenti che come bagnanti o imprenditori del turismo balneare possiamo seguire per limitare l'impatto della nostra permanenza in spiaggia.
La spiaggia è spiaggia, non una discarica. Una cannuccia impiega dai 20 ai 30 anni a decomporsi; un fazzoletto di carta 3 mesi, una bottiglia di vetro non si degrada mai completamente, quindi non gettatela in mare, inquina! Se si porta del cibo in riva al mare, raccogliete gli avanzi (gettarli tra le onde non vale, il mare per definizione riporta a riva gran parte di ciò che ha inghiottito).Differenziate e gettate i rifiuti negli appositi contenitori di raccolta differenziata.
Attenzione ai sacchetti di plastica. Basta un colpo di vento per farli finire in acqua, dove diventano trappole mortali per molti animali marini. Delfini, tartarughe marine e balenottere, per esempio, li scambiano per meduse, e nel tentativo di raggiungerli finiscono soffocati.
Per i tanti Fumatori siate responsabili. Gettate i mozziconi in un apposito portacenere portatile, quantomeno, è sufficiente un bicchierino di plastica, che poi getterete nella spazzatura. Una sigaretta può inquinare un metro quadrato di mare. Un accendino abbandonato in spiaggia,ha tempi di decomposizione che vanno dai 100 ai 1000 anni.
Se avete intenzione di entrare in acqua scegliete solamente creme contenenti filtri solari a base di minerali, come l'ossido di zinco. La maggior parte delle creme ad alta protezione, disciolte in acqua, danneggiano l'ecosistema marino, in particolare i coralli.
Se possedete un natante a motore rispettate scrupolosamente i limiti imposti dalle Capitanerie di porto per l'avvicinamento alla spiaggia. Non è permesso arrivare a riva con il motore acceso. Diventiamo vere sentinelle dell'ambiente e del Nostro Mare...Buon lavoro agli imprenditori balneari e buone vacanze ai vacanzieri che frequenteranno le nostre coste...che dire...per quest'anno non cambiare stessa spiaggia stesso mare! Soggiorna in Italia e rispetta il Mare 🇮🇹

Di ITALO VENTURA
Responsabile Ambiente Meritocrazia Italia
Responsabile Nazionale FareAmbiente Mare
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Quasi nove mila chilometri di litorali tra roccia, sabbia e acque cristalline ci stanno aspettando per celebrare degnamente la stagione turistico balneare 2019! Il patrimonio costiero italiano, una risorsa preziosa che può e deve essere il vero rilancio di un economia nazionale, che prende nome dal ( Il Mare come volano di sviluppo tra tutela e valorizzazione ) questo progetto prende forma da un lavoro ben articolato di FareAmbiente Mare, costola di FareAmbiente Movimento Ecologista Europeo il Nostro mare e le nostre coste sono state troppe volte minacciate da degrado, cementificazione selvaggia, erosione ed inquinamento. Molte spiagge sono state deturpate da scarichi industriali e dallincuria e inciviltà delluomo.Se contro alcuni di questi problemi possiamo fare poco, ci sono però alcuni semplici accorgimenti che come bagnanti o imprenditori del turismo balneare possiamo seguire per limitare limpatto della nostra permanenza in spiaggia.
La spiaggia è spiaggia, non una discarica. Una cannuccia impiega dai 20 ai 30 anni a decomporsi; un fazzoletto di carta 3 mesi, una bottiglia di vetro non si degrada mai completamente, quindi non gettatela in mare, inquina! Se si porta del cibo in riva al mare, raccogliete gli avanzi (gettarli tra le onde non vale, il mare per definizione riporta a riva gran parte di ciò che ha inghiottito).Differenziate e gettate i rifiuti negli appositi contenitori di raccolta differenziata.
Attenzione ai sacchetti di plastica. Basta un colpo di vento per farli finire in acqua, dove diventano trappole mortali per molti animali marini. Delfini, tartarughe marine e balenottere, per esempio, li scambiano per meduse, e nel tentativo di raggiungerli finiscono soffocati.
Per i tanti Fumatori siate responsabili. Gettate i mozziconi in un apposito portacenere portatile, quantomeno, è sufficiente un bicchierino di plastica, che poi getterete nella spazzatura. Una sigaretta può inquinare un metro quadrato di mare. Un accendino abbandonato in spiaggia,ha tempi  di decomposizione che vanno dai 100 ai 1000 anni.
Se avete intenzione di entrare in acqua scegliete solamente creme contenenti filtri solari a base di minerali, come lossido di zinco. La maggior parte delle creme ad alta protezione, disciolte in acqua, danneggiano lecosistema marino, in particolare i coralli. 
Se possedete un natante a motore rispettate scrupolosamente i limiti imposti dalle Capitanerie di porto per lavvicinamento alla spiaggia. Non è permesso arrivare a riva con il motore acceso. Diventiamo vere sentinelle dellambiente e del Nostro Mare...Buon lavoro agli imprenditori balneari e buone vacanze ai vacanzieri che frequenteranno le nostre coste...che dire...per questanno non cambiare stessa spiaggia stesso mare! Soggiorna in Italia e rispetta il Mare 🇮🇹 

Di ITALO VENTURA 
Responsabile Ambiente Meritocrazia Italia
Responsabile Nazionale FareAmbiente Mare

pubblicato il 05.03.19

L'Italia che Merita

Intendo condividere con voi qualche riflessione sulla necessità che una classe dirigente, per essere davvero tale, deve dimostrare di saper promuovere il progresso e il benessere della società al di là delle tecniche di acquisizione del consenso utilizzate in questo momento storico.
Un articolo di giornale di qualche giorno fa rilevava che il successo dei politici nell’Italia di oggi si deve all’irriverenza; in particolare, il giornalista evidenziava che il copione generalizzato fosse questo: ogni volta che c’è una stasi decisionale che genera insoddisfazione dei cittadini essa fa si che basta delegittimare chi governa, portando alla rivolta l’opinione pubblica nel nome dell’onestà, della verginità politica, della moralità assoluta, per acquisire consensi. Il problema è che se, da un lato, è semplice vincere sfruttando il disgusto popolare verso chi governa, dall’altro, è altrettanto facile perdere quando, passando dall’opposizione al governo, non si riesce a realizzare nulla di quanto promesso. Oggi il problema è proprio questo: a fronte di promesse di ogni tipo, funzionali solo ad alzare l’asticella del consenso, in un mondo dove i politici si sono trasformati in followers all’inseguimento del loro pubblico, si registra il loro veloce insuccesso laddove le predette promesse non vengono mantenute e l’illusione dell’opinione pubblica si trasforma in rabbia, odio, rancore, un groviglio di sentimenti negativi che generano, accrescono il malessere. Se per ottenere i consensi basta essere simpatici, irriverenti, popolari, telegenici, seppur a digiuno di politica e, al diavolo, la competenza, l’esperienza, la cultura, la filosofia, la scienza, che succede poi? Credo che qualcuno debba interessarsi proprio del poi. Il prossimo evento di Sorrento titola “il valore delle professioni”, ecco cominciamo a chiederci proprio quale sia il valore delle professioni per il nostro paese perché è da qui che bisogna iniziare il cammino per conquistare consenso, un consenso non basato solo su tecniche di comunicazione o spot televisivi, ma basato sulla qualità dei contenuti. Vogliamo conquistare il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica che le libere professioni rappresentino un’opportunità di sviluppo e di benessere della nostra società? Questa è la scommessa! Abbiamo un esasperato bisogno di migliorare la vita umana, di far progredire e migliorare la nostra società ed è indubbio che le professioni intellettuali che affondano le loro radici nei principi di fondo del positivismo e dell’evoluzionismo siano capaci di realizzare tale progresso.
Cominciamo a dire e a dimostrare che il valore delle professioni non è solo quello economico, visto che comunque rappresentano il 15% del Pil nazionale, ma quello sociale, quello culturale e che il merito rappresenta il metodo migliore per promuovere lo sviluppo ed il progresso di ciò che ci circonda.
Evviva l’Italia, quella che merita.
Di ALFONSO QUARTO
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Intendo condividere con voi qualche riflessione sulla necessità che una classe dirigente, per essere davvero tale, deve dimostrare di saper promuovere il progresso e il benessere della società al di là delle tecniche di acquisizione del consenso utilizzate in questo momento storico.
Un articolo di giornale di qualche giorno fa rilevava che il successo dei politici nell’Italia di oggi si deve all’irriverenza; in particolare, il giornalista evidenziava che il copione generalizzato fosse questo: ogni volta che c’è una stasi decisionale che genera insoddisfazione dei cittadini essa fa si che basta delegittimare chi governa, portando alla rivolta l’opinione pubblica nel nome dell’onestà, della verginità politica, della moralità assoluta, per acquisire consensi. Il problema è che se, da un lato, è semplice vincere sfruttando il disgusto popolare verso chi governa, dall’altro, è altrettanto facile perdere quando, passando dall’opposizione al governo, non si riesce a realizzare nulla di quanto promesso. Oggi il problema è proprio questo: a fronte di promesse di ogni tipo, funzionali solo ad alzare l’asticella del consenso, in un mondo dove i politici si sono trasformati in followers all’inseguimento del loro pubblico, si registra il loro veloce insuccesso laddove le predette promesse non vengono mantenute e l’illusione dell’opinione pubblica si trasforma in rabbia, odio, rancore, un groviglio di sentimenti negativi che generano, accrescono il malessere. Se per ottenere i consensi basta essere simpatici, irriverenti, popolari, telegenici, seppur a digiuno di politica e, al diavolo, la competenza, l’esperienza,  la cultura, la filosofia, la scienza, che succede poi? Credo che qualcuno debba interessarsi proprio del poi. Il prossimo evento di Sorrento titola  “il valore delle professioni”, ecco cominciamo a chiederci proprio quale sia il valore delle professioni per il nostro paese perché è da qui che bisogna iniziare il cammino per conquistare consenso, un consenso non basato solo su tecniche di comunicazione o spot televisivi, ma basato sulla qualità dei contenuti. Vogliamo conquistare il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica che le libere professioni rappresentino un’opportunità di sviluppo e di benessere della nostra società? Questa è la scommessa! Abbiamo un esasperato bisogno di migliorare la vita umana, di far progredire e migliorare la nostra società ed è indubbio che le professioni intellettuali che affondano le loro radici nei principi di fondo del positivismo e dell’evoluzionismo siano capaci di realizzare tale progresso.
Cominciamo a dire e a dimostrare che il valore delle professioni non è solo quello economico, visto che comunque rappresentano il 15% del Pil nazionale, ma quello sociale, quello culturale e che il merito rappresenta il metodo migliore per promuovere lo sviluppo ed il progresso di ciò che ci circonda.
Evviva l’Italia, quella che merita.
Di ALFONSO QUARTO

