La nuova geometria della Repubblica, tra forme che restano ed equilibri che cambiano

La nuova geometria della Repubblica, tra forme che restano ed equilibri che cambiano

Tutte le tue, nostre, vostre faccende, diurne e notturne, sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no, i tuoi geni hanno un passato politico, la tua pelle una sfumatura politica, i tuoi occhi un aspetto politico, ciò di cui parli ha una risonanza, ciò di cui taci ha una valenza in un modo o nell’altro politica, perfino per campi per boschi fai passi politici su uno sfondo politico.
Se davvero, come scrive la poetessa Visuava Shimborska, ogni gesto della nostra esistenza possiede una dimensione politica, allora la politica dovrebbe essere il luogo in cui quelle esistenze trovano una direzione comune.
La politica dovrebbe aiutarci a tenere insieme differenze interessi, fragilità e soprattutto dovrebbe saper ascoltare.
Eppure è proprio questa funzione che lentamente sembra essersi consumata Forse è proprio questa la ragione per cui molti confronti pubblici alla fine lasciano la sensazione di non arrivare da nessuna parte.
Ognuno resta esattamente con le stesse convinzioni, non perché siano mancati gli argomenti, ma perché gli argomenti hanno smesso di essere il centro del confronto.
Non si cerca più di capire chi ha ragione, ma di ritrovare nelle parole dell’altro la conferma della propria appartenenza.
È per questo che ridicolizzare l’avversario quasi mai lo indebolisce, anzi chi lo segue non vive quell’attacco come una confutazione delle sue idee, ma come un’aggressione al gruppo di cui si sente di far parte. E quando viene messa in discussione un’appartenenza difficilmente la si abbandona, più spesso la si difende con ancora maggiore convinzione.
Questo succede perché la logica della tifoseria ha preso il posto delle categorie dell’analisi ed è cambiata la domanda che la politica si pone.
Non è più ‘dove vogliamo andare?’, ma ‘da che parte stiamo?’.
La prima domanda cerca un progetto da costruire insieme.
La seconda si accontenta dell’appartenenza a uno schieramento.
Eppure non è una trasformazione nuova.
Tucidide, raccontando la guerra civile di Corcira, osservava che nei conflitti tra fazioni perfino le parole finiscono per cambiare significato.
Il coraggio diventa imprudenza, la prudenza viene scambiata per debolezza, la fedeltà al gruppo conta più della ricerca della verità, e, in questo meccanismo distorto, il cittadino non è più qualcuno da convincere, ma un consenso da conservare.
E quando la politica smette di vedere le persone e comincia a vedere i bacini elettorali, la qualità della vita reale passa inevitabilmente in secondo piano, perché il consenso può essere alimentato anche con le parole.
La fiducia invece si conquista soltanto incidendo sulla vita concreta, e non c’è nulla nella vita di una persona di più concreto del lavoro.
L’art. 1 della Costituzione dice che la Repubblica fonda la dignità della persona sul lavoro, e questa è una scelta che va oltre l’aspetto economico, perché, come ha ricordato il presidente Mattarella, non dice che il lavoro viene prima della vita, anzi il lavoro dovrebbe essere lo strumento con cui una persona costruisce la propria autonomia, partecipa alla vita della comunità, si prende cura di sé e degli altri.
Non è un peso da sopportare, né un favore che qualcuno ti concede. Eppure quella dignità resta spesso più una promessa che un fatto e per saperlo basta guardare chi raccoglie i frutti del lavoro quando la ricchezza cresce.
Il rapporto Oxfam infatti dice che tra il 2010 e il 2025 circa il 91% dell’incremento della ricchezza nazionale è finito al 5% più ricco delle famiglie italiane, mentre alla metà più povera della popolazione è arrivato appena il 2,7% nell’ultimo anno la ricchezza dei miliardari italiani è cresciuta di circa 150 milioni di euro al giorno.
Ovviamente non è la ricchezza in sé il problema, ma la sua direzione perché quando la crescita passa sopra la testa di chi ne avrebbe più bisogno e resta nelle mani di chi già ne aveva in abbondanza, il lavoro smette di essere lo strumento con cui una persona può cambiare il proprio destino. Una legge elementare della fisica dice che in un sistema chiuso, se nessuna forza lo impedisce la gravità porta alla materia a concentrarsi spontaneamente.
