La bussola del possibile

La bussola del possibile

L’articolo 9 della nostra Costituzione recita:

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.»

È straordinario che ricerca, cultura e patrimonio siano nello stesso articolo in un insieme inscindibile.

La nostra Costituzione, tra i suoi principi fondamentali, ha scelto una parola sorprendentemente esigente: promuovere.

Essa affida alla Repubblica la responsabilità di riconoscere il valore e far crescere cultura e ricerca scientifica, promuoverne lo sviluppo e non semplicemente conservarle. Non è un caso che cultura e ricerca siano state collocate insieme, come se già i nostri Costituenti avessero intuito che il progresso non può essere solo capacità di fare, ma deve essere anche capacità di comprendere. Perché ogni volta che l’uomo riesce a fare qualcosa che prima sembrava impossibile, una domanda torna a bussare alla nostra coscienza: verso dove stiamo andando? È una domanda urgente a cui l’articolo 9 offre una base costituzionale straordinariamente forte.

Ogni epoca ha avuto una propria idea di progresso.

Nel Settecento il progresso poteva essere immaginato come la liberazione della ragione dalle superstizioni; con la rivoluzione industriale divenne anche la promessa della macchina, della velocità, della produzione e della trasformazione del mondo; nel Novecento la scienza riuscì a portare l’uomo nello spazio e, nello stesso tempo, mostrò di poter trasformare una scoperta scientifica in una potenza capace di distruggere intere città. Forse è proprio allora che la parola progresso ha smesso di essere innocente, perché abbiamo iniziato a comprendere che aumentare il nostro potere di intervenire sulla realtà non significa necessariamente aumentare la nostra capacità di governarne le conseguenze.

Albert Einstein aveva visto con particolare lucidità questa contraddizione: la conoscenza amplia il potere dell’uomo, ma il potere non porta automaticamente con sé la saggezza necessaria a orientarlo. La ricerca amplia il confine di ciò che conosciamo, la tecnologia rende possibili cose che prima appartenevano all’immaginazione, l’innovazione moltiplica le nostre possibilità; ma nessuna di queste dimensioni, da sola, può dirci quale possibilità meriti davvero di essere perseguita.

Non tutto ciò che possiamo fare ci dice cosa dobbiamo fare.

È una distinzione che diventa sempre più importante proprio mentre la nostra capacità di fare cresce a una velocità straordinaria. Possiamo modificare la materia, leggere il patrimonio genetico, osservare la Terra dallo spazio, simulare scenari climatici, utilizzare l’intelligenza artificiale per affrontare problemi che fino a pochi anni fa sembravano irrisolvibili. Possiamo comunicare in pochi secondi con persone che si trovano dall’altra parte del pianeta e intervenire su processi biologici che un tempo potevamo soltanto osservare. Ogni nuova possibilità apre davanti a noi una porta, ma il fatto che una porta possa essere aperta non significa ancora che sappiamo dove conduca.

E allora la domanda sul progresso cambia leggermente forma. Non riguarda solo ciò che saremo capaci di fare, ma ciò che sceglieremo di fare di ciò che saremo capaci di fare. La cultura non è ornamento della conoscenza. La cultura è anche ciò che permette alla conoscenza di interrogarsi sul proprio significato; è lo spazio nel quale una società può fermarsi davanti a una possibilità e chiedersi non solo se sia realizzabile, ma quale conseguenza avrà, quale mondo contribuirà a costruire, quale altro mondo potrebbe invece rendere più difficile.

Italo Calvino, nelle Lezioni americane, aveva scelto la leggerezza come una delle qualità da salvare per il nuovo millennio. Non la leggerezza intesa come superficialità o come fuga dalla complessità, ma come la capacità di attraversarla senza esserne schiacciati, di sottrarre peso al pensiero senza privarlo della profondità. È una distinzione che può assumere un significato inatteso anche quando parliamo di progresso, perché siamo abituati a immaginare il miglioramento come un continuo aggiungere: più velocità, più potenza, più produzione, più informazioni, più possibilità. Ma forse, proprio mentre aumentano le nostre possibilità, diventa necessario imparare anche a scegliere ciò che vale la pena aggiungere e ciò che, invece, può essere lasciato andare. Perché non tutto ciò che aumenta la nostra capacità di fare aumenta la qualità del nostro futuro, così come non tutto ciò che accelera ci porta nella direzione giusta.

Talvolta, innovare significa anche recuperare una conoscenza dimenticata, trovare un modo nuovo per conservare qualcosa di antico. Un antico sistema di irrigazione può contenere una lezione di sostenibilità che una tecnologia sofisticata deve ancora imparare; una tecnica artigianale può custodire una precisione che una produzione industriale non riesce a replicare; un edificio storico può raccontare un rapporto con la luce, con il clima e con i materiali che l’architettura contemporanea sta cercando nuovamente di comprendere.

Talvolta il futuro non nasce dalla cancellazione del passato, ma dal suo ascolto.