pubblicato il 05.02.19

L'Italia che Merita

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla.”
ALBERT EINSTEIN
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“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla.” 
ALBERT EINSTEIN

pubblicato il 05.02.19

L'Italia che Merita

Mi sono imbattuto nello scritto di un autore romeno riguardo all’indifferenza nella nostra società. Così esortava: “prendi posizione, la neutralità favorisce sempre l’oppressore non la vittima. Il silenzio incoraggia il torturatore, mai il torturato”. Allora mi sono chiesto chi fosse l’oppressore e chi fossero mai le vittime, le vittime di cosa?
Ho immaginato una società dove, al giorno d’oggi, la via più comoda fosse quella del non prendere posizione. In un certo senso il silenzio. Questo atteggiamento di inerzia a volte dettato dall’essere scoraggiati, dall’essere poco ottimisti, a cui consegue scarsa propositività favorisce l’oppressore, favorisce chi limita quotidianamente i diritti.
Diritti in tema di rapporti di lavoro, diritti quotidiani che hanno a che fare con i servizi, diritti connessi all’essere cittadini. Nella mia professione di Avvocato mi rendo conto di come la prospettiva viaggi verso la limitazione del diritto dell’indagato e dell’imputato. Ciò che determina il nostro non prendere posizione, il nostro silenzio, è delegare a qualcuno qualcosa che non è più delegabile e per l’appunto i diritti. Ecco perché il silenzio, come dice questo scrittore romeno, incoraggia chi sostanzialmente ci tortura. Ci tortura col far politica non pensando alla realizzazione di un obiettivo, al merito, alla Meritocrazia, ma ad un interesse sempre meno condivisibile e sempre più sotto forma di egoismo. Dobbiamo insieme, ognuno con le proprie competenze dare qualcosa affinchè la società sia meno silente. Prendendo sempre più posizione e consapevolezza si contribuisce a realizzare un progetto. Con questo percorso di Meritocrazia penso che tale progetto, oltre che possibile sia anche vincente.
di RAFFAELE TECCE
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Mi sono imbattuto nello scritto di un autore romeno riguardo all’indifferenza nella nostra società. Così esortava: “prendi posizione, la neutralità favorisce sempre l’oppressore non la vittima. Il silenzio incoraggia il torturatore, mai il torturato”. Allora mi sono chiesto chi fosse l’oppressore e chi fossero mai le vittime, le vittime di cosa?
Ho immaginato una società dove, al giorno d’oggi, la via più comoda fosse quella del non prendere posizione. In un certo senso il silenzio. Questo atteggiamento di inerzia a volte dettato dall’essere scoraggiati, dall’essere poco ottimisti, a cui consegue scarsa propositività favorisce l’oppressore, favorisce chi limita quotidianamente i diritti.
Diritti in tema di rapporti di lavoro, diritti quotidiani che hanno a che fare con i servizi, diritti connessi all’essere cittadini. Nella mia professione di Avvocato mi rendo conto di come la prospettiva viaggi verso la limitazione del diritto dell’indagato e dell’imputato. Ciò che determina il nostro non prendere posizione, il nostro silenzio, è delegare a qualcuno qualcosa che non è più delegabile e per l’appunto i diritti. Ecco perché il silenzio, come dice questo scrittore romeno, incoraggia chi sostanzialmente ci tortura. Ci tortura col far politica non pensando alla realizzazione di un obiettivo, al merito, alla Meritocrazia, ma ad un interesse sempre meno condivisibile e sempre più sotto forma di egoismo. Dobbiamo insieme, ognuno con le proprie competenze dare qualcosa affinchè la società sia meno silente. Prendendo sempre più posizione e consapevolezza si contribuisce a realizzare un progetto. Con  questo percorso di Meritocrazia penso che tale  progetto, oltre che possibile sia anche vincente. 
di RAFFAELE TECCE

pubblicato il 05.01.19

L'Italia che Merita

Dignità al lavoro
Dignità nel lavoro
Dignità per il lavoro
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Dignità al lavoro
Dignità nel lavoro
Dignità per il lavoro

pubblicato il 05.01.19

L'Italia che Merita

Il lavoro è stata un’invenzione dell’uomo per esercitare la capacità di scambio tra beni e servizi in base alle diverse esigenze della popolazione, ma è stato anche il modo per stratificare le classi sociali in base al guadagno. Lavorare è in realtà necessario per garantire il benessere COMUNE e per stimolare il progresso. Oggi però, più che mai, il mondo del lavoro ha bisogno di certezze e non di proclami....e soprattutto deve essere garantito a tutti in base alle proprie competenze.
Questo rappresenta il Merito! (La vera sfida per un mondo senza discriminazioni)
Per fare ciò la vera strada da percorrere è ben rappresentata da una frase di Napoleon Hill:
Non aspettare, non sarà mai il tempo opportuno. Inizia ovunque ti trovi, con qualsiasi mezzo tu puoi avere a tua disposizione; mezzi migliori li troverai lungo il cammino....
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Il lavoro è stata un’invenzione dell’uomo per esercitare la capacità di scambio tra beni e servizi in base alle diverse esigenze della popolazione, ma è stato anche il modo per stratificare le classi sociali in base al guadagno. Lavorare è in realtà necessario per garantire il benessere COMUNE e per stimolare il progresso. Oggi però, più che mai, il mondo del lavoro ha bisogno di certezze e non di proclami....e soprattutto deve essere garantito a tutti in base alle proprie competenze.
Questo rappresenta il Merito! (La vera sfida per un mondo senza discriminazioni)
Per fare ciò la vera strada da percorrere è ben rappresentata da una frase di Napoleon Hill:
Non aspettare, non sarà mai il tempo opportuno. Inizia ovunque ti trovi, con qualsiasi mezzo tu puoi avere a tua disposizione; mezzi migliori li troverai lungo il cammino....

