Comunità e appartenenza
Non ci può essere buona politica se non preceduta da un animus del singolo proteso verso il bene comune e nel quale prevalga uno spirito di appartenenza alla comunità stessa.
È utile soffermarsi sui concetti di individuo e comunità. Un dato è innegabile: il singolo individuo per potersi realizzare ha bisogno dell’aiuto degli altri individui. Il singolo, infatti, non riesce a formarsi e a realizzarsi se non in quanto si trova solidale con tutte le altre unioni singole, in un ordine di una comunione di forze e di sforzi che mette insieme i singoli sforzi e rende obiettiva, stabile, vitale l’unione di ognuno.
E di comunità si parlava sin dai tempi antichi, in Grecia si usava il termine polis per indicare la città stato intesa come comunità dei cittadini. Proprio tra il VI e VIII secolo a.c. nasce nella Grecia antica la filosofia, come espressione culturale del sistema della polis, uno spazio politico fondato sull’isonomia ovvero sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e sul dibattito pubblico che avveniva nell’agorà. Si comincia a sviluppare il pensiero critico, ogni cittadino, libero e nativo aveva il diritto e il dovere di partecipare alla vita politica. A differenza di altre forme di organizzazione statale la polis greca poneva al centro della sua struttura il concetto di partecipazione attiva dei cittadini; la politica greca non era solo una questione di amministrazione statale, ma un’espressione concreta della partecipazione civica: l’idea di buona vita “eudaimonia” era inscindibile dal coinvolgimento diretto degli individui nella vita pubblica.
In quel tempo, Aristotele riteneva che l’uomo fosse per sua natura un essere politico, destinato a vivere in una comunità e la politica, in quest’ottica, diveniva uno strumento per raggiungere una felicità collettiva promuovendo la virtù critica attraverso la deliberazione razionale. Per Aristotele la polis era una società e come ogni società per citare una sua espressione “è costituita in vista di qualche bene”. Aristotele introduce un altro concetto, quello di “vivere bene” che è quello che egli definisce “felicità” ovvero la piena soddisfazione dei bisogni, ma ancor di più, la realizzazione di tutte le capacità umane. Tale felicità non si perseguiva all’interno delle famiglie o delle altre realtà aggregative, bensì la si raggiungeva nella polis. La polis era una società naturale non intesa come ciò che è primitivo (come la definivano Lock o Hobbes) ma era il compimento cioè la piena realizzazione di tutte le personali capacità. Era il punto di arrivo, la perfezione.
Nel XIII secolo Tommaso d’Aquino riprende l’idea aristotelica secondo cui la comunità politica è naturale e razionale, integrandola con la visione cristiana. Per Tommaso d’Aquino l’impegno politico deve mirare alla costruzione di una pacifica convivenza tra gli uomini affinché tutti possano vivere in modo soddisfacente e ordinato la destinazione al fine ultimo ultraterreno. Per questo l’autorità politica è limitata dalla necessaria subordinazione delle qualità terrene alla vita eterna e deve sintonizzarsi con l’autorità religiosa.
Anche lo storico Pocock richiama la concezione aristotelica di attività politica (civitas) di comunità (polis) di essere umano come animale politico (zoon politikon) che tende per sua natura al bene comune ponendo l’uomo al centro della storia e rendendolo così protagonista e tale concezione è stata richiamata anche dal filosofo contemporaneo Enrico Berti che richiama anch’egli il pensiero di polis aristotelica.
Il concetto di comunità, di centralità dell’individuo, di bene comune sono espressioni che riecheggiano anche in Alcide De Gasperi che, come l’antesignano Aristotele, parla di cittadinanza, della responsabilità sociale dell’individuo e del valore della comunità. Il pensiero politico di De Gasperi, infatti, evoca la visione classica dell’uomo come essere sociale. De Gasperi esercitò la politica con senso di giustizia e rettitudine; non cercò mai il potere per interesse personale ma lo intese come servizio alla Nazione. Celebre la frase << con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l’era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi >>.
