DALL’ECONOMIA ALL’UOMO
Si avvicina il casello, tocca pagare a lei. Tira fuori la carta di credito. «Così mi viene addebitata il mese prossimo», mi dice. «Sapessi in che situazione sono». La voce le si spezza. Nessun vittimismo, solo il sobrio sfogo di un’amica che sa di potersi aprire con me e mi confida di essere in imbarazzo dinnanzi ai 45 euro di un pedaggio autostradale.
Succedeva due anni fa, durante una trasferta. Viaggiavamo insieme, dividendoci le spese. L’amica era, ed è, mia coetanea. Una vita di lavoro alle spalle. Tengo a precisare che non è una scialacquatrice, non è una scriteriata che dilapida patrimoni. È una donna della mia generazione, che vive del proprio lavoro. Con questi risultati.
Preciso anche una seconda cosa: non è l’eccezione. È la regola. Il primo gennaio l’Italia taglierà il tetro traguardo dei trentacinque anni consecutivi a crescita zero virgola. Casi come questa mia amica ormai dilagano, scagli la prima pietra chi non lo sa o non li ha vissuti in prima persona.
Non ci vuole francamente un genio per vedere un nesso tra queste situazioni e l’onda di estremismi che minaccia di travolgere il nostro Paese come anche altri che se la passano un po’ meglio di noi (anche se non tanto meglio): la Germania dell’AfD, la Francia di Rassemblement National, la Spagna di Vox, persino la Svezia dei cosiddetti Democratici. Per non parlare di quello che sta succedendo negli Stati Uniti di Trump 2.
Resto all’Italia. La scorsa settimana si parlava di Alcide De Gasperi. Torniamo a quegli anni, al secondo dopoguerra. Il nostro Paese era in ginocchio, distrutto. Ma da quelle rovine crebbe una nuova classe media. De Gasperi e Luigi Einaudi furono gli architetti di quel miracolo. De Gasperi portò in Italia i dollari americani per la ricostruzione. Einaudi riformò la lira e stabilizzò l’economia.
La produzione industriale raddoppiò tra il 1951 e il 1963, e nacque quello che il mondo intero avrebbe chiamato “il miracolo economico italiano”, un periodo di crescita mai visto prima nella nostra storia. +100%, pensate, in appena 12 anni, quando negli ultimi 35 siamo a stento a +17%.
Nel 1955 un operaio guadagnava in media 30mila lire al mese. Una casa nuova nella periferia di Milano costava due milioni di lire. Cinque anni di stipendio. Oggi a Milano una casa costa dai venti ai trenta anni di stipendio. Una famiglia italiana spendeva solo il 15% del suo reddito per l’affitto. Oggi molti pagano il 40% o addirittura di più. Il pane, il latte, la carne avevano prezzi onesti, controllati dallo Stato. Ma la cosa più straordinaria era un’altra: con un solo stipendio una famiglia riusciva a risparmiare. Per le vacanze, per i figli, per la pensione.
Andiamo avanti. 1965. Il benessere continuava a crescere, senza fermarsi. Un operaio specializzato guadagnava 86mila lire al mese. Con quel salario, tutta la famiglia poteva vivere bene e con dignità. Una Simca 1000 nuova costava 965mila lire, circa 11 stipendi mensili. Un frigorifero costava 60mila lire, il pane 170 lire al kg. Nel 1970 arrivò anche lo Statuto dei lavoratori, con nuovi diritti. Non era fortuna, non era magia: era una regola oggi dimenticata. Quando l’economia cresceva, crescevano anche i salari. Le due linee salivano insieme, e lo fecero per decenni. Senza staccarsi, come due mani che si tenevano l’una con l’altra. Se un operaio produceva più valore, riceveva anche più stipendio. Se l’economia italiana cresceva, il benessere arrivava alle famiglie. Nessuno restava indietro.
Gli economisti oggi le chiamano linee parallele: la regola d’oro del dopoguerra. Ma poi arrivò un anno che cambiò tutto per sempre. Il 1973. Il 6 ottobre scoppiò la guerra del Kippur tra Israele e i Paesi arabi. In meno di due settimane il prezzo del petrolio triplicò. Il 23 novembre il governo Rumor annunciò il decreto di austerità. Il 2 dicembre fu la prima domenica a piedi della storia italiana. 12 milioni di automobili rimasero ferme nei garage. Le luci al neon vennero spente, i bar chiusero alle 23. Noi bambini la vivevamo come una festa, ma festa non era affatto. L’austerità durò fino al giugno 1974. E contestualmente il patto silenzioso delle linee parallele iniziò a sfilarsi.
L’economia italiana continuò a crescere. La produttività aumentò ancora, ma i salari non seguirono più quella linea comune. Restarono indietro. Oggi gli economisti chiamano questo fenomeno “la grande divergenza”. La salita comune diventò due strade completamente separate. Fu un lento cambiamento di pensiero. Una nuova idea aveva conquistato l’economia mondiale: le aziende non dovevano più servire tutti, ma soltanto gli azionisti. Non più l’operaio, non più la comunità: contava solo il valore in borsa, solo il profitto trimestrale. Questa mentalità arrivò lentamente da noi, portata dai grandi gruppi finanziari. E la classe media non ne era più al centro.