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L’Italia Merita che tutti lavorino!

pubblicato il 04.30.19

L'Italia che Merita

Che il Diritto intervenga quando i mutamenti sociali sono già in atto è fisiologico. È patologico che non lo faccia quando i mutamenti sociali sono già acquisiti: il nuovo lavoro chiede di inventare regole o di modificare quelle esistenti.
C’è una nuova legalità da inventare, senza commettere un errore di prospettiva molto frequente: se le regole formali che conosciamo faticano a funzionare per le nuove tipologie di rapporto lavorativo, e se il problema è aggravato dalla difficoltà a discernere tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, è sbagliato pretendere di applicare il diritto formale ormai inadeguato. Non ci si riuscirà, e i tribunali saranno invasi da una nuova ondata di contenziosi. Ma è ancora peggio abolire di fatto le tutele nascondendosi dietro l’alibi della loro inapplicabilità: oltre che sbagliato, è complice.
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Che il Diritto intervenga quando i mutamenti sociali sono già in atto è fisiologico. È patologico che non lo faccia quando i mutamenti sociali sono già acquisiti: il nuovo lavoro chiede di inventare regole o di modificare quelle esistenti.
C’è una nuova legalità da inventare, senza commettere un errore di prospettiva molto frequente: se le regole formali che conosciamo faticano a funzionare per le nuove tipologie di rapporto lavorativo, e se il problema è aggravato dalla difficoltà a discernere tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, è sbagliato pretendere di applicare il diritto formale ormai inadeguato. Non ci si riuscirà, e i tribunali saranno invasi da una nuova ondata di contenziosi. Ma è ancora peggio abolire di fatto le tutele nascondendosi dietro l’alibi della loro inapplicabilità: oltre che sbagliato, è complice.

pubblicato il 04.30.19

L'Italia che Merita

I dati pubblicati in questi giorni sull'impennata avuta dalla cassa integrazione guadagni nel primo trimestre 2019 sono a dir poco allarmanti. Appare intuitivo che il maggior utilizzo della cassa integrazione guadagni da parte delle imprese italiane costituisca un indicatore sintomatico di una crisi che non può dirsi superata, ma sembra essersi vieppiù aggravata. Infatti, posto che lo scopo della cassa integrazione guadagni sia quello di conservare ai lavoratori un reddito anche quando non possono essere impiegati in azienda a causa di una contrazione dell'attività o perché è in corso una ristrutturazione, non è comprensibile l'aumento di ore di cassa integrazione guadagni che si è verificata in 26 importanti provincie italiane, a due cifre o addirittura a tre cifre come a Taranto (+751%), Genova (+390%), Roma (+115%), corrispondenti rispettivamente a 5,6 milioni di ore per Taranto, 2,5 milioni per Genova e 7,7 milioni per Roma, se non ipotizzando che ci troviamo di fronte ad un paese gravemente malato, oserei dire quasi in punto di morte sotto il profilo economico-finanziario. Tali dati, se da un lato attestano l'importanza che questo strumento continua ad avere nella salvaguardia dei posti di lavoro (ne ha salvati 130.000), dall'altro evidenzia l'impellente necessità che vengano intraprese, senza indugio, tutte le misure necessarie per rilanciare l'economia: finanziando nuovi progetti, sbloccando i cantieri paralizzati dalla burocrazia prima che le risorse (anche europee) si esauriscano in ragione dell'aumentata spesa pubblica non compensata da una corrispondente crescita del Pil. In particolare, occorre promuovere una politica economica che incentivi investimenti pubblici e privati in nuove opere e imprese, adottando procedure snelle per la loro esecuzione attraverso una massiccia delegificazione e l'innalzamento degli importi per gli affidamenti diretti senza gara d'appalto. La crisi non è finita e non c'è tempo da perdere se vogliamo evitare le conseguenze di una rinnovata recessione, presumibilmente più grave di quella iniziata nel 2009.
di MASSIMO GOTTA
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I dati pubblicati in questi giorni sullimpennata avuta dalla cassa integrazione guadagni nel primo trimestre 2019 sono a dir poco allarmanti. Appare intuitivo che il maggior utilizzo della cassa integrazione guadagni da parte delle imprese italiane costituisca un indicatore sintomatico di una crisi che non può dirsi superata, ma sembra essersi vieppiù aggravata. Infatti, posto che lo scopo della cassa integrazione guadagni sia quello di conservare ai lavoratori un reddito anche quando non possono essere impiegati in azienda a causa di una contrazione dellattività o perché è in corso una ristrutturazione, non è comprensibile laumento di ore di cassa integrazione guadagni che si è verificata in 26 importanti provincie italiane, a due cifre o addirittura a tre cifre come a Taranto (+751%), Genova (+390%), Roma (+115%), corrispondenti rispettivamente a 5,6 milioni di ore per Taranto, 2,5 milioni per Genova e 7,7 milioni per Roma, se non ipotizzando che ci troviamo di fronte ad un paese gravemente malato, oserei dire quasi in punto di morte sotto il profilo economico-finanziario. Tali dati, se da un lato attestano limportanza che questo strumento continua ad avere nella salvaguardia dei posti di lavoro (ne ha salvati 130.000), dallaltro evidenzia limpellente necessità che vengano intraprese, senza indugio, tutte le misure necessarie per rilanciare leconomia: finanziando nuovi progetti, sbloccando i cantieri paralizzati dalla burocrazia prima che le risorse (anche europee) si esauriscano in ragione dellaumentata spesa pubblica non compensata da una corrispondente crescita del Pil. In particolare, occorre promuovere una politica economica che incentivi investimenti pubblici e privati in nuove opere e imprese, adottando procedure snelle per la loro esecuzione attraverso una massiccia delegificazione e linnalzamento degli importi per gli affidamenti diretti senza gara dappalto. La crisi non è finita e non cè tempo da perdere se vogliamo evitare le conseguenze di una rinnovata recessione, presumibilmente più grave di quella iniziata nel 2009. 
di MASSIMO GOTTA

pubblicato il 04.28.19

L'Italia che Merita

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pubblicato il 04.27.19

L'Italia che Merita

Nel “Discorso della Montagna” di Roscoe Pound, si legge: “Mettiti presto d’accordo col tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice, il giudice alla guardia e la guardia alla prigione”.
La questione dell’eccessiva durata dei processi, della giustizia del processo in se e della connessa dissatisfaction pubblica per l’amministrazione della giustizia venne sollevata negli Stati Uniti a partire dagli inizi del XX secolo ed è riconosciuta come una delle origini del movimento per gli ADR in quel paese.
Da operatori del diritto bisogna pensare alle possibili vie per ridurre entro termini ragionevoli la durata dei processi giudiziari, attraverso un intervento diretto sui meccanismi, le prassi, le concezioni dominanti sul terreno della giustizia ordinaria, che potrebbero essere tre:
- la via processuale, consistente nel ridurre drasticamente i tempi scanditi dalla legge che disciplina il processo;
- la via giudiziaria in senso stretto, consistente nell’aumentare il numero dei giudici o nel razionalizzare al massimo il loro lavoro;
- la via conciliativa, consistente nel limitare quanto più possibile l’accesso alla giurisdizione, senza pregiudicare quello alla giustizia (articolo 6 della CEDU, corrisponde all’art. 47 della c.d. Carta di Nizza).
Sotto quest’ultimo aspetto, è innegabile la preferenza e la maggior confidenza dimostrata nel nostro paese nei confronti di metodi di definizione della lite che non rinuncino del tutto alla dimensione giudiziaria e legale o che vedano nell’affidamento finale alla decisione di un terzo imparziale il momento capace di porre termine al conflitto. Terzo imparziale comunque parziale... questo poi è un problema di ordine squisitamente etico e sociale di difficile soluzione.
Pertanto, gli ADR non sono la soluzione del problema ma solo uno dei rimedi molteplici che è necessario approntare per avviarci verso una risoluzione dello stesso. E, pertanto, mi permetto di dire che un primo punto fermo potrebbe consistere nel riconoscere la natura non meramente strumentale e accessoria delle forme conciliative di risoluzione delle liti.
In pratica, la giustizia alternativa dovrebbe essere seriamente l’altra faccia della giustizia.
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Nel “Discorso della Montagna” di Roscoe Pound, si legge: “Mettiti presto d’accordo col tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice, il giudice alla guardia e la guardia alla prigione”.
La questione dell’eccessiva durata dei processi, della giustizia del processo in se e della connessa dissatisfaction pubblica per l’amministrazione della giustizia venne sollevata negli Stati Uniti a partire dagli inizi del XX secolo ed è riconosciuta come una delle origini del movimento per gli ADR in quel paese. 
Da operatori del diritto bisogna pensare alle possibili vie per ridurre entro termini ragionevoli la durata dei processi giudiziari, attraverso un intervento diretto sui meccanismi, le prassi, le concezioni dominanti sul terreno della giustizia ordinaria, che potrebbero essere tre: 
- la via processuale, consistente nel ridurre drasticamente i tempi scanditi dalla legge che disciplina il processo; 
- la via giudiziaria in senso stretto, consistente nell’aumentare il numero dei giudici o nel razionalizzare al massimo il loro lavoro; 
- la via conciliativa, consistente nel limitare quanto più possibile l’accesso alla giurisdizione, senza pregiudicare quello alla giustizia (articolo 6 della CEDU, corrisponde all’art. 47 della c.d. Carta di Nizza). 
Sotto quest’ultimo aspetto, è innegabile la preferenza e la maggior confidenza dimostrata nel nostro paese nei confronti di metodi di definizione della lite che non rinuncino del tutto alla dimensione giudiziaria e legale o che vedano nell’affidamento finale alla decisione di un terzo imparziale il momento capace di porre termine al conflitto. Terzo imparziale comunque parziale... questo poi è un problema di ordine squisitamente etico e sociale di difficile soluzione.
Pertanto, gli ADR non sono la soluzione del problema ma solo uno dei rimedi molteplici che è necessario approntare per avviarci verso una risoluzione dello stesso. E, pertanto, mi permetto di dire che un primo punto fermo potrebbe consistere nel riconoscere la natura non meramente strumentale e accessoria delle forme conciliative di risoluzione delle liti. 
In pratica, la giustizia alternativa dovrebbe essere seriamente l’altra faccia della giustizia.

