Le relazioni internazionali come scienza della costruzione della pace
Per il messaggio di oggi vorrei muovere da una domanda, che prima ancora di appartenere alla politica, appartiene alla filosofia.
Siamo davvero certi che il contrario della guerra sia la pace? O non accade piuttosto che la guerra continui a vivere anche quando le armi tacciono, nelle paure che coltiviamo, nei linguaggi che disumanizzano, nelle disuguaglianze che rendiamo strutturali, nelle identità che costruiamo contro qualcuno?
Se così fosse, allora la pace non sarebbe semplicemente ciò che viene dopo il conflitto, ma ciò che deve essere pensato prima del conflitto, dentro il conflitto e oltre il conflitto. Non sarebbe una tregua, ma una forma della convivenza, non una pausa della forza, ma una diversa grammatica del potere.
Ed è precisamente qui che le relazioni internazionali possono essere ripensate nella loro vocazione più alta, non soltanto come scienza degli equilibri tra Stati, ma come sapere capace di interrogare le condizioni attraverso le quali la pluralità umana può essere governata senza consegnarsi alla distruzione.
Tucidide ci ha consegnato la lucidità severa della potenza. Hobbes ha mostrato quanto la paura reciproca possa trasformare la libertà in sospetto. Machiavelli ha imposto al pensiero politico il dovere di misurarsi con la realtà concreta.
Sarebbe ingenuo voler espellere queste lezioni dalla riflessione contemporanea. La pace non si costruisce ignorando interessi, paure, asimmetrie e conflitti, ma il realismo diventa ideologia quando trasforma ciò che è accaduto in ciò che dovrà necessariamente continuare ad accadere.
Comprendere la guerra non significa consacrarla. Riconoscere la potenza non significa assumerla come destino.
Se la storia fosse soltanto ripetizione della forza, la politica non avrebbe altro compito che amministrare ciclicamente la paura. Eppure la storia conosce anche Istituzioni, riconciliazioni, cooperazioni che dimostrano come il conflitto possa essere sottratto alla necessità della violenza.
Kant aveva colto con straordinaria precisione questo punto. La pace non è soltanto uno stato naturale, è qualcosa che deve essere istituito. Ciò significa che la pace non accade da sé, deve essere pensata, richiede diritto, Istituzioni, cultura, educazione e una capacità politica di limitare la forza senza negare la realtà. Forse la prima vocazione consiste proprio qui.
La pace è più esigente della guerra. La guerra semplifica, divide, riduce il mondo in schieramenti. La pace invece costringe a sostare nella complessità, a riconoscere che l’altro può essere avversario ma senza essere nemico, che l’identità può essere custodita senza trasformarsi in assoluto, che la sicurezza può essere perseguita senza produrre necessariamente l’insicurezza altrui.
È in questo passaggio che la politica ritrova maturità.
Oggi l’interdipendenza rende sempre meno plausibile l’immagine di stati autosufficienti. Ambiente, salute, economia, tecnologia, migrazioni, energia, comunicazione attraversano costantemente i confini.
Edgar Morin ci ha insegnato a leggere la realtà come trama, come ciò che è tessuto insieme. Morin ci dà quella visione della trasdisciplinarità. Ed è precisamente questa trama che la politica internazionale deve ormai assumere come proprio orizzonte.
Non esistono più soltanto stati collocati gli uni accanto agli altri, esistono comunità viventi sempre più dentro le conseguenze delle decisioni reciproche. Da cui deriva un mutamento radicale. La relazione non è più un elemento accessorio della politica internazionale, ma una delle condizioni originarie. Nessun soggetto è davvero separato.
Nessuno si salva da solo, questo diceva Papa Francesco.
Anche la sovranità per questo cambia significato. Non può più essere pensata soltanto come potere di decidere senza interferenze, ma come capacità di assumere responsabilmente decisioni le cui conseguenze oltrepassano il proprio spazio. La sovranità non coincide con l’isolamento, ma con la responsabilità integrale.
È qui che incontriamo il cuore antropologico della questione.
La grande trasformazione del diritto internazionale contemporaneo consiste nell’aver posto progressivamente la persona e la sua dignità al centro dell’ordine giuridico.