Ed è curioso che la stessa Costituzione che parla di ricerca scientifica parli, nello stesso articolo, del patrimonio storico e artistico. Come se ci ricordasse che il nuovo non può essere pensato contro tutto ciò che lo ha preceduto, ma neppure il passato può diventare una gabbia nella quale rinchiudere il futuro. Il rapporto tra conservazione e innovazione è molto più sottile di quanto siamo abituati a immaginare: ci sono cose che devono cambiare perché possano continuare a vivere e altre che devono essere protette proprio perché, una volta perdute, non potranno essere realmente ricostruite.

Viviamo immersi in una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare; abbiamo accesso, in pochi istanti, a una parte enorme della conoscenza prodotta dall’umanità e possiamo produrre nuove informazioni con una velocità ancora maggiore.

Eppure, proprio quando la conoscenza sembra diventare potenzialmente infinita, il problema non è più solo sapere. È distinguere. È riconoscere ciò che merita attenzione, separare ciò che ha valore da ciò che produce soltanto rumore, comprendere che avere accesso a un’informazione non significa necessariamente possedere la conoscenza necessaria per interpretarla. Una società sommersa dalle informazioni ha bisogno di cultura più di una società che ne possiede poche. Non per sapere tutto, ma per non confondere tutto.

La ricerca scientifica conosce bene il valore di questa distinzione. La sua forza non nasce dalla pretesa di possedere risposte definitive, ma dalla disponibilità a mettere continuamente in discussione ciò che crede di sapere. Un esperimento può fallire, un’ipotesi può rivelarsi sbagliata, una strada apparentemente promettente può interrompersi dopo anni di lavoro. Eppure anche l’errore può diventare conoscenza, se viene osservato, compreso e trasmesso.

La scienza, prima ancora di essere una risposta, è una forma di umiltà.

Una società lungimirante non dovrebbe chiedere alla ricerca risultati immediati. Non possiamo sapere in anticipo quale domanda aprirà la strada alla scoperta decisiva, né quale conoscenza apparentemente lontana da ogni applicazione diventerà, molti anni dopo, indispensabile. Marconi non avrebbe potuto immaginare tutte le forme di comunicazione che sarebbero nate dalla sua intuizione; i fratelli Wright non avrebbero potuto prevedere il mondo che sarebbe diventato possibile dopo il primo volo. Chi apre una porta sul possibile raramente può conoscere tutte le stanze che verranno costruite oltre quella porta. Per questo la ricerca ha bisogno di libertà, di tempo e anche della possibilità di attraversare strade che, nel momento in cui vengono percorse, non sembrano ancora condurre da nessuna parte.

Un libro non deve necessariamente produrre un risultato immediatamente utilizzabile, così come un’opera d’arte non deve risolvere un problema per giustificare la propria esistenza. Un museo, una biblioteca, un teatro, un luogo di conservazione non producono qualcosa che possa essere misurato nello stesso modo in cui misuriamo la produzione di una fabbrica. Eppure una società priva di luoghi nei quali pensare, immaginare, dubitare e confrontarsi rischia di diventare straordinariamente efficiente nel fare cose che non ha più il tempo di chiedersi se abbiano davvero senso.

Primo Levi ha rappresentato, forse più di molti altri, l’incontro possibile tra questi due mondi. Chimico e scrittore, ha trasformato la materia in racconto e il racconto in una forma di conoscenza, mostrando come la scienza possa entrare nella vita senza perdere il proprio rigore e come la cultura possa interrogare la realtà senza sottrarsi alla precisione dei fatti. Nella sua opera la conoscenza non rimane confinata al laboratorio: diventa esperienza, memoria, responsabilità. È forse qui che cultura e ricerca tornano a incontrarsi. Una cerca di comprendere come funziona il mondo; l’altra ci aiuta a interrogarci su ciò che quel mondo significa per noi. E quando queste due dimensioni si separano, il rischio è quello di diventare sempre più capaci di fare e sempre meno capaci di comprendere.

Ma se il progresso amplia continuamente ciò che possiamo fare, prima o poi ci costringe anche a interrogarci su ciò che possiamo permetterci di consumare. È qui che la sostenibilità assume un significato più profondo: non solo ridurre consumi, emissioni e sprechi, ma chiederci che cosa siamo disposti a non consumare del futuro, quanto possiamo prendere dal mondo, ma, soprattutto, quanto possiamo lasciare perché qualcun altro possa ancora scegliere.

È qui che l’articolo 9 compie forse il suo passaggio più sorprendente, perché introduce nel linguaggio costituzionale una dimensione che non appartiene soltanto al presente: l’interesse delle future generazioni.

Persone che non sono ancora nate, che non possono votare, protestare, negoziare o difendere il proprio interesse, e che tuttavia sono già, almeno in parte, dentro le nostre decisioni.

Hans Jonas, nel Principio responsabilità, ha individuato proprio nella nuova potenza tecnologica dell’uomo una delle grandi questioni etiche della modernità: quando la capacità di trasformare il mondo diventa abbastanza grande da produrre conseguenze lontane nel tempo, anche la responsabilità deve allargare il proprio orizzonte. È una forma singolare di responsabilità, perché significa decidere oggi anche per chi non può ancora partecipare alla decisione.