pubblicato il 04.25.19

L'Italia che Merita

Dobbiamo MERITARCI giornalmente il concetto di LIBERTÀ! ... Continua a leggereCompatta testo

Dobbiamo MERITARCI giornalmente il concetto di LIBERTÀ!

pubblicato il 04.24.19

L'Italia che Merita

Procediamo in giro per l’Italia, non per Merito, ma per il MERITO! ... Continua a leggereCompatta testo

Procediamo in giro per l’Italia, non per Merito, ma per il MERITO!

pubblicato il 04.24.19

L'Italia che Merita

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pubblicato il 04.23.19

L'Italia che Merita

Buongiorno a tutti amici, stamattina ho sfogliato appena sveglia le pagine degli organi di stampa nazionali e locali alla ricerca di un argomento accattivante da poter affrontare assieme a voi e su cui riflettere. Effettivamente tanti sono gli argomenti, non solo le dichiarazioni di Junker sull’Italia, le dichiarazioni di Papa Francesco sull’immigrazione, le dichiarazioni di Mattarella, il monito che ha inviato al Presidente della Camera e al Presidente del Senato circa i requisiti che dovrebbe avere questa istituenda Commissione di indagine sul sistema bancario italiano, le dichiarazioni di Tria, l’ennesimo atto vile perpetuato in danno di una donna per mano di un uomo in Sardegna e, infine, la presa di posizione dura del Ministro dei Beni Culturali circa il tentativo da parte di alcune regioni di acquisire a sé il patrimonio nazionale di alcune opere d’arte che, oggi, sono esclusivo appannaggio dello Stato, che sottintendono una spinta forte spinta autonomista da parte delle regioni cosiddette virtuose dell’Italia.
In realtà, invece, lo spunto di riflessione me lo da l’impegno che sto andando a svolgere stamattina, mi sto recando a Locri in un Ufficio Giudiziario del profondo Sud, sono di Cosenza, come voi sapete sono una nordista calabrese, perché Cosenza è la Provincia più a nord della Regione. Per arrivare a Locri percorrerò 159 km/h da Cosenza che non sono poi tanti se io fossi una lombarda sono, invece, tanti da calabrese perché impiegherò la bellezza di due ore e mezza percorrendo prima la A2. Ho già finito questo percorso, adesso mi trovo sull’Aspromonte, sto percorrendo una strada statale che più che strada sembra una mulattiera e sono indignata, non ve lo nascondo, sono indignata come calabrese, come cittadina perché per anni la classe politica non ha, pur ricoprendo dei ruoli apicali, coscientemente e, a questo punto, devo dire volontariamente, non ha messo mano al problema che affligge la Calabria: dei collegamenti tra una provincia e l’altra. Perché noi abbiamo un serio problema di infrastrutture che non è solamente dovuto alla posizione orografica della nostra regione ma al fatto che non si è mai pensato ad un progetto di realizzazione di una rete stradale degna di questo nome.
E non vi nascondo che quando alcuni cittadini italiani si lamentano e ostacolano la TAV io tra me e me penso “l’avessi io la TAV, l’avessi io da calabrese, non dico una TAV, ma un’autostrada seria e decorosa”. Perché sono indignata? Sono indignata appunto per questa incapacità della classe politica che è stata una incapacità voluta, non dovuta ad una mancanza di programmazione regionale, assolutamente no, è stata coscientemente mancata la ricerca di una soluzione.
Una soluzione che ovviamente è necessaria, è necessaria per l’economia della regione che è ricca di risorse ma che purtroppo non può utilizzare queste risorse soprattutto perché ha un sistema, ripeto viario, abbastanza precario ed è la ragione per la quale ho deciso da cittadina di scendere in campo come avrebbe detto qualcuno tanti anni fa. Ho deciso di dare il mio contributo perché non voglio essere più correa di questa situazione ed è per questo che credo in meritocrazia, che voglio che il nostro progetto si realizzi e che non rimanga solamente un sogno. Quello di far sì che, attraverso il nostro piccolo o grande contributo, noi possiamo risollevare le sorti delle nostre regioni, delle regioni più svantaggiate e chissà fra qualche anno qualcuno di noi potrà ricoprire un ruolo apicale e non sarò costretto a dichiarare che la crescita dell’Italia é pari a zero, ma dichiarerà che, grazie all’apporto di tanti giovani, di tanti professionisti, di tanti lavoratori italiani, l’Italia finalmente ha un piano industriale che può realizzare, offrendo lavoro ai tanti cittadini italiani, tamponando così quell’emorragia che oramai è in corso da tempo: l’emigrazione da parte degli italiani verso l’estero.
di AURELIA ZICARO
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Buongiorno a tutti amici, stamattina ho sfogliato appena sveglia le pagine degli organi di stampa nazionali e locali alla ricerca di un argomento accattivante da poter affrontare assieme a voi e su cui riflettere. Effettivamente tanti sono gli argomenti, non solo le dichiarazioni di Junker sull’Italia, le dichiarazioni di Papa Francesco sull’immigrazione, le dichiarazioni di Mattarella, il monito che ha inviato al Presidente della Camera e al Presidente del Senato circa i requisiti che dovrebbe avere questa istituenda Commissione di indagine sul sistema bancario italiano, le dichiarazioni di Tria, l’ennesimo atto vile perpetuato in danno di una donna per mano di un uomo in Sardegna e, infine, la presa di posizione dura del  Ministro dei Beni Culturali circa il tentativo da parte di alcune regioni di acquisire a sé il patrimonio nazionale di alcune opere d’arte che, oggi, sono esclusivo appannaggio dello Stato, che sottintendono  una spinta forte spinta autonomista da parte delle regioni cosiddette virtuose dell’Italia.
In realtà, invece, lo spunto di riflessione me lo da l’impegno che sto andando a svolgere stamattina, mi sto recando a Locri in un Ufficio Giudiziario del profondo Sud, sono di Cosenza, come voi sapete sono una nordista calabrese, perché Cosenza è la Provincia più a nord della Regione. Per arrivare a Locri percorrerò 159 km/h da Cosenza che non sono poi tanti se io fossi una lombarda sono, invece, tanti da calabrese perché impiegherò la bellezza di due ore e mezza percorrendo prima la A2. Ho già finito questo percorso, adesso mi trovo sull’Aspromonte, sto percorrendo una strada statale che più che strada sembra una mulattiera e sono indignata, non ve lo nascondo, sono indignata come calabrese, come cittadina perché per anni la classe politica non ha, pur ricoprendo dei ruoli apicali, coscientemente e, a questo punto, devo dire volontariamente, non ha messo mano al problema che affligge la Calabria: dei collegamenti tra una provincia e l’altra. Perché noi abbiamo un serio problema di infrastrutture che non è solamente dovuto alla posizione orografica della nostra regione ma al fatto che non si è mai pensato ad un progetto di realizzazione di una rete stradale degna di questo nome.
E non vi nascondo che quando alcuni cittadini italiani si lamentano e ostacolano la TAV io tra me e me penso “l’avessi io la TAV, l’avessi io da calabrese, non dico una TAV, ma un’autostrada seria e decorosa”. Perché sono indignata? Sono indignata appunto per questa incapacità della classe politica che è stata una incapacità voluta, non dovuta ad una mancanza di programmazione regionale, assolutamente no, è stata coscientemente mancata la ricerca di una soluzione.
Una soluzione che ovviamente è necessaria, è necessaria per l’economia della regione che è ricca di risorse ma che purtroppo non può utilizzare queste risorse soprattutto perché ha un sistema, ripeto viario, abbastanza precario ed è la ragione per la quale ho deciso da cittadina di scendere in campo come avrebbe detto qualcuno tanti anni fa. Ho deciso di dare il mio contributo perché non voglio essere più correa di questa situazione ed è per questo che credo in meritocrazia, che voglio che il nostro progetto si realizzi e che non rimanga solamente un sogno. Quello di far sì che, attraverso il nostro piccolo o grande contributo, noi possiamo risollevare le sorti delle nostre regioni, delle regioni più svantaggiate e chissà fra qualche anno qualcuno di noi potrà ricoprire un ruolo apicale e non sarò costretto a dichiarare che la crescita dell’Italia é pari a zero, ma dichiarerà che, grazie all’apporto di tanti giovani, di tanti professionisti, di tanti lavoratori italiani, l’Italia finalmente ha un piano industriale che può realizzare, offrendo lavoro ai tanti cittadini italiani, tamponando così quell’emorragia che oramai è in corso da tempo: l’emigrazione da parte degli italiani verso l’estero.
di AURELIA ZICARO

