La sconfitta dell’ovvio

La sconfitta dell’ovvio

Viviamo il tempo del trionfo dell’ovvio. Ci affidiamo a frasi fatte incapaci di riassumere la verità e la complessità delle cose.
Non ne vale la pena.
Sono sforzi inutili.
Se non hai qualcuno alle spalle, non arriverai mai da nessuna parte.
L’Italia non è un Paese meritocratico.
Sono frasi che si sentono dire in continuazione. Risulta ormai ovvia l’idea che a poter raggiungere certi traguardi sia soltanto chi ha accesso a scorciatoie.
Un pensiero che si fa spesso alibi alla stasi delle azioni, e delle coscienze.
Da un lato pensiamo di vivere un’economia strettamente regolamentata, messa al servizio dei bisogni dei consumatori; dall’altro, invece, assistiamo passivamente alle vicende di una società affidata agli schemi dell’anarchia dei poteri, senza strumenti per reagire.
Eppure la storia ci restituisce cambiamenti epocali. Ci sono dei diritti acquisiti che oggi diamo per scontati, ma che sono conquiste (più o meno) recenti. Fino agli anni ’70 il principio di indissolubilità del vincolo matrimoniale rendeva impossibile pensare al divorzio. Erano tanti i matrimoni di facciata e le famiglie fintamente solide, ma non si poteva fare nulla. Lo stesso a dirsi per il diritto all’aborto.
Molti dei successi del progresso sono da riportare a un’epoca nella quale non sia aveva l’apertura mentale che la possibilità di dialogare e relazionarsi con persone anche molto distanti, e culturalmente diverse, riporta alla modernità. Una società più statica di quella attuale è riuscita a smuovere molto più di quanto non pensiamo di poter fare noi. Si aveva ancora fiducia nelle Istituzioni, fatte da persone che vivevano nella comunità. E ogni volta la sensazione era quella di essere riusciti a conquistare la propria fetta di libertà grazie al lavoro di una propria rappresentanza diretta nelle Istituzioni.
In altri Paesi si viveva il boicottaggio e la censura delle opinioni, da neutralizzare.
Non è vero che la società è statica per definizione. Può tornare a essere dinamica.
Occorre saper anticipare e a volte resistere alle strategie economiche. Una società che resta ferma, immobile, davanti a una economia che spinge e fa pressione è una società che vive per forza di cose grandi difficoltà. Si pensi anche soltanto a quello che stanno producendo i social, per il fatto di non esserci prima dotati dei giusti anticorpi alla iperconnessione. Fragilità. Solo fragilità. E invidia, e prevaricazione.
Certo, i risultati più importanti non si ottengono da un giorno all’altro. Le soddisfazioni presuppongono sacrificio.
Una vittoria veloce e facile non sarà mai una vera vittoria.
A questo dovrebbe pensare la politica quando interviene nei settori nevralgici, per scoprire nella cultura la migliore risposta.
Nel corso della nostra ultima direzione nazionale, quella seminariale di preparazione all’ottavo Congresso nazionale, non si è dedicato il focus a un argomento soltanto. Abbiamo parlato di economia, giustizia, nel verso di passare dalla valorizzazione del prodotto interno lordo alla migliore evidenza del prodotto interno umano.
Servono sostanza e concretezza. I sondaggi valgono davvero poco, anche quelli che danno gli esiti più lusinghieri.
Meritocrazia Italia ha dimostrato, anche in quella occasione, di voler andare oltre l’ovvietà di una società che lascia indietro alcuni ed esalta pochi fortunati, e proporre un modo nuovo di fare politica, quello della cooperazione, dell’ascolto. La cultura va seminata oggi; il raccolto non sarà immediato ma darà sostentamento a tutti.
A questo abbiamo pensato durante la direzione nazionale della scorsa settimana, quando abbiamo immaginato di strutturare il prossimo Congresso attorno all’idea di una ‘Agenda politica del Merito’, che sia davvero ‘utile’ e che raccolga uguaglianza, trasparenza, formazione, lavoro, economia.
Vince sempre chi va oltre la propria pigrizia, per mettersi al servizio della costruzione di qualcosa di nuovo.