Forse è una delle forme più difficili della democrazia: una democrazia nella quale una parte degli interessati non ha ancora voce.

E allora quella frase dell’articolo 9 — “nell’interesse delle future generazioni” — non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda il tempo. Riguarda la misura del nostro sguardo e la capacità di immaginare qualcuno che ancora non conosciamo, ma che dipenderà da alcune delle nostre scelte. In fondo, ogni generazione riceve qualcosa che non ha creato da sola. Riceve conoscenze, opere, paesaggi, istituzioni, tecnologie, ma anche errori e domande rimaste senza risposta. E per un breve tratto della storia ne diventa custode, prima di consegnarla a chi verrà dopo.

È una responsabilità diversa dal semplice possesso.

Un’opera d’arte può essere restaurata, un paesaggio può essere protetto, una conoscenza può essere trasmessa, un ecosistema può essere difeso; ma ci sono perdite che nessuna tecnologia riesce davvero a riparare. Una specie scomparsa non torna ad abitare il proprio ecosistema soltanto perché abbiamo imparato a ricostruirne artificialmente alcune caratteristiche. Una lingua può essere registrata in migliaia di documenti, ma una lingua che smette di essere parlata perde qualcosa che nessun archivio può restituire completamente.

Esiste dunque una forma di progresso che consiste nel creare, e ne esiste un’altra, meno appariscente, che consiste nel non lasciare scomparire.

L’articolo 9 sembra tenerle insieme.

E forse proprio qui la parola “promuovere” acquista il suo significato più ampio: non significa spingere tutto in avanti indistintamente, ma creare le condizioni perché ciò che vale possa crescere, perché ciò che è fragile possa essere protetto, perché ciò che ancora non esiste possa trovare lo spazio per nascere e perché ciò che abbiamo ricevuto non venga consumato prima di poter essere consegnato.

Non basta dire ai giovani che sono il futuro. Bisogna metterli nelle condizioni di costruirlo, offrendo conoscenza, strumenti, possibilità di sperimentare e anche di sbagliare, luoghi nei quali formulare domande e persone capaci di insegnare. Perché il talento non dipende soltanto dalla capacità che una persona possiede, ma anche dalla possibilità che una società le offre di trasformare quella capacità in qualcosa di visibile.

È forse questo il punto nel quale la parola merito acquista un significato più profondo: non solo riconoscere chi riesce ad arrivare più lontano, ma fare in modo che chi possiede una capacità non rimanga invisibile per la mancanza di un’occasione.

Il merito, prima ancora di essere una classifica, dovrebbe essere una possibilità resa visibile.

E allora ritorna la domanda iniziale: verso dove?

Perché il progresso non è solo una questione di distanza. È anche una questione di direzione.

Una bussola non ci dice quanto lontano possiamo andare, non sceglie la meta e non percorre la strada al posto nostro, indica una direzione; ed è proprio quando le possibilità diventano numerose che diventa più importante orientarci.

La tecnologia può dirci quanto lontano possiamo arrivare, la scienza può aprire davanti a noi territori che ancora non conosciamo, l’innovazione può moltiplicare le possibilità che abbiamo a disposizione; ma nessuna macchina, per quanto sofisticata, può decidere al nostro posto verso quale futuro valga davvero la pena andare.

È questa la responsabilità che l’articolo 9 continua ad affidare alla Repubblica: creare le condizioni culturali, scientifiche e civili perché il futuro possa essere costruito senza perdere ciò che rende umano il nostro cammino.

Non sappiamo quali saranno le scoperte dei prossimi decenni, quali professioni nasceranno, quali tecnologie scompariranno, quali malattie saranno sconfitte o quali nuove sfide emergeranno. Non sappiamo quale volto avrà il mondo che consegneremo.

Possiamo però decidere con quale idea di progresso attraversare il tempo che ci separa da quel futuro.

Possiamo scegliere se considerare il nuovo sempre migliore del vecchio, la velocità sempre preferibile alla lentezza, la crescita sempre sufficiente a giustificare se stessa.

Oppure possiamo accettare che il progresso sia la capacità di aumentare le possibilità senza consumare quelle di chi verrà dopo, di innovare senza confondere il nuovo con il migliore, di conoscere senza perdere la capacità di meravigliarsi davanti a ciò che ancora non conosciamo, di costruire senza dimenticare ciò che abbiamo ricevuto.

Una civiltà si riconosce anche dalla lunghezza del futuro che è capace di immaginare.

L’articolo 9, letto oggi, sembra suggerirci: che il futuro non è semplicemente un luogo nel quale arriveremo, ma un luogo che stiamo già costruendo attraverso le domande che scegliamo di porre, le conoscenze che decidiamo di coltivare, i territori che proteggiamo, le opere che conserviamo, le tecnologie che sviluppiamo e, forse ancora di più, attraverso il modo in cui scegliamo di usarle.

Alla fine, dunque, la domanda non è soltanto quanto lontano riusciremo ad andare. È verso dove avremo scelto di andare. Perché il possibile, da solo, non basta. Abbiamo bisogno di una direzione. Abbiamo bisogno, ancora, di una bussola.