pubblicato il 04.22.19

L'Italia che Merita

Usiamo meno plastica possibile e prestiamo attenzione a non disperderla nell’ambiente. Una piccola attenzione da parte di tutti e potremmo viviere in un mondo migliore e pulito. Dio, la natura, o quello che credi, ci ha donato questo pianeta, distruggerlo è il peccato più grande che possiamo fare. ... Continua a leggereCompatta testo

pubblicato il 04.19.19

L'Italia che Merita

Cari amici di Meritocrazia,
Questo intervento non può che essere dedicato ai tragici fatti di Parigi ed, in particolare, al rogo che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, simbolo mondiale indiscusso della magnificenza architettonica e della cultura europea, pietra miliare dell'immaginario collettivo, da sempre icona della grandezza umana e della imperturbabilità al trascorrere del tempo.
Tutti noi ne abbiamo varcato fisicamente o virtualmente la soglia almeno una volta nella vita, perchè tanta è da sempre considerata la bellezza ed il fascino di tale opera d'arte, che la stessa ha ispirato eccezionali pellicole, serie televisive, leggende, romanzi, documentari e finanche indimenticabili classici animati.
Ebbene, inevitabilmente, vedere crollare la guglia centrale ed il tetto dell'intera navata tra fiamme devastanti, lacrime dei cittadini e suono assordante delle sirene dei mezzi di soccorso intervenuti, davvero ci riempie di tristezza e di dolore, perchè, attoniti, assistiamo all'ennesima distruzione di uno dei nostri pilastri culturali e finanche morali, consapevoli che con la rovina dell'edificio cadono anche molte delle nostre certezze, dei nostri capisaldi, di quelle icone della solidità della storia e della nostra presenza sul Pianeta e la mente corre veloce ad altre sciagure estere, come il crollo delle Twin Towers ma anche tristemente nostrane, ricorrendo non più di dieci giorni fa il decennale del devastante terremoto de L'Aquila.
Ma sono queste le occasioni in cui, immancabilmente, riscopriamo anche la grandezza del genere umano, la forza della solidarietà e dei più nobili sentimenti che sembrano sepolti sotto le nostre macerie morali derivanti da una quotidianità che sembra apparire sempre più egoistica, cinica, spietata.
Ed allora il seme della speranza che rifiorisce in questi tragici momenti è il vero dato positivo che deve spronarci a ripensare il modo di vivere il nostro tempo, perchè non è ammissibile che le migliori qualità dell'uomo emergano solo in situazioni di shock, di tragedia, di mutamenti epocali, ma è necessario che eventi come quello di Parigi ci insegnino a ricostruire al più presto non tanto e non solo l'architettura monumentale, quanto piuttosto l'architettura valoriale, culturale e sociale del nostro viver quotidiano, perchè questa deve essere la vera sfida collettiva, altrimenti non potremmo che ritenerci complici del crollo sociale, ipotesi questa certamente meno roboante ma dall'effetto immancabilmente più devastante di qualsiasi altro evento materiale.
Oggi siamo tutti parigini, ma ricordiamoci anche che ogni giorno siamo tutti cittadini!
Di PAOLO PATRIZIO
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Cari amici di Meritocrazia,
Questo intervento non può che essere dedicato ai tragici fatti di Parigi ed, in particolare, al rogo che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, simbolo mondiale indiscusso della magnificenza architettonica e della cultura europea, pietra miliare dellimmaginario collettivo, da sempre icona della grandezza umana e della imperturbabilità al trascorrere del tempo.
Tutti noi ne abbiamo varcato fisicamente o virtualmente la soglia almeno una volta nella vita, perchè tanta è da sempre considerata la bellezza ed il fascino di tale opera darte, che la stessa ha ispirato eccezionali pellicole, serie televisive, leggende, romanzi, documentari e finanche indimenticabili classici animati.
Ebbene, inevitabilmente, vedere crollare la guglia centrale ed il tetto dellintera navata tra fiamme devastanti, lacrime dei cittadini e suono assordante delle sirene dei mezzi di soccorso intervenuti, davvero ci riempie di tristezza e di dolore, perchè, attoniti, assistiamo allennesima distruzione di uno dei nostri pilastri culturali e finanche morali, consapevoli che con la rovina delledificio cadono anche molte delle nostre certezze, dei nostri capisaldi, di quelle icone della solidità della storia e della nostra presenza sul Pianeta e la mente corre veloce ad altre sciagure estere, come il crollo delle Twin Towers ma anche tristemente nostrane, ricorrendo non più di dieci giorni fa il decennale del devastante terremoto de LAquila.
Ma sono queste le occasioni in cui, immancabilmente, riscopriamo anche la grandezza del genere umano, la forza della solidarietà e dei più nobili sentimenti che sembrano sepolti sotto le nostre macerie morali derivanti da una quotidianità che sembra apparire sempre più egoistica, cinica, spietata.
Ed allora il seme della speranza che rifiorisce in questi tragici momenti è il vero dato positivo che deve spronarci a ripensare il modo di vivere il nostro tempo, perchè non è ammissibile che le migliori qualità delluomo emergano solo in situazioni di shock, di tragedia, di mutamenti epocali, ma è necessario che eventi come quello di Parigi ci insegnino a ricostruire al più presto non tanto e non solo larchitettura monumentale, quanto piuttosto larchitettura valoriale, culturale e sociale del nostro viver quotidiano, perchè questa deve essere la vera sfida collettiva, altrimenti non potremmo che ritenerci complici del crollo sociale, ipotesi questa certamente meno roboante ma dalleffetto immancabilmente più devastante di qualsiasi altro evento materiale.
Oggi siamo tutti parigini, ma ricordiamoci anche che ogni giorno siamo tutti cittadini!
Di PAOLO PATRIZIO

