Prima che tutto cambi
Goethe sosteneva che, per capire dove possa arrivare l’abilità di un singolo uomo grazie a passione, visione e sacrificio, basta lasciarsi affascinare dal capolavoro della Cappella Sistina.
Un’opera che non fu realizzata in un giorno. Servirono quattro anni da quando Papa Giulio II affidò l’incarico a Michelangelo, senza mettere vincoli alla sua prospettiva e alla sua visione.
Michelangelo, questo è il punto, non era noto come pittore, era uno scultore, sempre in competizione con Raffaello, già autore di tantissime opere che avrebbero poi segnato la storia della nostra civiltà. Ma aveva voglia di mettersi in discussione, di uscire dalla propria zona di conforto, per usare un’espressione moderna. Si volle mettere alla prova cimentandosi in un’arte diversa. Il resto lo conosciamo.
È difficile raccontare come realizzò l’impresa di affrescare le volte della Cappella. Un cielo blu stellato non era sufficiente a esprimere l’immensità della sua visione, e immaginò cose nuove. Si ingegnò per trovare la migliore prospettiva di lavoro, la giusta tonalità dei colori, miscelando le tempere con sapienza e cura, e non si lasciò spaventare dal tempo necessario al compimento dell’opera. Ed ebbe ragione, perché ne venne fuori una delle più impressionanti meraviglie al mondo.
Quattro anni per descrivere la storia dell’uomo, esaltando tutti i sentimenti possibili, dalla cattiveria del peccato alla dolcezza dell’amore, dagli atti più cruenti al mistero della fede. C’è dentro tutto.
Aveva ragione Goethe, a suggerire di guardarla almeno una volta nella vita, la Cappella Sistina, per capire il potenziale umano.
Michelangelo nasce scultore, ed è incredibile cosa abbia saputo realizzare fuori dalla sua stretta competenza.
Sia da monito per tutti coloro che, chiusi nella propria posizione, scelgono di non fare un passo oltre il conosciuto, di non sperimentare, di non mettersi in discussione, di non provare a rendersi utili nella maniera che serve.
Sia da monito per chi sceglie di essere sempre e solo scultore, anche quando sa che il gioco di squadra imporrebbe di fare anche altro. Alle volte, quando si lavora in gruppo, si deve trovare l’umiltà di mettere da parte, anche solo per poco, le proprie scelte di vita e concedere qualcosa ai compagni. Serve flessibilità, e generosità.
Questa è una tra le principali debolezze della società che stiamo costruendo, molto diversa da quella che in passato ha raggiunto traguardi storici. Sembra che siano sempre meno le persone davvero capaci di prospettiva, di rendere immortale il proprio impegno.
Allora, prima che tutto cambi, prima che l’insegnamento della storia venga corrotto dall’ignavia dell’oggi, sotterrato dalle ceneri lasciate da uno dei tanti bombardamenti, reagiamo.
Guerre e devastazioni annichiliscono la bellezza che il tempo ci ha consegnato. E molto di quello che accade nasce dalla follia di alcuni, di pochi grandi leader arroccati nella forza dell’io.
Ogni forma di individualismo estremo, a tutti i livelli, mortifica le opportunità di crescita, personale e collettiva. Impedisce agli scultori di farsi pittori.
Ora, prima che sia troppo tardi, dobbiamo dare uno scossone alle nostre coscienze e fare il salto di qualità, tutti insieme. Lo dobbiamo fare per il rispetto che merita chi ci ha preceduto e ha consegnato tasselli preziosi di una storia che ci fa onore e ci riempie di orgoglio.
La Cappella Sistina non è soltanto il simbolo del potere delle Civiltà. Insegna anche che a unire tutti può essere solo la meraviglia dell’armonia, collante delle genti.
Progetti di aggregazione e condivisione, come quello di Meritocrazia Italia, dovrebbero servire per imparare a fare cose nuove, a sviluppare nuove capacità, a scoprire parti della propria personalità soffocate dalla paura di sbagliare. Per fare anche noi, nel nostro piccolo, un capolavoro da consegnare a chi verrà.
Non servono sempre opere grandiose. Alle volte basta un’idea, o anche solo una parola giusta detta al momento giusto. Basta partecipare, e darsi all’altro. Per far capire a questa politica che c’è una parte della cittadinanza che è stata di attacchi e divisioni, e vuole solo costruire.
Mischiando i colori, in cromie nuove, e dando anima alla tela bianca della felicità condivisa.
