CON IL CORAGGIO DEL COLOBRI’
C’è una favola di Esopo che attraversa i secoli senza perdere un grammo della sua forza.
Un vecchio padre, ormai prossimo alla morte, chiama i propri figli, da tempo divisi da continui litigi. Consegna loro un fascio di bastoni avvolti da una corda e li invita a spezzarlo, i figli tentano vanamente passandosi il mucchio bastoni, ma nessuno riesce.
A quel punto, scioglie il fascio e porge i bastoni uno per ogni figlio.
Questa volta sarà semplice, con un semplice gesto ogni bastone venne spezzato.
La morale è antica quanto attuale, ciò che è unito resiste, ciò che è isolato è destinato a spezzarsi.
È, probabilmente, il primo e più efficace racconto sul significato della comunità.
Non è un caso che la parola ‘comunità’ derivi dal latino communitas: cum, insieme, e munus, dovere, responsabilità, ma anche dono.
La comunità non nasce semplicemente dalla vicinanza fisica delle persone. Nasce dal sentirsi reciprocamente responsabili, dal riconoscersi parte di qualcosa di più grande del proprio interesse individuale. Per millenni l’essere umano ha costruito la propria identità attraverso il senso di appartenenza a qualcosa. Esisteva quella familiare, quella del quartiere o del rione, quella della scuola, della parrocchia, delle associazioni, della piazza, dei luoghi di lavoro, dei circoli culturali e sportivi. spazi imperfetti, non v’è dubbio, ma luoghi nei quali si esercitava il dialogo, il confronto, la solidarietà e perfino il conflitto costruttivo. luoghi nei quali si cresceva insieme.
Nella totale inconsapevolezze, che vive nelle abitudini e nel quotidiano, quel senso di appartenenza ci rendeva più forti.
Oggi, invece, quella forza si è progressivamente disgregata sotto i colpi dell’isolamento, dell’alienazione, dell’individualismo e della scomposizione del concetto stesso di comunità. Viviamo costantemente connessi e, paradossalmente, sempre più soli. Comunichiamo con la qualunque, ma non dialoghiamo con nessuno.
La conseguenza più evidente, non si risolve semplicemente nel senso di solitudine, ma questo si è trasformato nella sua espressione peggiore.
Al senso di appartenenza abbiamo neanche troppo lentamente sostituito il bisogno di opporci. Criticare è più naturale di costruire, meglio contestare che sforzarsi a proporre, Screditare più appagante di riconoscere il merito.
Dire semplicemente: “Bravo, hai fatto un buon lavoro”, ormai è la rivoluzione.
Consigliare qualcuno in maniera autentica, gratuita e disinteressata è eccezione piuttosto che regola.
Eppure una comunità si reggeva su questo, la capacità di mettere il talento individuale al servizio del bene collettivo. Oggi lo copriamo col panno nero per paura che faccia bene, che rubi luce, anche se di quella luce potremmo avvantaggiarsi anche noi!
C’è un racconto africano che narra di una foresta divorata dalle fiamme, nel panico tutti gli animali fuggono terrorizzati. Solo un piccolo colibrì continua instancabilmente a volare verso il lago, raccogliendo nel becco una minuscola goccia d’acqua per lasciarla cadere sull’incendio.
Gli altri animali lo deridono, e nello sbeffeggiare gli dicono: «Pensi davvero di spegnere il fuoco?».
Il colibrì risponde semplicemente: «Sto facendo la mia parte.»
Questa risposta racchiude un principio fondamentale.
Fare la propria parte non significa pretendere di risolvere da soli i problemi del mondo.
Tutt’altro, significa scegliere di non essere parte del problema.
Costruire, fosse anche aggiungendo un mattone, ma mai demolire!
Fare la propria parte non può tradursi nel remare costantemente controcorrente, nel rallentare chi prova a costruire, nel fermare la nave mentre tenta di prendere il largo, nell’alzare muri invece di costruire ponti, nello zittire chi esprime un’opinione diversa o peggio negare il dialogo.
La comunità cresce quando ciascuno aggiunge, non quando ciascuno sottrae qualcosa.
Ma viviamo uno dei momenti storici più complessi della nostra epoca.
Oggi il pianeta è attraversato da decine di conflitti armati. La crisi climatica rappresenta una sfida senza precedenti. Esistono nazioni che avanzano a velocità impressionanti e altre che arretrano con la stessa intensità. Le disuguaglianze economiche continuano ad ampliarsi e la povertà coinvolge centinaia di milioni di persone.
Un simile scenario dovrebbe naturalmente alimentare una forte partecipazione civile, una rinnovata voglia di incidere sulle scelte collettive, una crescente domanda di politica, cultura e impegno.
Senza troppa incredulità registriamo l’inverso.
L’astensionismo elettorale medio nel mondo è oggi intorno al 34%, mentre negli anni Ottanta si attestava intorno al 24%. In molte democrazie europee e in diversi Paesi dell’Estremo Oriente la partecipazione al voto è ormai scesa fino a sfiorare il 50%; negli Stati Uniti oltre un terzo degli aventi diritto rinuncia regolarmente a votare.
Non sono semplicemente numeri, è un sintomo, anzi ormai è il male, di una progressiva rinuncia alla partecipazione.
Il disinteresse è diventato forma di autodifesa.
Si rincorre l’effimero, l’apparenza, il consenso immediato. Si sacrificano lentamente la cultura, la curiosità, lo studio, seppur fosse il desiderio di comprendere e perfino l’ambizione di migliorare la realtà che ci circonda.
oltre duemila anni fa Platone, nel Protagora, raccontò un mito straordinariamente moderno.
Gli uomini avevano ricevuto il fuoco, le tecniche e l’intelligenza necessaria per sopravvivere. Eppure continuavano a combattersi e morire, incapaci di costruire una società stabile.
Fu allora che Zeus comprese come la sola competenza non bastasse.
Così decise di donare a tutti gli uomini due qualità: aidos, il pudore, il rispetto, la capacità di provare vergogna di fronte all’ingiustizia, e dike, il senso della giustizia.
Solo dopo e grazie a questi doni gli uomini poterono finalmente fondare la città e vivere insieme.
Una società non si regge soltanto sulla tecnologia, sull’economia o sull’efficienza. Si regge sul rispetto reciproco, Sul senso di giustizia, Sul dialogo, Sulla responsabilità condivisa, Sul coraggio di fare la propria parte.
Questo il compito della nostra generazione, cerniera tra il tempo del prima e quello dopo, ricostruire ciò che lentamente abbiamo lasciato disgregare. Restituire valore al “noi” in un tempo che conosce soltanto l'”io”. Abbandonare il mondo delle persone perfette, e tornare a sentirsi parte di una comunità. Cittadini capaci di indignarsi davanti all’ingiustizia, e di trasformare quell’indignazione in azione concreta, recuperare quel pudore di cui parlava Platone, non timidezza, ma rispetto per l’altro, per la parola data, per il bene comune, riscoprire il senso della reciprocità, della fiducia, della gratuità.
Più colibrì e meno spettatori.
Consapevoli che la forza di una società è quella raccontata da Esopo oltre duemila anni fa.
Un bastone, da solo, si spezza, Un fascio di bastoni resiste.
