Il barlume della speranza

Il barlume della speranza

Guardandoci intorno, ci accorgiamo che a dividerci non è soltanto la guerra. Non sono cioè solo i grandi conflitti, quelli conclamati, che pure separano il mondo in almeno tre grandi blocchi.
Anche guardando al piccolo della comunità locale, ci si accorge di quanto difficili possano essere le relazioni. Ne è prova il clima di fortissima ostilità vissuto in occasione delle votazioni referendarie della scorsa settimana.
La distanza che mettiamo tra noi e l’altro dimostra che non si sta combattendo per il bene comune. La politica dirotta l’attenzione su questo o quel partito, alla ricerca continua di consenso. Con grave vulnus per la democrazia.
Da qui dovremmo partire, per lavorare alla costruzione di una cultura della pace.
Dovremmo farci capaci di aspettarci il meglio pur nella consapevolezza che non tutto può andare sempre bene, e a saper cogliere quel barlume di luce che soltanto la speranza porta con sé. Non si tratta di fede religiosa o di fiducia nella possibilità di realizzare certi sogni. Si tratta di proiettarsi alla bellezza, alla correttezza, alla riflessione, per contenere l’emotività e l’istinto, e non dare risposte aggressive a chi manifesta un pensiero anche molto diverso dal nostro.
Continuando per questa strada, invece, non basterà parlare di Green deal, esultare per una breve tregua nel conflitto di Gaza, mostrare preoccupazione per la situazione in Yemen e in Iran, lavorare al riequilibrio dei mercati. Nulla serve davvero senza la speranza che qualcosa cambi stabilmente.
Nel panorama internazionale, si accentuano gli estremismi e le manifestazioni d’odio.
Sembra il tramonto dell’umanesimo. E ne va della tutela dei diritti universali dell’uomo.
La Carta dei Diritti universali dell’Uomo è il risultato di un percorso di crescita culturale, che ha portato a riconoscere il valore della Persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, facendo leva su un filone filosofico, sociologico e di politologia proiettato alla promozione del benessere condiviso.
Uno dei padri fondatori del pensiero sociologico fu Charles-Louis de Secondat, barone de la Brède e di Montesquieu. Tra il 1889 e il 1755 Montesquieu maturò il proprio pensiero illuminista, mettendo a frutto la propria formazione sia tecnico-scientifica sia umanistica, e contribuì all’affermazione dell’umanesimo.
La sociologia serve a capire come si evolvono le dinamiche di relazione per prevenirne le complicazioni.
Non serve spostare la riflessione nel grande del macrosistema internazionale. Basta restare al piccolo del nostro quotidiano.
Penso all’esperienza in Meritocrazia.
Non è facile coinvolgere in questo progetto persone pronte a dedicare il proprio tempo e le proprie energie alla causa comune, perché c’è tanta disillusione e ci si concentra sulla parte economica della vita sociale, quella che porta guadagni. Ma il benessere economico è solo la parte meno importante del tutto, non è quella che porta felicità.
Se un insegnante, ad esempio, non trova il tempo di dedicarsi a un progetto sociale, avrà anche più difficoltà a svolgere bene il proprio lavoro, perché non avrà davvero contribuito a migliorare il contesto nel quale i giovani crescono e si formano.
Sono proprio progetti come il nostro ad accendere quel barlume di speranza del quale abbiamo bisogno. Mette un tassello alla ricostruzione dell’umanesimo distrutto.
Fa sentire davvero liberi e onesti nella formazione delle idee.
La diversità dei pensieri dovrebbe essere, in realtà, il sale della democrazia. E invece il gioco delle maggioranze può diventare pericoloso se le decisioni non sono prese con attenzione per il merito delle questioni e sono armi contro qualcosa o, peggio, contro qualcuno.
Questo sarà sempre se non si tornerà a studiare, ad approfondire, ad avere curiosità e ad aprirsi all’altro.
Sono orgoglioso del percorso di avvicinamento al referendum, che parte da lontano, con una proposta avanzata nel 2019; abbiamo saputo dare voce a tutti, senza arroccarci sulle nostre convinzioni, e aprire al confronto vero e libero.
Diversamente, insistendo soltanto sulla nostra posizione, avremmo fatto solo propaganda e oggi non potremmo permetterci di parlare di cultura.