pubblicato il 04.18.19

L'Italia che Merita

In meritocrazia non vorrei mai ritrovare gente che si lamenta, che recrimina, accusa, che si autocommisera; non vorrei ritrovare quella protesta sterile di chi vede il problema ma non rintraccia la soluzione.
Diceva Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Penso che questa sia una frase che racchiude tutto il senso del vivere civile, significa... non stare fermo, non aspettare che lo faccia un altro, fallo tu!
Un genitore potrà sempre costringere un figlio a studiare (“stai sulla sedia, non ti alzare fino quando non hai finito”), oppure potrà insegnare, con l’esempio e le giuste parole, che strumento può essere oggi la cultura, la conoscenza!Ecco, io sceglierei la seconda.
La verità è che noi non potremo mai incidere sugli altri, ma possiamo sempre decidere per noi… e allora agiamo da persone per bene, da persone rette anche attraverso piccoli gesti che possono essere, però, significativi, esemplari per chi ci sta vicino. Rispettiamo l’ambiente, non consumiamo le nostre risorse, rispettiamo e salvaguardiamo i più deboli, gli altri, soffermiamoci, riflettiamo, non agiamo di fretta, di impulso. Io direi che dobbiamo dare un messaggio positivo ai nostri prossimi, non tanto con le parole ma con i fatti, con i gesti. E’ quello che facciamo che ci qualifica. Allora ogni giorno ognuno di noi può fare una scelta al posto di un’altra: lasciare a casa la macchina e prendere la bici o fare una passeggiata, prendere un bicchiere di vetro e non quallo di plastica, lasciare il telefono in borsa quando si è a tavola, ascoltare chi ci sta vicino. Cerchiamo di insegnare qualcosa con il buon esempio e speriamo che gli atri facciano altrettanto.
Viviamo consapevoli che non esiste un problema senza una soluzione, basta semplicemente trovarla, vederla.
Penso che le parole chiave oggi sono proporre e fare: sono azioni attive, commissive, non c’è uno stare fermi, uno stare a guardare. Vuol dire che c’è bisogno di una rivoluzione, perché quello che ci consegnano i telegiornali e i giornali è sconcertante, ci consegnano una società immorale dove i più piccoli deridono e umiliano i deboli, i compagni; dove si uccide lo sconosciuto che ha una faccia allegra, soddisfatta, compiaciuta; dove si massacra di botte la moglie, la madre dei figli, perché è autonoma, indipendente, emancipata. Questa è una società in cui non mi rivedo più.
Allora se vogliamo una vera rivoluzione che non sia solo politica o economica, ma anche morale e sociale, facciamo che inizi con noi, facciamo che siamo noi la rivoluzione!
Di CHIARA ROMANO
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In meritocrazia non vorrei mai ritrovare gente che si lamenta, che recrimina, accusa, che si autocommisera; non vorrei ritrovare quella protesta sterile di chi vede il problema ma non rintraccia la soluzione.
Diceva Gandhi “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Penso che questa sia una frase che racchiude tutto il senso del vivere civile, significa... non stare fermo, non aspettare che lo faccia un altro, fallo tu!
Un genitore potrà sempre costringere un figlio a studiare (“stai sulla sedia, non ti alzare fino quando non hai finito”), oppure potrà insegnare, con l’esempio e le giuste parole, che strumento può essere oggi la cultura, la conoscenza!Ecco, io sceglierei la seconda.
La verità è che noi non potremo mai incidere sugli altri, ma possiamo sempre decidere per noi… e allora agiamo da persone per bene, da persone rette anche attraverso piccoli gesti che possono essere, però, significativi, esemplari per chi ci sta vicino. Rispettiamo l’ambiente, non consumiamo le nostre risorse, rispettiamo e salvaguardiamo i più deboli, gli altri, soffermiamoci, riflettiamo, non agiamo di fretta, di impulso. Io direi che dobbiamo dare un messaggio positivo ai nostri prossimi, non tanto con le parole ma con i fatti, con i gesti. E’ quello che facciamo che ci qualifica. Allora ogni giorno ognuno di noi può fare una scelta al posto di un’altra: lasciare a casa la macchina e prendere la bici o fare una passeggiata, prendere un bicchiere di vetro e non quallo di plastica, lasciare il telefono in borsa quando si è a tavola, ascoltare chi ci sta vicino. Cerchiamo di insegnare qualcosa con il buon esempio e speriamo che gli atri facciano altrettanto.
Viviamo consapevoli che non esiste un problema senza una soluzione, basta semplicemente trovarla, vederla.
Penso che le parole chiave oggi sono proporre e fare: sono azioni attive, commissive, non c’è uno stare fermi, uno stare a guardare. Vuol dire che c’è bisogno di una rivoluzione, perché quello che ci consegnano i telegiornali e i giornali è sconcertante, ci consegnano una società immorale dove i più piccoli deridono e umiliano i deboli, i compagni; dove si uccide lo sconosciuto che ha una faccia allegra, soddisfatta, compiaciuta; dove si massacra di botte la moglie, la madre dei figli, perché è autonoma, indipendente, emancipata. Questa è una società in cui non mi rivedo più.
Allora se vogliamo una vera rivoluzione che non sia solo politica o economica, ma anche morale e sociale, facciamo che inizi con noi, facciamo che siamo noi la rivoluzione!
Di CHIARA ROMANO

pubblicato il 04.17.19

L'Italia che Merita

Un tema da esaminare è quello della corruzione, riferito ad ogni tipo di illecito: abuso d’ufficio, peculato, violazione di legge sul finanziamento dei partiti, ricettazione e corruzione, sebbene in un’accezione squisitamente amministrativa.
Un fenomeno ormai dilagante in tutto il nostro paese.
È chiaro che c’è una scarsa fiducia da parte dei cittadini nei confronti dello Stato soprattutto per le numerose e incessanti segnalazioni dei fenomeni di corruzione.
E', dunque, doveroso soffermarsi sulle ricadute che questa “malattia” attua nel nostro paese.
Bisogna partire dal presupposto che quando il danno ormai si è prodotto, causando una totale sfiducia del popolo nei confronti dello Stato, ci troviamo già in una fase che impone, al più, di curare le conseguenze, ricorrendo al lato penalistico della questione di cui si tratta, ovvero all’individuazione delle fattispecie da sanzionare, all’intervento giudiziario.
Ed allora la mala administration dovrebbe essere arginata,
intervenendo in maniera fattiva in un momento antecedente il perpetrarsi del danno; bisogna agire, dunque, in maniera incisiva con strumenti tecnici di supporto altamente risolutivi.
Siamo tutti ben consci di come i fenomeni di corruzione siano frequenti e logoranti in alcuni ambiti ben delineati, segnatamente in relazione ai contratti, urbanistica, finanziamenti pubblici, assunzioni, ecc.
È agevole desumere che sono settori che attengono prevalentemente all’esercizio dei poteri autoritativi della pubblica amministrazione.
Si tratta di fenomeni di corruzione che si affacciano rapidamente nel panorama nazionale soprattutto quando si verificano trasferimenti di funzioni pubbliche dal centro alla periferia, provocando, senza dubbio alcuno, un accentramento del fenomeno della corruzione.
Perché accade?
Perchè quando il potere si diffonde passando in periferia, è gioco forza che subentrino nei “meccanismi dei poteri” persone che hanno un bagaglio di competenze non altamente qualificato. A volte neanche qualificato.
Probabilmente sono persone, queste ultime, che senza loro colpa provengono da classi sociali disagiate, dove i valori etici e morali non sono stati trasmessi ed inculcati sin dall’infanzia.
Ma siamo certi che il fenomeno della corruzione morale si possa riscontrare solo perché alimentato dalla stessa provenienza sociale?
Ed allora, nella ricerca di una soluzione adeguata per la risoluzione di tale problema,
si può ipotizzare la previsione per tutti di un codice di comportamento etico e morale.
Ma anche questa ipotesi pone dei dubbi.
Siamo sicuri che sia sufficiente e soprattutto che il paventato codice venga attuato congiuntamente alle relative sanzioni severe che lo stesso deve necessariamente prevedere?
Ritengo che oggi il nostro compito sia quello di porci questi interrogativi cercando di trovare delle adeguate e risolutive risposte.
di AMALIA SIMARI
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pubblicato il 04.16.19

L'Italia che Merita

Parlando di Meritocrazia si punta alla Sostanza, ma credo che se è vero che l’abito non fa il Monaco, altrettanto vero è che il monaco lo si riconosce dall’abito: quindi lascio la Sostanza al significato proprio del Merito e punto alla Forma.
Ritengo fondamentale identificare una scaletta di principi e valori che dovranno ambire a guidare tutto il Movimento e l’attività dello stesso, perché è più che opportuno soffermarci sul metodo che si adopera: in Meritocrazia il fine non giustifica i mezzi e anzi, sono i mezzi a doverne qualificarne il Fine.
Forse sarebbe un po’ per tutti - e mi riferisco generalmente al contesto complessivo nel quale oggi viviamo - ora di ritrovare il valore dell’educazione, del rispetto, del porsi all’attenzione e all’ascolto degli altri; del capire gli altri, del cogliere tutto il lavoro che c’è alle spalle dell’attività di ciascuno.
Oggi guardiamo probabilmente un po’ troppo l’erba del vicino, decantando sempre quanto essa sia più verde, rigogliosa e facilitata. Vediamo del manager l’agio, del professionista la libertà, dell’impiegato la mancata responsabilità, dell’operaio gli orari certi... ma sono tutte visioni riduttive, spesso false o falsate, legate all’individualismo e ad un modo di vivere che ci ha portato a pensare prima all’orticello nazionale, poi all’orticello di famiglia... adesso addirittura siamo all’orticello individuale.
Io credo che per ritornare a parlare sostanzialmente di temi importanti e affinchè questi temi vengano realmente colti, il primo strumento che Meritocrazia deve imporsi è quello dell’ascolto: un metodo diverso da quello tipicizzato negli ultimi anni; discostarsi da un fare aggressivo, che pretende di comandare e pretende di dire agli altri quello che devono pensare, quello in cui devono credere.
Meritocrazia è un contenitore che raccoglie ciò che i Meritevoli hanno da suggerirci e che li guida, perché questa è l’altra cosa che manca: il metodo passa dalla guida, una guida preparata, competente, responsabile eticamente e professionalmente.
Meritocrazia già possiede in tal senso una ricchezza di tecnici e di intelligenze, che dovranno aiutarci a guidare il faro con metodo e con stile (perché anche lo Stile ha sempre saputo distinguere l’Italia). Un nuovo gruppo di persone, insomma, che si ponga in una maniera diversa per ottenere, finalmente, cose diverse.
Perché solo il Fine più nobile Merita di farsi voce delle eccellenze.
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pubblicato il 04.15.19