Maritain aveva compreso che la persona non può più essere assorbita interamente nella comunità politica, perché possiede una dignità che precede il potere e ne misura la legittimità. Questo principio modifica in profondità anche la politica internazionale. Oltre il confine continua ad esserci la persona, oltre la cittadinanza permane la dignità, per questo si parla di dignità ontologica. Oltre l’interesse dello Stato esiste una misura dell’umano che il potere non può arbitrariamente cancellare, per questo è diritto sussistente, per dirla alla Rosmini.
Levinas ha espresso questa verità attraverso la categoria del volto.
Il volto dell’altro interrompe la nostra autosufficienza e ci chiama alla responsabilità.
Trasposta sul piano internazionale questa intuizione diventa straordinariamente feconda. Ogni guerra ha bisogno, prima ancora delle armi, della cancellazione del volto. L’altro deve essere ridotto a categoria, numero, minaccia, una massa indistinta. La violenza diventa più facile quanto la singolarità scompare. Per questo la pace è anche un’opera dello sguardo. Restituire all’altro la sua irriducibilità, riconoscere che dietro ogni formula geopolitica rimangono le vite concrete, sapendo che le guerre non sono mai dei popoli.
Ed è proprio qui che Capograssi diventa preziosissimo.
La sua filosofia dell’esperienza ci ricorda che l’uomo non è mai un’astrazione, ma una vita concreta, immersa in relazioni, lavoro, memoria, sofferenza, responsabilità. Una carta geografica può mostrare una frontiera, l’esperienza umana vede una casa, una scuola, una storia, una famiglia, una comunità.
Una scienza della pace deve quindi impedire che la struttura cancelli, annienti l’esperienza, che la categoria diventi più importante della persona. Il diritto e la politica acquistano senso solo quando tornano alla vita.
In questa prospettiva la pace non può arrestare un’idea, deve diventare esperienza di giustizia, di sicurezza, di partecipazione, di riconoscimento.
È qui che c’è l’impegno di Meritocrazia Italia. Ed è proprio su questo terreno che si apre una domanda ulteriore.
Possiamo parlare seriamente di pace in un mondo segnato da disuguaglianze profonde? Possiamo chiamare pacifica una società nella quale non si combatte, ma intere fasce della popolazione rimangono escluse, senza accesso ad avere educazione, al lavoro, alla salute, al futuro?
Se la risposta è negativa, allora la pace non può essere separata dalla giustizia. Non dalla giustizia come rivalsa, ma dalla giustizia come possibilità per ogni persona di essere riconosciuta. e posta nelle condizioni di partecipare.
Il bene comune non nasce dalla concentrazione del potere, ma dalla partecipazione. Lo Stato non deve assorbire la società, ma ordinare e custodirne la libertà.
Trasportata in una dinamica internazionale, questa intuizione suggerisce un modello fecondo. La comunità mondiale non può essere né una somma di sovranità chiuse, né una struttura centralistica che annulli le differenze. Ha bisogno di un’architettura plurale, sussidiaria, nella quale i diversi livelli di governo cooperino secondo le proprie competenze.
È qui che, con un linguaggio simbolico, amo parlare di sinfonia delle diversità. La pace in questo senso è inseparabile dalla sussidiarietà. Ciò che può essere deciso vicino alle persone deve rimanere vicino alle persone. Ciò che eccede le possibilità dei singoli deve essere affrontato attraverso istituzioni comuni. È una filosofia politica della relazione che evita tanto la frammentazione quanto l’omologazione.
Hannah Arendt ci conduce allo stesso punto da un’altra direzione, quando ricorda che la pluralità è condizione stessa della politica. Non siamo uguali perché siamo identici, ma perché possediamo la stessa dignità, pur rimanendo irriducibilmente differenti. La pace autentica non elimina questa differenza, la rende abitabile. È una concordia che non cancella il dissenso.
È proprio qui che si colloca una delle provocazioni che vorrei porgere alla vostra valutazione.
