Il castello di carte

Il castello di carte

La politica è assorbita dai problemi di un’economia che viaggia a velocità diverse per classi sociali. In pochi continuano ad accrescere la propria ricchezza, mentre per il resto aumenta il livello di povertà.
Il gap è notevole, tra salari minimi non garantiti, scarsa effettività dei diritti civili, emarginazione ed esclusione.
Si vive una specie di follia organizzativa che fa pensare a un sostanziale fallimento sociale.
Su questo siamo tutti d’accordo. Politici, di maggioranza e opposizione, filosofi, sociologi, non v’è nessuno che non riconosca che mancano coerenza e visione.

Allora, se c’è questa consapevolezza diffusa, perché si continuano a costruire castelli di carte?

Le letture di questa settimana mi hanno portato ad alcune critiche pungenti all’economia neoclassica. Marx, Keynes, Minsky hanno dedicato molta parte dei propri studi a fenomeni come disequilibri economici, bolle speculative, denaro neutro, a tutto quello che contribuisce ad accrescere il debito.
Ma sulla nozione di debito bisogna intenderci. Non è solo quello che si legge in negativo sui bilanci. Il debito è anche quello che si crea nelle diseguaglianze.
E il debito sociale pesa moltissimo.
È un debito che non si paga semplicemente costruendo cartelli di carte.

Si cercano soluzioni a livello finanziario. L’economista tedesco Streeck ha ipotizzato un ritorno al modello del dopoguerra, con prelievi forzati a carico di chi gode di maggiore ricchezza. È chiaro, però, che i più ricchi non sono interessati a partecipare alla crescita del benessere altrui. Anzi, cercheranno sempre di conservare la propria posizione di supremazia economica, che consente di condizionare le scelte politiche e di continuare a comandare. È così che si disperdono, lentamente, la democrazia e la voglia di partecipazione.
Torno a chiedermi, allora, chi sia a costruire davvero questo castello di carte. I pochi che difendono la propria posizione di privilegio, o i tanti che non fanno nulla per riscuotere il proprio credito sociale?
Tutto questo ha a che fare con il neoliberismo, che porta con sé la grande responsabilità di non aver fatto nulla per evitare il declino.

Come l’economia, anche la democrazia vive alti e bassi. Quando si tocca il fondo, deve essere il popolo a ripristinare gli equilibri, costruendo, giorno dopo giorno, un’idea diversa di politica. Non sposando questa o quella ideologia. Maggioranza e minoranza sono sempre parimenti responsabili di ciò che non va. Serve, piuttosto, un’azione differente.
Qualcuno dice che, per cambiare le cose, bisogna stare dentro al sistema. Non è vero. Le cose si cambiano dal basso, dalle piazze, dalle strade. Le rivoluzioni più grandi, quelle che hanno portato veramente a un cambio di rotta, sono sempre nate fuori dal sistema.
Questo è il messaggio che vogliamo lanciare.
Lo abbiamo fatto da ultimo con l’incontro a Pescara, e prima ancora in quello ad Aversa. Nel corso del tour di presentazione del mio primo libro, del primo libro di Meritocrazia Italia, in tantissimi vengono desiderosi di ascoltare note nuove, di là da ogni schieramento partitico.
Dice Emmanuel Tood che oggi ci siamo liberati dalle credenze neofasciste, metafisiche, comuniste, socialiste, nazionaliste, e stiamo sperimentando il vuoto, rimpicciolendoci progressivamente. Vuol dire che il capitalismo sta assorbendo tutto, anche l’ideologia.
La politica si alimenta di conflitto. Invece proprio quella parte, grande, della popolazione che soffre e fatica deve iniziare a ricostruire con una mentalità diversa, per equilibri diversi.
La missione della politica deve essere quella non (sol)tanto di favorire la produzione della ricchezza, ma soprattutto di redistribuirla, a beneficio di una vera giustizia sociale.

Noi siamo qui per promuovere questa convinzione, nella concretezza delle nostre proposte. Già ottenere ascolto è un successo per la democrazia. Ed è un successo per la democrazia, a monte, che ci siano tante persone che non vogliono più voltarsi dall’altra parte. Che ci siano genitori che non puntano, per i propri figli, alla scuola migliore secondo le convenzioni sociali, ma che sono preoccupati della formazione, della crescita culturale e della realizzazione personale dei giovani. Che ci siano persone che guardano alla sostanza delle cose, e non alla superficie dell’apparenza.