L'Italia che Merita

Da un po’ di giorni quando la mattina accompagno i miei figli a scuola, faccio leggere a turno le notizie più importanti del giorno e la loro percezione è che ci sia sempre un nemico da abbattere, un fenomeno da distruggere. Insomma, c’è sempre violenza, anche nel modo di dare le notizie.
Solo negli ultimi dieci giorni abbiamo avuto la proposta di castrare chimicamente gli stupratori, l’approvazione della legge che ha abolito il rito abbreviato per i reati che prevedono l’ergastolo, la riforma della legittima difesa percepita come una sorta di licenza a farsi giustizia da soli, un ulteriore inasprimento delle pene per alcuni reati predatori, il codice rosso per le donne vittime di reato e potrei continuare così quasi all’infinito.
Se tutto questo paga chi ha ideato tali riforme poichè il continuo bombardamento con notizie negative aumenta il senso di insicurezza dei cittadini che il più delle volte plaudono gli interventi improntati al rigore, dall’altro lato viene in evidenza il rovescio della medaglia. Solo due giorni fa, il Consiglio d’Europa, ci ha nuovamente ripresi per l’elevato numero di suicidi nelle carceri, per una esponenziale crescita del sovraffollamento carcerario e per il sempre più elevato numero di detenuti in attesa di giudizio. A ciò si aggiunge il sempre più elevato tasso di recidiva dovuto ad un sistema che si alimenta solo con l’inasprimento delle pene e del rigore.
Cosa fare quindi? Qual è il nostro metodo di intervento? Formiamoci e formiamo gli altri a partire dai bambini, a promuovere i valori dell’amore per il prossimo, del bello, della cultura, del bene comune, del rispetto per l’altro.
La risposta più bella l’ho avuta proprio da mio figlio a proposito di quelle notizie lette. “ Papà ma tu non hai sempre detto che la pena non deve essere una vendetta, ma una risposta a chi ha sbagliato che tenda a rieducarlo?”
Ecco, questo gruppo mi sta insegnando che le cose vanno cambiate con lo studio, con l’approfondimento, con la capacità di ascolto, con il metodo, ma soprattutto con tanta umiltà perché nessuno è depositario della verità assoluta.
di ALFONSO QUARTO
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pubblicato il 04.13.19

L'Italia che Merita

13 Aprile 2019 - IL VALORE DEL MERITO ... Continua a leggereCompatta testo

pubblicato il 04.12.19

L'Italia che Merita

Meritocrazia una parola che fa pensare d’impulso al mondo del lavoro, pubblico e privato, collegata ad un sistema che premia le capacità degli individui che lo compongono, in un ambiente in cui, non solo le assunzioni, ma anche la carriera e gli stipendi dipendono dalle capacità reali dei lavoratori. In questo sistema prebende e clientelismi non hanno la meglio.
Per quel che concerne la Pubblica Amministrazione è sensazione abbastanza diffusa che sia contenitore poco meritocratico. Ma la sfiducia collettiva nell’operato della P.A. e nei suoi organi rappresenta una quercia che si mette di traverso sulla strada della meritocrazia e del buon andamento amministrativo. E allora affinchè la P.A. sia efficace ed efficiente è necessaria, prima ancora delle riforme legislative, una riforma/rivoluzione culturale esterna ed interna alla stessa, che conduca ad una rivisitazione concreta dei processi del lavoro pubblico secondo criteri moderni, caratterizzati da lungimiranza strategica e capaci di valorizzare le risorse umane a disposizione, motivandole.
Tali processi devono essere, dunque, diretti a produrre effetti virtuosi attraverso strumenti volti a far emergere le qualità (si consideri una adeguata formazione continua) e, quindi, a riconoscerle, non a soffocarle, con l’effetto di tutelare la dignità professionale e di compensare adeguatamente e valorizzare chi si assume responsabilità professionali anche di natura penale.
E se pensiamo, in generale, ai tecnici (ingegneri, avvocati, contabili, ecc.), altro effetto derivato sarebbe la presenza all’interno della P.A. di personale qualificato e motivato, a tutto vantaggio della qualità dell’azione amministrativa.
Tutto ciò ha dei costi, certo, ma l’aggravio di spesa connesso, di fatto, risulta infondato in quanto la spesa per mantenere adeguati corpi tecnici potrebbe essere contenuta in cifre ragionevoli e comporterebbe d’altra parte un risparmio, limitando il ricorso in maniera sistematica a consulenze esterne che rappresentano voci cospicue sui bilanci degli enti.
Da evitarsi accuratamente è, invece, qualsiasi forma di aumento e riconoscimento indiscriminato, “a pioggia”, privo di riferimento a criteri appunto meritocratici.
Meritocrazia nel contesto del lavoro pubblico e privato è, anche, concetto di rottura rispetto al sistema dell’indistintamente uguali.
di CATIA SCIGLIANO
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pubblicato il 04.11.19

L'Italia che Merita

Buongiorno.
Personalmente ritengo che l’Italia abbia profondamente bisogno di riscoprire e tutelare i valori dei quali con un’unione di forze ci facciamo ambasciatori.
E’evidente la necessità, la sete, il bisogno impellente di Meritocrazia nel nostro Paese, di come debba tornare ad essere un valore fondante, nonché un diritto.
E’necessario sostituire una classe dirigente che ha fatto il suo tempo, che ha dato man forte ad uno dei più grandi mali che attanagliano l’Italia, la corruzione. Che rappresenta quel baluardo duro a morire della malapolitica degli anni Settanta e Ottanta di cui sono reduci o eredi.
Si parla di continuo di debito pubblico come fosse un incidente di percorso. Invero, se oggi abbiamo un deficit pari al 132,1% è perché non è stato posto un freno ad esso proprio trenta, quaranta anni fa, quando era molto più agevole farlo, ma sconveniente ai fini del consenso. In quegli anni, il debito veniva compensato dalla crescita economica, ma era anche noto che sarebbe ricaduto sulle generazioni a venire.
I temi da approfondire sarebbero molteplici. Meritocrazia significa anche ripristinare il ruolo storicamente centrale dell’Italia in Europa in qualità di Paese fondatore dell’Unione Europea.
Questo può avvenire principalmente potenziando tre macro-aree.
Come accennavo precedentemente, con il contrasto alla corruzione. Questo è uno dei campi in cui i dati ci causano perdita di credibilità dinanzi alle Istituzioni europee. Si tratta di un aspetto fondamentale ai fini di una solidità politica, poiché non riguarda più informazioni attenzionate solo dagli esperti del settore, ma anche dai cittadini. Un esempio recente è la vittoria di Zuzana Caputova in Slovacchia, prima donna Presidente del Parlamento slovacco. I capisaldi della sua battaglia politica sono stati: anticorruzione e salvaguardia ambientale.
La lotta al terrorismo. Molte le notizie fuorvianti su questa tematica. Le ragioni del fatto che non siamo stati ancora colpiti da attentati, risiedono nella protezione che ci viene garantita da ottimi strumenti legislativi di contrasto sviluppati negli anni del terrorismo interno, negli anni di piombo. Siamo avanti a molti paesi europei in questo campo e potremmo essere capofila di progetti importanti.
La valorizzazione del “Made in Italy”. L’italianità stessa è la nostra eccellenza. Oltre ad essere espressione di fatto di piccole e medie imprese che operano nei settori più svariati, abbiamo brand che tutto il mondo ci invidia e che stiamo svendendo agli stranieri. E’ un patrimonio che merita di essere tutelato e protetto adeguatamente.

