Dagli slogan dell’io al concreto del noi: un percorso differente
– Lei ieri mi ha detto: domani ti pago.
– E domani ti pago! Mantengo la parola!
– Ieri ha detto “domani”
– Giovanotto… Se ieri t’ho detto “domani”, domani ti pago. E basta non insistere!!
– Ma domani è oggi!
– Ma se oggi è oggi e domani è domani, sono due cose differenti. Ho detto “domani ti pago”? E domani ti pago!
Indegnamente presa a prestito, questa geniale parodia del principe De Curtis funziona molto bene come metafora della promessa politica perpetuamente rinviata e di un contesto quotidiano nel quale c’è chi sceglie, più o meno consapevolmente, di vivere come in un teatro, da attore o spettatore.
Ma i nodi tornano al pettine, e chi si candida a rappresentare tanto un 3 quanto un 30% di cittadini deve fare i conti con la disaffezione, il disinteresse, l’indifferenza di un popolo, quello dell’astensionismo, che fa una scelta comunque politica: quella di non esercitare un diritto che in un sistema davvero democratico dovrebbe essere irrinunciabile responsabilità individuale e collettiva.
In tanti chiedono merito, equità, giustizia, uguaglianza ma, al fondo, non c’è alcuna risposta, se la domanda giusta non si pone.
E la vera domanda è: siamo disposti a sacrificare qualcosa per avere quanto chiediamo? Siamo disposti, anziché a dividerci, a dividere, a condividere?
È questo che significa fare politica, ogni giorno, per ogni persona, ad ogni livello, perché merito, equità, giustizia, uguaglianza sono desideri che solo una politica intesa come responsabilità di ciascuno per tutti può trasformare in obiettivi e risultati. E chi si prende l’enorme responsabilità di fare politica, in rappresentanza di tutti, deve trovare il coraggio di illustrare ai cittadini anzitutto la verità, vieppiù se scomoda, perché gli slogan per non perdere poltrone fanno, nel tempo, più male che condividere il reale per come è veramente.
E se la verità è il presupposto, la competenza è il metodo ma, attenzione, dacché ridurla al titolo di studio significa comprimerla nella più piccola delle scatole cinesi, sottraendole la capacità necessaria di espandersi, a seconda di eventi, temi, situazioni in continua evoluzione, vieppiù oggi, quando il mondo esplode in mille diverse versioni nel tempo di un click. E allora avere una laurea non significa automaticamente saper governare perché, come qualcuno ha autorevolmente osservato, “la politica non deve essere il governo dei professori. Ma non può nemmeno essere il rifugio degli improvvisati.”
Ora, chi dovesse obiettare che non è con il pessimismo che si risponde alla carenza, merita una risposta seria ed oggettiva: vero, perché conoscenza, potenzialità, creatività, ambizione, strategia, all’Italia proprio non mancano. Si è smarrita invece la capacità esecutiva che, di là da slogan anche affascinanti, si traduce in persone giuste al posto giusto, ascolto incessante dei cittadini, osservazione e valutazione critico-costruttiva del quotidiano, corretta analisi del problema, sguardo aperto e ottica di visione, attenzione alle risorse disponibili e lungimiranza nella gestione economica ed amministrativa, controllo sistemico degli obiettivi, dello stato dell’arte e di eventuali errori. Ed è questo il prezioso contenuto racchiuso nello scrigno della competenza che, lungi dal costituire sorprendente e piacevole eccezione, si pone invece come pietra angolare del fare politica.
Nella lingua tedesca, conoscere un sostantivo senza il suo articolo equivale a non conoscere il sostantivo. Del pari, per una politica senza ignoranza, costruire un programma senza avere conoscenza dei modi per attuarlo equivale a non conoscere il programma, atteso che qualunque proposta che raccolga il consenso collettivo resta slogan e totale inconsistenza, ove non siano individuate e rinvenute le correlate coperture tecniche, amministrative, finanziarie. Ed ancora, per una politica sostenibile, occorre un patrimonio interno umano dotato di capacità di osservazione del reale, di sincerità, anche a costo di impopolarità, di capacità di ascolto, di competenza, di disponibilità al confronto senza pregiudizio, ma anche di fermezza, di coraggio, di fiducia, convinzione e determinazione. Serve inoltre una componente strana, indubbiamente rara, quasi folle ma decisamente importante: una copertura di ottimismo e positività, una sana simpatia per l’Umano che abbracci, anzitutto, il limite, per provare a farne preziosa risorsa.
