L’apologia del merito
La seconda guerra mondiale ha rappresentato un momento di rottura molto forte, e ha portato ad assetti sociali nuovi e a nuove relazioni di mercato.
Il merito ha avuto un peso decisivo nell’evoluzione industriale e per i cambiamenti della società. È al merito che si deve la diffusione di nuove idee e di una visione diversa da quella oscurantista del passato, consentendo lo stabilizzarsi di equilibri di tendenziali pace e dialogo.
Un passaggio decisivo si ebbe quando gli Stati uniti presero contezza della necessità che la loro moneta avesse un contraltare nella valutazione degli scambi di mercato. Il commercio internazionale cominciava ad assumere i connotati della modernità. Superate le logiche dei dazi, i diversi Paesi scoprivano le utilità di definire accordi commerciali. Emergevano, però, anche le prime criticità. Si imparò a giocare sui cambi di valuta per rendere le proprie esportazioni più competitive. Gli Stati più industrializzati chiedevano il supporto delle banche centrali, che intervenivano per finanziare il debito pubblico.
In qualche modo, comunque, tutto questo portò a nuove risorse e nuove riforme.
Si trovò la maniera di dare supporto alle persone che non lavoravano, dando loro qualche possibilità di accedere ai beni di consumo. Circolarmente, questo consentiva di aumentare la produzione, e quindi anche il gettito fiscale e gli introiti dello Stato.
Fatto è che gli Stati, questo è il punto, cominciarono a collaborare.
Attorno alla metà del Novecento nacquero organismi come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale, che oggi vacillano. Con la nascita dell’Europa, poi, si fece un passo davvero importante a favore della libera circolazione delle merci.
Si andò avanti così fino a quando gli Stati uniti non cercarono di imporsi di più sulla scena internazionale, lavorando a una politica monetaria più aggressiva. Tentavano di alimentare con prestiti il deficit altrui, degli altri Stati. Per l’effetto, si sarebbe avuta una espansione commerciale e militare.
Se ne giovarono tutti, perché si creò una fondamentale coscienza sociale. Quando uno Stato dà aiuto agli altri dal punto di vista militare e finanziario – non si dimentichi il piano Marshall –, anche i cittadini ne traggono preziose utilità.
Era il momento in cui l’economia rappresentava l’altra faccia dell’attività sociale e culturale.
Tante battaglie avrebbero dovuto essere ancora combattute per i diritti civili. Divorzio, aborto, ad esempio, erano temi affrontati con grande austerità in molti Paesi. Ma, lentamente, si passò dall’isolamento a una maggiore propensione a fare gruppo, a organizzarsi per la conquista di condizioni di vita migliori. Si unirono tra loro i lavoratori, gli imprenditori, gli artigiani, i politici. Si gettò il seme dell’associazionismo. Che attecchì in tutti i settori.
Uno Stato è davvero competitivo soltanto se tutti, ma proprio tutti, i settori, economici e sociali, sono adeguatamente rappresentati. È destinato a fallire, invece, quel sistema che dice di voler parlare a tutti ma poi è capace di dare ascolto e sostegno solo a pochi, e lascia molti indietro.
È lo Stato degli slogan. Proprio quello al quale scegliamo di affidarci oggi. Che non tiene conto dei meriti e delle competenze.
Se il merito riuscisse a penetrare ogni classe sociale, in ogni organizzazione, in ogni gruppo, avremmo la spinta culturale che serve per una crescita uniforme, che porti la società a vera equità.
Senza merito, tutti possono fare tutto. Non c’è selezione. E i ruoli vengono affidati solo in base alle conoscenze, alle amicizie o agli interessi di alcuni. Così il sistema rende il peggio che può.
In questi giorni, in un intervento pubblico, un parlamentare di opposizione ha denunciato apertamente il nepotismo in ambito accademico e il malaffare nella gestione dei concorsi pubblici. Ha detto cose che si sanno, ma nessuno se la sente di intervenire. Lo stesso dicasi per l’amministrazione della sanità pubblica. Come per tutti i ruoli di maggiore prestigio in ogni ambito. Il lobbismo sta assumendo una dimensione devastante, calpestando il merito e la qualità.
L’apologia del merito è nella nostra missione. Non vogliamo poltrone o ruoli istituzionali. Non è il potere che ci alletta, ma soltanto la prospettiva di una società diversa da tutto quello che non ci piace.
Puntiamo all’affermazione dei nostri valori non soltanto a livello nazionale, ma anche a livello internazionale.
Lo diremo con chiarezza nel corso dell’evento che si terrà in Senato il prossimo 5 febbraio, dedicato a ‘Nuovi modelli di cooperazione tra Stati’.
Solo così tutti i nostri sacrifici saranno premiati. Diversamente finirà per prendere il sopravvento il disfattismo, il nemico più grande del vero benessere.
