Tra aggressione e rassegnazione
La più ampia evoluzione del pensiero liberale approda nel neoliberalismo, che, di fatto, pare aver legittimato una sorta di neo-darwinismo a impronta sociale, nel quale solo i migliori (i più intelligenti, i più brillanti, o forse i più furbi, o quelli che hanno la fortuna di potersi permettere gli studi più alti) hanno la possibilità di cavarsela al meglio. Grazie a competenze acquisite e ad amicizie, proprie o di famiglia.
Nei periodi immediatamente successivi alla prima e alla seconda guerra mondiale, in tantissimi tra i cittadini comuni riuscirono a costruire per sé una posizione lavorativa dignitosa, e dalla rinascita individuale si arrivò alla ripresa collettiva.
Oggi è sempre più raro che una persona che viene dal nulla, senza conoscenze, senza un forte sostegno familiare, specie di tipo economico, possa riuscire nelle proprie ambizioni. Cresce l’emarginazione, che, letteralmente, è esclusione dalla convivenza civile, dalla condivisione di comunità.
La socialità, alla quale tutti siamo chiamati, implica di necessità la tutela di valori fondamentali. Alcuni dei quali provenienti dalla tradizione del passato, altri nuovi, indotti dal moderno contesto delle relazioni.
Ad aggravare un quadro di già forte desolazione valoriale è l’indolenza dei più. Che mette il carico all’indifferenza.
Chi non riesce a esprimersi al meglio in un certo contesto è fuori. Senza appello. Salvo a godere di particolari protezioni, privilegi ai quali si è ormai rassegnati.
Viviamo passivamente. Rassegnati e fatalisti. Ci lasciamo andare, spinti dal vento.
È quasi normale vedere famiglie titolari di grandi imprese che riescono a fare accordi con lo Stato a proprio vantaggio, magari nonostante danni fatti nella corsa all’accrescimento del proprio patrimonio. Dall’altro lato, c’è chi non ambisce più a vivere, ma si limita a chiedere un aiuto per sopravvivere.
Il progresso è scandito dalla regola del più forte.
Non c’è nulla di meritocratico in tutto questo.
Allora, non serve neppure domandare il perché dell’impegno quotidiano di Meritocrazia Italia.
In un mondo aggressivo, fatto di rassegnazione, possiamo almeno tentare di lanciare un segnale di speranza a chi soffre, a chi non può permettersi il lusso di essere felice nonostante il sacrificio di tutti i giorni.
Oltre il fatalismo, c’è l’azione costante di chi, con la fiducia, sa di poter cambiare il mondo.
Se si realizzasse il nostro sogno di una società equa e meritocratica, non ci sarebbe per certo più spazio per nepotismo e prevaricazioni.
Il merito che vogliamo non può essere nella visione neoliberalista. Il vero merito deve essere oggettivo, scevro da soggettivismi. Il vero merito non ammette scorciatoie.
Meritocrazia ora vuole fare un salto di qualità. Quel salto possibile soltanto grazie allo studio, all’approfondimento. Per premiare i talenti, ma soprattutto per aiutare a scoprirli, a scoprire le aspirazioni, e a metterle a frutto.
Non è semplice.
Molto facile darci seguito a parole, meno dare concretezze alle promesse. Il rischio è che ‘merito’ e ‘meritocrazia’ entrino nel vocabolario in uso, ma che poi, come spesso accade, restino contenitori vuoti.
Non ci accontenteremo di parole. Se così facessimo, avremmo fallito. La concreta affermazione del Merito deve diventare una missione concreta per tutti.
Tra aggressione e rassegnazione, serve visione.
Il merito non si misuri con la compilazione di un test. Sia costruito con percorsi di formazione adatti alle esigenze di ciascuno e accessibili a tutti, senza distinzioni di sorta. Le difficoltà economiche non siano mai d’ostacolo alla soddisfazione delle aspirazioni; e in questo lo Stato deve fare la propria parte.
Così crescerà la qualità delle competenze.
Così si restituiranno le ambizioni ai rassegnati.
Così vincerà la meritocrazia.
O, forse, così inizierà quell’epoca neo-meritocratica nella quale al margine saranno messe cattiveria, esclusioni e individualismi, a favore dell’inclusione e della fratellanza.