La transizione verso una cultura del realismo appare complessa e, a tratti, anche drammatica. Per coniugare il merito con l’equità, è necessario riconoscere l’attuale scarsità di risorse economiche. Questo scenario impone un sacrificio condiviso, nel quale la partecipazione democratica deve superare la logica della protesta fine a sé stessa, traducendosi in un impegno costante, ragionato e responsabile.
Ma torniamo, allora, alla domanda originaria: siamo disposti a sacrificare qualcosa per avere quanto chiediamo? Siamo disposti, anziché a dividerci, a dividere, a condividere?
Ebbene sì, perché insieme a tante altre realtà che, nel nostro Paese, si impegnano in questo senso, c’è anche un gruppo di cittadini che cerca ogni giorno di partire dall’osservazione del reale e dall’ascolto dell’umano per analizzarne il disagio e confrontarsi, con il più ampio margine possibile di interlocutori, senza veti e preconcetti di sorta, onde studiare e costruire, dentro un contesto di squadra, proposte concrete di risposta, di là dalla moda della recita: insomma, un Noi in Per-Corso, come risposta politica differente.
Si tratta di un gruppo che ha il desiderio e l’ambizione, con garbo, umiltà e senza presunzione, di realizzare una Agenda politica del Merito, un appuntamento quotidiano costante che faccia di un Utile differente di Uguaglianza, Trasparenza, Istruzione, Lavoro, Economia il suo obiettivo e di un Patrimonio Interno Umano il suo strumento, per una valorizzazione trasversale che unisca e non lasci alcuno indietro.
Se dunque il sogno è quello di trasformare il merito in un criterio di governo della società, cosa significa allora costruire un’“Agenda politica del merito”? Significa non limitarsi a proclamare che il merito è importante o premiare chi arriva per primo ma chiedersi quali istituzioni, regole e politiche permettano al merito di emergere, creando le condizioni nelle quali le persone possano competere in modo equo e il risultato della competizione non sia predeterminato dalla nascita.
Per fare questo salto culturale rivoluzionario ma decisamente necessario, occorre cedere alla propria misura, scendere dal palco dell’Io, mettersi in strada e parlare insieme con verità, sentirsi parte dello stesso cammino e costruire dal basso verso l’alto, quell’alto che non censura il limite ma cerca dentro un Noi la soluzione.
“L’uomo che segue il proprio comodo è condannato a vivere in una prigione che si è costruito da solo, dove i muri sono troppo alti e troppo spessi per far passare l’aria o vedere la luce. Chi guarda solo a sé stesso non sarà mai una persona libera perché non ha altro spazio se non quello limitato e fragile di uno specchio. La vera libertà esiste solo nell’impegno.” (Sergio Marchionne)
Ecco il senso e la missione di chi offre per tutti un percorso differente, dove lo slogan dell’Io viene accantonato per abbracciare la concretezza e la compagnia vera di un Noi. Occorre tempo? Certo, ciò che in un click siamo riusciti a scombinare, non è purtroppo in un click che potremo ricomporre. Diventa allora indispensabile ed oggi davvero rivoluzionario avere il coraggio di iniziare: siamo invitati tutti a farlo insieme, senza pregiudizio e fuori da sovrastrutture, a Roma, in uno spazio, quello di un Congresso Nazionale, nel quale il palco, come sempre, come ogni anno, non è del singolo ma di un NOI che porta ad ascolto e confronto le idee, tutte le idee, il 16 e 17 ottobre prossimi. Grazie per l’attenzione e forza Meritocrazia Italia, sempre.