Spesso non desideriamo veramente la pace, desideriamo che l’altro smetta di disturbarci. Ma il silenzio imposto non è pace. La pace comincia quando accettiamo che l’altro continua ad essere altro e che la differenza non debba necessariamente tradursi in ostilità. È questo che rende la diplomazia una pratica molto più profonda di quanto talvolta immaginiamo. La diplomazia non è il luogo della rinuncia, ma della complessità, poiché ci ha mostrato il valore del riconoscimento.
Riconoscere l’altro non significa condividere le sue ragioni, ma attribuirgli lo statuto di interlocutore. Finché l’altro rimane interlocutore, il conflitto rimane politico. Quando diventa soltanto un nemico da eliminare, la politica comincia a fallire.
Il negoziato, quindi, non è necessariamente debolezza, può essere una delle forme più alte dell’intelligenza politica, perché richiede misura, autocontrollo, discernimento e capacità di distinguere il principio della pretesa.
È qui che il grande maestro Aristotele e la phronesis tornano attuali. La prudenza non è esitazione, ma sapienza pratica, capacità di leggere la situazione concreta senza ridurla a formule.
Uno più uno fa tre. Ricordatevi sempre questa prospettiva.
Una politica della pace richiede questa intelligenza del limite.
Il limite, infatti, non è una sconfitta, è condizione stessa di convivenza. Nessuno può avere tutto, nessuno può decidere tutto, nessuno può rendersi totalmente invulnerabile. La politica comincia quando accettiamo questa incompiutezza e costruiamo istituzioni capace di governarla. Per questo la sicurezza va ripensata. Una sicurezza fondata soltanto sulla superiorità può produrre paradossalmente maggiore insicurezza, perché un incremento di forza viene percepito dagli altri come una minaccia. Nasce così una spirale nella quale tutti cercano di proteggersi e proprio per questo tutti si sentono esposti.
La sicurezza autentica non consiste nell’abolire la vulnerabilità, ma nel costruire relazioni e Istituzioni che impediscano la vulnerabilità di trasformarsi in paura permanente.
È qui che la nozione di sicurezza umana acquista grande significato. Una persona è sicura quando non è soltanto protetta da un’aggressione esterna, ma quando può vivere senza essere schiacciata dal bisogno, dalla paura, dalla marginalizzazione.
Una scuola, un ospedale, un lavoro dignitoso, un ambiente salubre, sono anch’essi infrastrutture di pace.
Bobbio ci ha insegnato che il problema dei diritti non è soltanto proclamarli, ma proteggerli. Lo stesso vale per la pace. Non basta dichiararla, bisogna renderla praticabile.
Questo apre inevitabilmente il tema a noi più caro, il merito.
Se il merito viene separato dalla dignità e dal bene comune, può ridursi a una semplice celebrazione della competizione. Ma il merito autentico è responsabilità delle capacità. Chi possiede più competenze, più possibilità, più strumenti, possiede anche una maggiore responsabilità. Questo vale per le persone, questo vale per gli stati.
La potenza, se vuole essere politicamente legittima, non può essere soltanto privilegio, deve diventare servizio, diaconia istituzionale.
La politica è grande quando non assorbe, ma serve, quando non domina, ma rende possibile la crescita della comunità.
È proprio in questa prospettiva che voglio lasciarvi con una convinzione, quella di servire il bene comune e non servirsi delle istituzioni alle quali si appartiene.
Vorrei allora lasciare questa riflessione aperta con una domanda che forse vale di più di una conclusione. Siamo ancora capaci di immaginare una politica nella quale la forza più grande non sia quella che costringe l’altro, ma quella che crea le condizioni perché l’altro non debba più essere costretto? Se sapremo custodire questa domanda, forse avremo già compiuto un passo importante. Perché la pace non è qualcosa semplicemente che attendiamo, è qualcosa che comincia nel mondo in cui guardiamo, parliamo, decidiamo e costruiamo istituzioni. Comincia quando restituiamo all’altro un volto, al potere un limite, alla libertà una responsabilità e alla politica una vocazione più alta. Rendere possibile una vita comune nella quale nessuno abbia bisogno della distruzione dell’altro per poter essere pienamente se stesso.