Ed è questa la chiave di volta per tendere ad una società protesa verso il benessere collettivo, occorre divenire cittadini responsabili che conducono la propria esistenza nel rispetto della dignità dell’individuo e vivere non solo la politica ma tutto ciò che riguarda il benessere collettivo come un servizio morale prima che di potere.
E per la verità, c’è un elemento che sinergicamente lega la comunità, la cittadinanza e la buona politica ed è la sussidiarietà. Infatti, essa è il parametro più efficiente di organizzazione della res pubblica che valorizza allo stesso tempo le esigenze di efficacia dell’esercizio dei poteri pubblici e quelle di libertà e dignità della persona nelle sue espressioni associative. Il canone della sussidiarietà è stato identificato come quello più idoneo a garantire la ricerca e la realizzazione del bene comune ed anche in questo caso sempre Aristotele aveva intuito la portata del principio di sussidiarietà quando aveva precisato che l’autorità della polis doveva intendersi circoscritta al solo esercizio delle funzioni essenziali per il benessere dei cittadini mentre dovevano riconoscersi spazi di autonomia alle comunità minori (che all’epoca coincidevano con i villaggi).
Anche Leone XIII nell’Enciclica “Rerum Novarum” del 1891 ha enunciato il principio per cui lo Stato deve astenersi nel disbrigo di questioni che possono essere più efficacemente risolte dall’individuo e dalle comunità minori. E mi sovviene il messaggio del nostro Presidente del 20 marzo 2020 nel quale richiamando l’enciclica si sofferma sull’importanza di cooperare per affermare i principi di uguaglianza ed equità sociale e ponendo un obiettivo dell’agire comune: porre al centro di ogni azione e di ogni riflessione il valore umano oltre a quello di costruire una convivenza armonica dei popoli valorizzando gli aspetti sostanziali del vivere civile. Mai come adesso concetti che risuonano come necessari in un contesto sociale, economico, politico nel quale i conflitti internazionali stanno minando la stabile coesistenza e rendono ancora più incerto ed insicuro il nostro futuro.
Qual è stato il filo conduttore che mi ha portato sino a qui? È stato il forte senso di appartenenza al vivere comune e che vorrei fosse così per tutti e soprattutto, il vivere bene nella comunità.
Viviamo infatti in un contesto sociale abbrutito, disilluso, anaffettivo. Non ci sono più relazioni interumane, l’intelligenza artificiale sta cavalcando l’onda a discapito del capitale umano, non c’è più il senso di comunità, di comunione di intenti, di obiettivi, c’è piuttosto un senso di vera e propria disaffezione alla res pubblica, un disinteresse generale che si tramuta in assenteismo elettorale, primeggia un intento egoistico, l’idea che ciò che conta è curare il proprio interesse, ciò che succede attorno a noi non ci riguarda, lo vediamo distante anni luce, ma non è così. Nel romanzo di Saramago “Cecità” si è colto in modo puntuale, mediante la metafora dell’epidemia, il disagio attuale, quello di una società in disordine, nel quale assistiamo ad un degrado sociale e all’indifferenza totale dinanzi alla sofferenza altrui; una società nella quale è scomparsa l’empatia e la lucidità. Una società nella quale i social e il mondo virtuale prevalgono sulla vita reale, una realtà nella quale venuto meno il patto sociale tra la famiglia e la scuola e venuta meno l’autorevolezza degli adulti, sempre più adolescenti bruciano le tappe della loro esistenza. Occorre, dunque, svegliarsi dal torpore che oramai ci ha lungamente avvolto, diventare veri fautori del destino comune, assumendo la responsabilità delle azioni singole e adoperandosi ciascuno in base alle personali competenze e in base ai singoli sforzi, per il perseguimento del bene comune tornando a coltivare la solidarietà e la consapevolezza critica. Occorre impegnarsi nella cocostruzione di un nuovo modo di pensare e di agire che alimentato dagli sforzi di ciascuno dia luogo ad una sinfonia delle diversità che ridia lustro al nostro Paese e alla buona politica.