Fu un nuovo spirito che cambiò l’Italia in vari modi. La prima onda colpì i sindacati, che persero forza. Negli anni Settanta più della metà dei lavoratori italiani era iscritta a un sindacato. Oggi non arrivano a un terzo, e la voce degli operai si è fatta molto più debole. Inoltre cambiò il sistema fiscale. L’aliquota massima delle tasse scese dal 72 al 43%. I più ricchi trattennero molto di più, e lo Stato ebbe molto di meno.
Il secondo boom degli anni Ottanta mascherò l’inizio del crollo. A metà decennio l’Italia era il quinto Paese più ricco del mondo e a partire dal 1989 colse al volo l’occasione della globalizzazione per rilassarsi sugli allori. Il benessere dilagante si alleò con la demotivazione per un lavoro sempre meno premiante e per un sistema gerarchico aziendale incompatibile con le ambizioni e la dignità di una società ora iperscolarizzata, suggerendo il passaggio a un’economia di servizi sempre meno in grado di aggiungere valore. Si aprì alla società multietnica, agevolando l’ingresso di persone disallineate rispetto ai nostri valori pur di trovare manodopera a basso costo. Le fabbriche si spostarono nell’est europeo e in Cina. Migliaia di posti di lavoro sparirono per sempre.
E così arriviamo a oggi, dopo 50 anni e sette lustri di zero virgola. La classe media si è ristretta enormemente. Nel 2007 era il 57% della popolazione, oggi è soltanto il 38%. Un crollo storico: sette milioni di italiani ne sono scivolati fuori in pochi anni. Più di tre milioni di giovani non lavorano, non studiano, non cercano lavoro. Li chiamano NEET. Tra i 20 e i 24 anni quasi uno su tre appartiene a questo gruppo.
A Milano l’affitto medio si mangia il 60% dello stipendio di un giovane. Il tasso di natalità è sceso a 1,24 figli per donna. È il più basso di tutta l’Europa, e il Paese sta invecchiando. Ogni anno 30mila giovani emigrano all’estero in cerca di futuro. Le fabbriche sono andate via, i sindacati forti sono andati via, la pensione sicura è andata via, lo stipendio unico che bastava per tutta la famiglia è andato via. La casa con il giardino è andata via. La sicurezza tranquilla della classe media è andata via. «Sapessi in che situazione sono», ri-cito la mia amica.
Le urne di settembre-novembre 2027 potrebbero premiare estremismi inediti a memoria d’uomo, che come tutti gli estremismi fanno leva sulla rabbia, sul disagio, sulla frustrazione, sul fallimento nonostante la fatica. Il grande storico Renzo De Felice sintetizzò l’ascesa di Mussolini non solo col pericolo espropriatore comunista, ragion per cui tutti gli industriali votarono a destra, ma anche con lo smarrimento dei reduci dal fronte, che al rientro a casa trovarono una società mutata dalle fondamenta, le donne che guidavano, che lavoravano, che avevano imparato a farcela da sole ad onta del privilegio maschile: privilegio che adesso reclamava il suo perché.
Ora, nel 2026, abbiamo generazioni di persone che si guardano indietro e traggono un bilancio da sangue agli occhi, esasperazione, odio.
Abbiamo un’occasione d’oro, e l’abbiamo solo noi, perché soltanto noi abbiamo la parola “merito” nel nome. Il merito, questo bistrattato all’insegna della golden share, dell’istinto di potere, della vessazione fuori tempo.
Abbiamo l’occasione di provare a creare una versione 2.0 delle linee parallele. Parlo così per non saper trovare espressioni migliori, in realtà sono consapevole che quell’andamento non è più ricostituibile.
L’alternativa – magari non nel breve, ma nel medio periodo certamente sì – è la fine della democrazia, l’emergere di un uomo forte, il diktat a cui nessuno di noi è abituato, ma contro il quale la fuga terrorizzata verso la Nato degli ex Paesi del patto di Varsavia negli anni Novanta dovrebbe porci in guardia. La dittatura non è la risoluzione dei problemi. La dittatura è quello.
Giorni arriveranno in cui, sanato questo squilibrio, si potrà procedere alla riorganizzazione del lavoro in senso orizzontale, così facendo cessare gli squallidi giochetti di potere a cui tutte le gerarchie aziendali sono devote a scapito della produttività. Ma è un giorno ancora lontano. Facciamo il primo passo. Chiamiamo a raccolta i migliori economisti italiani. Apriamo un Ministero dell’economia, solo dell’economia. Invitiamo le teste pensanti a capire come fare. Un modo ci dovrà pur essere. Non chiamiamole linee parallele, chiamiamole come vi pare, ma facciamolo! Possiamo farlo solo noi: abbiamo le premesse valoriali, l’organizzazione e l’entusiasmo.
Mettiamoci al servizio dell’Italia. L’Italia aspetta noi, nessun altro che noi.
