Il valore del pensiero critico

Il valore del pensiero critico

Uno dei fenomeni che meglio caratterizzano il mondo moderno, specie occidentale, è un individualismo senza precedenti nella storia dei popoli. Un individualismo, descritto efficacemente dal sociologo tedesco Ulrich Beck, che è rappresentato bene dalla situazione politica comune a tanti Stati e propria anche all’Italia, con i lacci e lacciuoli dei rapporti tra chi ricopre ruoli di evidenza pubblica e con i soliti intrecci opachi strategicamente orditi dal potere lobbistico di pochi. Basti rilevare la continuità di alcune nomine a ricoprire incarichi istituzionali. Sempre le stesse persone, nonostante i cambi di governo.
Ci si chiede se questa sia davvero la strada giusta per superare le tante difficoltà del momento, economiche, sociali, nelle relazioni internazionali. Ci si chiede se questa sia la strada per riportare a stabilità gli equilibri precari su tanti fronti.
Serve farsi queste domande proprio oggi, perché è certo che la cosa sia davvero sfuggita di mano. Abbiamo consentito a pochi leader di dettare i tempi a livello globale, con reazioni sempre troppo timide o comunque insufficienti a evitare la deriva.
Si rafforza il pensiero di Beck. L’individualismo senza massa critica, quell’individualismo che mette in ombra meriti, competenze, genialità, è quanto di più controproducente in un mondo che avrebbe bisogno delle persone giuste, quelle che sanno fare con onestà intellettuale, al posto giusto.
Purtroppo non potrà essere mai nulla di diverso fino a quando resteremo concentrati sull’effimero, in disparte quello che conta davvero.
Fa riflettere il dato dell’altissima partecipazione all’ultimo referendum, quello sulla separazione delle carriere. La grande partecipazione, dopo anni di conclamato astensionismo, dovrebbe confortare. Dispiace, invece, che i cittadini non abbiano scelto sulla base del merito della riforma e siano stati mossi piuttosto dalla volontà di veder perdere chi oggi è forte, nella solita caccia alle streghe.
Questo non è avanzamento culturale. Significa che qualcosa non va, che il disagio si sta tramutando in odio crescente. Soltanto gli attacchi riescono a procurare visibilità. Non è un caso che le campagne elettorati siano sempre concentrate sulla demolizione dell’altro e non sul fare costruttivo. Ed è facile ottenere un’occasionale ribalta nazionale seminando discredito, sufficiente addirittura a creare nuovi leader.
Non ci si rialzerà facilmente. Forse ci vorranno ancora degli anni. Ma è ancora possibile.
Nel frattempo servono appuntamenti culturali di mediazione, da sviluppare a livello nazionale e internazionale. Bisogna creare dialogo, connessioni, cooperazione. Bisogna promuovere un pensiero che sappia andare oltre l’‘io sono’, oltre questo individualismo imperante.
Questo lo può fare meglio chi è fuori dal sistema, chi guarda dall’esterno ai meccanismi della politica tradizionale.
Dovremmo noi riuscire a riportare l’attenzione sulla verità dei problemi, senza condizionamenti ideologici. Potrebbe essere di grande aiuto per superare divisioni e conflitti.
Siamo abituati a pensare al benessere come a qualcosa di misurabile economicamente. Oltre a un tasso economico, ce n’è uno ben più importante, quello sociale. Oltre al prodotto interno lordo, è ben più importante il prodotto interno umano.
Eppure il desiderio di avere più degli altri vince su tutto. Sembra l’unica battaglia personale che merita di essere combattuta.
Dobbiamo trovare le forze per reagire davvero, in maniera operosa, non soltanto con la statica indignazione.
Dobbiamo riuscire a far comprendere che siamo uniti dallo stesso bisogno di equilibrio e felicità.
Non è teoria. Lo abbiamo dimostrato con i fatti in occasione dello scorso referendum. Pur avendo convintamente preso posizione, abbiamo tenuto aperto il dialogo e dato spazio a chi aveva un’idea molto diversa dalla nostra.
Lo abbiamo fatto senza l’illusione che questo sia il punto di arrivo di qualcosa, ma certi che possa essere il punto di partenza per la costruzione di una società diversa.
Diversamente, questa deriva valoriale prenderà il sopravvento, con effetti che avvertirà più forte proprio chi pensa soltanto a sé e al proprio star bene individuale.