di VALERIA MARINUK
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Effettivamente all’estero il “Made in Italy” è qualcosa di straordinario, l’ho visto con i miei occhi! sarebbe una grande perdita per tutti noi la scomparsa definitiva di questo patrimonio che ci distingue ovunque! mi auspico, che il mondo non si renda conto che ormai i veri ARTIGIANI del settore...stanno sparendo! che non ci sono più le MANI Italiane a seguire le belle tradizioni!!! Sarebbe una perdita non indifferente per la ns. economia! In prima persona ho cercato di portare il Made in Italy all’estero, senza successo, perché mi costava molto di più farmi produrre dagli italiani che comprare mano d’opera estera! Con quest’ultimi, il prezzo diventava molto più proficuo per il mio business!!! Ed io non volevo rinunciare alla impeccabilità... purtroppo, solo chi ha già creato un brand riesce a piazzare molto bene una qualità che a volte scarseggia! Diciamolo a volte vende solo il nome! questo vorrei che capissero i ns. artigiani! qualcuno ci guadagna con la ns. Storicità! Qui invece, stiamo comprando e vendendo...!!!🤷🏻‍♀️ Che dire nel mondo dei serramenti!!! Lo sapete in quante falegnamerie sono sparite!!! Si compra e si vende praticamente solo PVC!!! Prodotto ovviamente all’estero!!! Poche sono le ditte che fanno assemblaggio in Italia 🇮🇹 che successivamente vendono come prodotto italiano! Da lì parte l’immaginario collettivo che sono prodotte al 100% nel territorio! Questo però, mette in crisi i piccoli laboratori! Qualcuno deve informare alla collettività: scegliere il “Made in Italy” è importante per tutti!!! Altrimenti chiudono le piccole imprese, come sta già succedendo; soffocate dalla competitività estera che ovviamente prende il sopravvento! Non possiamo vivere in Italia pagandoci una vita alla Italiana che ormai non c’è più, in realtà stiamo mangiando (i kiwi 🥝 dell’Olanda 🤔quando abbiamo il territorio del Lago di Garda...) vestendo (“Made in Cina”😳avendo le ns. sarte...) e vivendo in case con tutto di plastica! (finestre in pvc pavimenti in laminatino porte in laminatino avvolgibile in pvc 😱avendo dei veri artigiani del legno e non solo!) così vivono gli Italiani che comprano oggi! Con tutto “finto”! Ma, la tassazione ecc. quella però è completamente vera! Soffermiamoci di più qui per favore! Occorre dare valore al MERITO.

pubblicato il 04.10.19

L'Italia che Merita

....Meritocrazia è un elemento di rottura rispetto al criterio degli indistintamente uguali ... ... Continua a leggereCompatta testo

pubblicato il 04.10.19

L'Italia che Merita

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pubblicato il 04.10.19

L'Italia che Merita

Buongiorno Meritocrazia,
la parola che potrebbe accomunare tutte le tematiche trattate nei nostri discorsi fino ad oggi, potrebbe essere responsabilità. Quella responsabilità che noi tutti sentiamo come un’inarrestabile forza motrice e che di fatto è stato il nostro comune denominatore nella creazione e nell’aggregazione a questo Movimento.
Ad un certo punto tutti noi, ognuno con il proprio percorso, la propria storia, la propria realtà, ha avvertito l’insopprimibile necessità di dover tentare d’invertire la rotta, di provare a modificare quella deriva valoriale e culturale che sta attanagliando il nostro meraviglioso Paese, mediante la proposizione di un nuovo percorso e di una diversa modalità di dedicarsi alla cosa pubblica, al bene comune, che rifugga dalla logica dello scontro ad ogni costo, preferendo la ricerca del dialogo costruttivo fondato sulla sostanza delle idee e delle soluzioni prospettiche, sull’importanza del percorso, della formazione e del bilanciamento sociale.
Oggi potremmo raccogliere sulla nostra piattaforma, in una sorta di sfera delle idee questi principi cardine di merito, equità sociale, istruzione, metodo, fare, proporre, identità, libertà, integrazione, responsabilità e tutti quelli che si svilupperanno nel proseguo. In tal modo si evidenzierebbe una sorta di canovaccio concettuale di presentazione del nostro movimento che possa avere anche un agevole linkaggio alle espressioni chiave in esso inserite così da essere fungibile.
Concludo richiamando le parole di un celebre film di Christopher Nolan: “Nessuna idea è semplice quando devi inventarla nella mente di un’altra persona, ma di fatto è l’idea che è il parassita più resistente; perché una singola idea nella mente può costruire città, trasformare il mondo e descrivere tutte le altre idee”.
di PAOLO PATRIZIO
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pubblicato il 04.08.19

L'Italia che Merita

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pubblicato il 04.03.19

L'Italia che Merita

GIORNI IN MERITOCRAZIA
Imparo ogni giorno da voi la qualità del confronto, l’utilità dello scontro, la caparbietà di crederci quando la speranza è ormai ovunque sinonimo di resa.
Le bellissime parole che avete sempre per me (e che io mai merito) leggetele questa sera, ognuno di voi, come se fossero rivolte a voi: perché lo sono.
Il mio parlare ha senso perché qualcuno ha prestato orecchio, come la scarpa serve al piede; il mio parlare ha acquistato valore perché qualcuno ha prestato cuore, come la scarpa speciale si qualifica per il piede difficoltoso.
Chi mi conosce sa bene che l’esser mielosi non mi appartiene ma forse, dei tanti che non ho, mi riconosco il merito di aver creduto da subito al potenziale palco che rappresenta questo Gruppo, un palco in cui chi si permette di chiedere scena e raccontare un sogno viene ascoltato, incoraggiato, se necessario contrastato ma sempre con il fine di vedere quel sogno spiegato, condiviso, finanche (si pensi...!) realizzato.
Perché su questo palco, oggi grazie a tutti voi, non c’è paura di essere ridicolizzati a prescindere dalla validità del sogno.
Perché su questo palco, oggi grazie a tutti voi, ogni sogno riacquista nel suo valore la dignità ancorata alla vita reale.
Perché su questo palco, oggi grazie a tutti voi, quel Sogno è condiviso, ed è trasformare il posto meraviglioso ove ci è dato vivere in una dimensione equa, dove la felicità rappresenti la tara della bilancia.

Credo nel nostro Movimento, nel moto che sta nascendo.
Vi ho spesso detto che mi considero l’ultimo degli ultimi: non per scontata e vomitevole modestia, ma perché l’umiltà è da sempre il metro sulla base del quale misuro il mio possibile migliorarmi. Così mi è stato insegnato, e certi insegnamenti non li trasformi (fortunatamente) nemmeno se sei Brachetti.

Siete un Gruppo per cui vale la pena prestare attenzione e, da ultimo degli ultimi, di cui guardare a dovere le spalle, ogni tanto urlando la _mia_ dal loggione...
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pubblicato il 04.01.19

L'Italia che Merita

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Save the date!

pubblicato il 03.31.19

L'Italia che Merita

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pubblicato il 03.30.19

L'Italia che Merita

Meritocrazia include tutto ciò che è ragionevole, etico e tecnicamente supportabile. ... Continua a leggereCompatta testo

pubblicato il 03.29.19

L'Italia che Merita

...In questo particolare momento storico di palese disaffezione sociale ed identitaria che affligge l'intera Nazione, la sfida che vogliamo cogliere è quella di proporre un progetto aggregativo, fondato sulla valorizzazione del merito (non autoreferenziale ma come opportunità per chi ha caratteristiche e capacità importanti che potranno avvantaggiare l’intera comunità), dell'impegno e del buon esempio, creando un contenitore che possa fungere da spazio concreto di dialogo costruttivo e propositivo, e che possa rappresentare un laboratorio di idee e di progetti in cui far confluire tutti coloro che hanno una storia da raccontare, soluzioni da proporre, iniziative da segnalare od esperienze virtuose da condividere; in una parola, vogliamo ridare voce a l'Italia che merita, perchè siamo convinti che le energie del Paese siano elevate e di prestigio e che sia giusto offrire un messaggio di speranza e positività, mettendosi al servizio di chi ha molto da condividere ma che non riesce sempre a veicolare con la giusta cassa di risonanza, perchè impossibiltato dall'assenza di adeguati mezzi e luoghi di rappresentazione mediatica. Il popolo delle partite IVA non può non mettersi al servizio del proprio paese, dando un contributo costruttivo e non solo di mera critica e di distruzione. È giunto il momento della coesione dove ognuno deve dare il proprio apporto in base alla specificità professionale e l’identikit formativo.
Speriamo che sia anche il mezzo per creare una società equa, eticamente corretta e volta alla reale tutela ambientale.
Siamo aperti ad ogni contributo e sollecitazione perché meritocrazia vuol dire prima di tutto essere al fianco del più deboli e dei più indifesi ...
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Noi ci stiamo provando...

pubblicato il 03.28.19

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pubblicato il 03.28.19

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pubblicato il 03.28.19

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Costruiamo l’Italia del Merito e dell’Equità... ... Continua a leggereCompatta testo

pubblicato il 03.28.19

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pubblicato il 03.28.19

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