Anche le società, quando nessuno contrasta questa tendenza, sembrano obbedire alla stessa legge. Non c’è un complotto, non c’è una colpa precisa da attribuire a qualcuno. Semplicemente nessuno negli ultimi 15 anni ha costruito abbastanza forza contraria.
E la stessa disuguaglianza che continua a passare sopra la testa di alcuni e sotto i piedi di altri si vede anche fuori dall’economia.
Un’ondata di calore attraversa una città, ma non incide allo stesso modo sulla vita di chi la abita.
C’è chi può chiudersi in una casa fresca e chi no, c’è chi vive in un quartiere ricco di alberi e parchi e chi invece vive dove il cemento trattiene il calore fino a notte fonda. Non è più soltanto una questione ambientale, cambia il contesto, ma non la sostanza.
C’è ancora chi può proteggersi e chi può soltanto subire.
La politica è ridotta a tifo, il lavoro che perde dignità, la ricchezza che si concentra il clima che colpisce diversamente a seconda di chi sei.
Fenomeni diversi che continuano a conservare lo stesso nome, ma che cambiano profondamente nella sostanza.
Nell’antichità esisteva una pratica chiamata tosatura della moneta.
Si limava il bordo delle monete d’oro senza toccarne il conio.
La moneta continuava a circolare identica, stesso volto, stesso valore dichiarato, mentre dentro restava sempre meno oro.
La nostra Repubblica oggi mi sembra assomigliarle: le effigie è ancora quella giusta, lavoro, dignità, uguaglianza sono ancora le parole che pronunciamo nei discorsi pubblici che scriviamo nei documenti che insegniamo a scuola.
Ma il metallo dietro quelle parole si è assottigliato e non ce ne accorgiamo guardando la moneta. Ce ne accorgiamo solo quando proviamo a spenderla e scopriamo che vale meno di quanto promette.
Per accorgersene servirebbe fermarsi a controllarla da vicino, ma è proprio il tempo per fermarsi e riflettere che oggi sembra mancare a tutti in una società che non concede più tempo alla riflessione il confronto smette di essere ricerca e diventa rumore sovrapposto ad altro rumore dove ogni voce non cerca più chi ha ragione, ma soltanto di coprire quella accanto.
E nel rumore il pensiero si indebolisce rischiando di perdere proprio ciò che ci rende più umani.
Ed ancora, cambia il lavoro, cambia la comunicazione, cambia perfino il modo in cui pensiamo si evolve dicono si innova con la forza della tecnologia che avanza.
Ma la domanda non è ciò che la tecnologia sarà capace di fare, ma cosa continueremo ad essere.
Un’innovazione senza una riflessione sull’uomo rischia di produrre efficienza senza direzione, di darci strumenti sempre più potenti senza mai chiederci che persona vogliamo continuare ad essere.
E più le macchine imparano a fare più diventa urgente ricordare che cosa in noi resta insostituibile: la responsabilità di scegliere la capacità di dare un significato a quello che si fa, non solo di seguirlo.
Se non lo facciamo ora, rischiamo di svuotare un’altra moneta senza nemmeno accorgercene.
Istruitevi, scriveva Antonio Gramsci, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.
È esattamente in questo spazio tra l’istruirsi e l’organizzarsi che si colloca il lavoro di Meritocrazia Italia.
Non è un lavoro che promette di rifare il conio da zero, come se bastasse un annuncio a risolvere 15 anni di squilibrio.
È un lavoro che prova a rimettere metallo dietro le parole che già usiamo, verificando con precisione dove si sono svuotate: nella scuola che dovrebbe formare cittadini liberi e capaci di giudizio e troppo spesso forma solo esecutori nella pubblica amministrazione che dovrebbe selezionare chi merita di più e troppo spesso seleziona chi conosce qualcuno.
È un lavoro fatto di analisi prima ancora che di proposte, perché non si può riempire una moneta senza sapere esattamente quanto e dove si è svuotata.
Ed è un lavoro lento che non permette e non promette scorciatoie.
E forse proprio per questo è credibile, non cerca parole nuove, ma prova a ridare peso a quelle che abbiamo già.