Parliamo di lavoro

Parliamo di lavoro

Cari Amici,

ieri il nostro amato Presidente mi ha chiesto di intervenire nella rubrica “La Curve delle idee”, che pertanto, oggi, vorrei incentrare su di una tematica a me molto cara e che ritengo potrà essere, a ragione, uno dei pilastri fondamentali cui declinare parte della strategia comunicativa del movimento meritocratico.

Mi riferisco, in particolare, al tema del LAVORO, tanto caro alla nostra stessa Carta Costituzionale, che, non a caso esordisce scandendo che “l’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro”, così richiamando tale principio cardine dell’ossatura del nostro ordinamento nell’incipit stesso del proprio testo, finanche postponendo a tale basilare valore il concetto stesso di Sovranità che appartiene al popolo.

Senonchè e come a tutti noi tristemente noto, a cotanta altisonanza concettuale fa da controaltare una realtà fattuale davvero desolante, se solo si considera che, stanto agli ultimi dati Istat, nel nostro Paese le persone che vorrebbero lavorare ammontano a 6,4 milioni ed il fenomeno Neet (giovani che non studiano e non lavorano) è in aumento e riguarda 2,2 milioni di ragazzi.

Ed allora non possiamo non chiederci in cosa abbiano peccato i principali modelli economico/scientifici posti alla base delle compiute scelte riformiste degli ultimi anni e quali siano state le errate politiche del lavoro che hanno contraddistinto e segnato l’evoluzione del vigente assetto nostrano.

Ebbene, a mio modestissimo parere, gli errori di fondo commessi sono stati sostanzialmente due:

il primo, è stato l’aver ritenuto, negli anni in cui c’è stato il dibattito sulla cosiddetta ‘flessibilizzazione’ del mercato del lavoro, che non fosse un errore introdurre elementi di flessibilità, in nome della promessa di creazione di maggiore occupazione e di un conseguente immediato rilancio economico della produttività e del fare impresa.
Senonchè “…. le riforme che rendono più agevole il licenziamento dei lavoratori a tempo indeterminato non hanno mediamente effetti statisticamente significativi sull’occupazione e sulle altre variabili macroeconomiche”, come finalmente acclarato anche dal FMI, dall’Ocse e da tutte le principali organizzazioni internazionali

il secondo errore, è stato di aver pensato che sui giovani si potesse fare più facilmente macelleria sociale, cioè che si potesse infliggere precarietà solo sui giovani, risparmiando quasi tutti gli altri settori e si ci è illusi che ritoccare il tempo di ingresso nella vita adulta attraverso la precarietà fosse ininfluente sulla qualità della vita e delle relazioni sociali dei giovani.
Ma la vita ci insegna come i costi della precarietà che si collegano al rinvio della professione e dell’esperienza di lavoro securizzante comportino a cascata:

dei costi psicologici, posto che, se si allungano innaturalmente i tempi, non con il consenso dei giovani, ma perché lo impone la crisi del mercato del lavoro, è impossibile non immaginare che questo determini una situazione di stress, di difficoltà esistenziale, di dipendenza dalla famiglia, situazione che non è detto sia accettata così tacitamente come amiamo dire. A questo proposito è buona una frase che dice: ‘sento parlar bene del lavoro flessibile, ma tutti quelli che ne parlano hanno il posto fisso’;
dei costi economici, in termini di salute, pensione, capacità di spendita economica. Un giovane che non ha avuto esperienza di vita e di ruolo paragonabile alle generazioni che lo hanno preceduto è in una situazione che si tradurrà in un elemento di stress (identitario, realizzazione di felicità, di realizzazione in famiglia) destinato a provocare problemi salutari a lungo termine, i cui costi ricadranno inevitabilmente sul nostro sistema di welfare (ammesso che riusciremo a mantenerne uno) con impatti economici notevolmente superiori rispetto al risparmio connesso alle evidenziate scelte di macelleria sociale dettate dalle prosettate dinamiche del lavoro.
Alla lunga, poi, si sommeranno anche i costi pensionistici di una generazione che arriva tardi, o in maniera discontinua, nel mercato del lavoro, per non parlare delle problematiche concernenti l’accesso al credito, al consumo, agli investimenti mobiliari ed immobiliari.

Oggi, dunque, occorre dare una risposta concreta e convincente a queste problematiche, strutturando una proposta riformista sul tema del lavoro davvero spuria da preconcetti e lotte di bottega (ma questo, semmai vorrete, sarà oggetto di un altro intervento, avendoVi già rubato troppo tempo)

Ed allora vorrei chiudere richiamando una celebre frase del “padre del giornalismo inglese” sir. Joseph Addison (fondatore dello The Spectator), e che spesso utilizzo nei meeting aziendali : “Le cose più importanti per essere felici in questa vita sono l’avere qualcosa da fare, qualcosa da amare e qualcosa in cui sperare.”

Grazie Meritocratici

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