Il Merito, l’edera della politica

Il Merito, l’edera della politica

È forte il significato attribuito storicamente all’edera, da sempre simbolo di amore eterno, di fedeltà, per il suo essere sempre verde. Resistenza, immortalità, rinascita. Sono tutte immagini che rievoca, perché riesce a crescere e raggiungere i punti più impensati senza bisogno di troppe cure. Nella mitologia, era associata a Dionisio, dio del vino e dell’ebbrezza, che l’edera proteggeva, appena nato, dal fuoco di Zeus.
La meritocrazia dovrebbe essere l’edera della politica.
Il merito è anzitutto ambizione, di raggiungere risultati importanti.
Una società senza ambizioni sarà sempre fonte di diseguaglianza sociale. Chi non ha mezzi sufficienti dovrà puntare sulla sola fortuna per poter affermare le proprie abilità e i propri talenti. Chi invece nasce nel privilegio si troverà già collocato nelle fasce sociali che hanno maggiori riconoscimenti.
La meritocrazia, quella che vogliamo affermare, è un’altra cosa.
È fatta di parità di condizioni, di equità.
Tutti devono essere messi nella condizione di potersi formare, di poter capire qual è il percorso più giusto per sé, più adeguato alle proprie aspirazioni e alle proprie capacità. Senza dislivelli.
C’è una parte della società, è vero, che non ama studiare e approfondire, e si lascia vivere; ma proprio a chi non riesce a darsi la forza deve andare il maggiore sostegno.
Lo Stato non si deve limitare a dare regole. Deve creare ambizioni.
In un mondo in cui sono in pochi a essere capaci di creare redditi, anche i diritti essenziali perdono di concretezza.
Vanno ripensate le politiche del lavoro, a partire dal salario minimo universale, che non può più avere radicamento territoriale. Allo stesso modo si dovrebbe puntare su una regolamentazione dei meriti, che si crei la condizione perché tutti si possano rendere utili alla società.
Se lo Stato si cura poco, ad esempio, della formazione nelle periferie, dove vengono mandati insegnanti poco pronti ad affrontare realtà difficili e desiderosi di contribuire alla crescita del territorio, difficilmente ci saranno opportunità per giovani che già provengono da contesti poco stimolanti.
L’esempio è fondamentale. Se lo Stato si gira sempre dall’altra parte, e accetta che i cittadini restino in balia dei gestori delle grandi piattaforme, che lucrano sull’indolenza dei fruitori di contenuti futili, i meriti resteranno sempre non valorizzati. Sarà abbandonata del tutto l’ambizione del trionfo dele competenze.
Il reddito universale serve a evitare il fare predatorio di imprese che sfruttano la debolezza dei popoli più poveri, costretti a un lavoro massacrante senza garanzie e con infimo ritorno economico. Introdurre in un’economia di Paese queste storture vuol dire mortificare ogni eventuale possibilità di crescita e progresso.
È imbarazzante pensare alla differenza di guadagno tra le grandi imprese dell’innovazione e operai che danno tutte le proprie energie per pochi euro all’ora.
Questo gap cresce con l’attecchire di una sottocultura.
Ci deve essere qualcuno che ha il coraggio di denunciare questo stato di cose, qualcuno che, come l’edera, raggiunge ogni angolo della società, con passione attività e concretezza, dialogando con tutti e conoscendo tutte le realtà.
Serve una politica di contatto. L’interesse per i bisogni della gente si deve percepire concretamente.
L’edera è resiliente, perché non ha bisogno di nulla. Non serve troppa luce. E neppure troppa acqua.
Basta che qualcuno la pianti.
Vogliamo essere come l’edera, e crescere con le nostre forze. Diffondendo le nostre idee in maniera gentile, senza gettare ombre od offuscare la bellezza di altre idee. Contribuendo a rendere ancora più affascinante il quadro del pensiero libero.