La poetica della cultura
È un’associazione difficile quella tra poesia e politica.
La poesia è tradizionalmente considerata una parte della formazione scolastica, importante sì, ma anche meramente teorica, lontana dalle cose della realtà.
È una convinzione errata.
C’è stato un tempo in cui la poesia è servita a costruire ideologie politiche, a costruire ponti e favorire il dialogo, a raccontare la verità dei fatti della vita.
Molti scrittori, anche italiani, hanno cercato di superare le brutture di certe epoche valorizzando concetti propri del romanticismo e reagendo a un cristianesimo che distraeva l’attenzione verso la vita dopo la morte, come se i giorni nel mondo terreno fosse meno preziosi. I nostri poeti, però, sottovalutavano il piacere del quotidiano, nella banalità delle cose di tutti i giorni.
Ci si accorge di quanto la poesia sia vicina alla politica se ci si rende conto che non è altro che uno strumento per raggiungere l’obiettivo in maniera diversa dall’ordinario. Attraverso la riflessione profonda.
Carducci fece della congettura contro l’elemento ideale, e contro l’idealismo in generale, la propria battaglia. Secondo Carducci, la poetica ha una funzione civile, legata a doppio filo alla formazione del cittadino, nella celebrazione dei valori collettivi. Serve per far sì che l’uomo dismetta la sua parte più irrazionale, o quella che lo porta allo sfrenato individualismo e alla sete di potere. Serve a sollecitare il senso della comunità e a far comprendere che le difficoltà della vita sono cosa che può colpire tutti, senza eccezioni. E questo dovrebbe consentire il migliore radicamento possibile della solidarietà, che sola spinge a lavorare insieme per la causa comune. A fare, insomma, politica.
Si può dire che la politica sia elemento fondante della poesia.
È indubbia la forza eversiva di alcuni versi delle Odi barbare, che risalgono addirittura al 1877. Disegnano un’onda politica che si propone di spazzare via, per l’appunto, le barbarie. La crudeltà dell’istinto, insegna Carducci, va mitigato con le parole e le azioni, ma anche con le omissioni e i silenzi.
Si può dare un senso alla vita soltanto con la propria opera, da rivolgere anzitutto al bene degli altri, e poi verso se stessi.
La politica, dal suo, è divisiva. Anzi, trova forza proprio nelle divisioni. Basta accanirsi contro qualcuno o contro una certa idea per creare coesione attorno al sentimento d’odio, a supporto di questo o quel leader. In questo non c’è nulla di culturale o poetico. C’è solo l’istinto di prevaricazione che prende il sopravvento.
E, in questo, non c’è destra o sinistra. Una certa sinistra costruisce la propria ideologica sull’attacco al patrimonio, anche a quel patrimonio racimolato con grande sacrificio e lavoro, magari nel tempo di più generazioni, a tutto beneficio di chi preferisce il sussidio statale alla costanza lavorativa. Alcune destre, dal loro, promuovono una propria idea di razza e bandiera, ostacolando logiche di inclusione e integrazione.
Una banalizzazione ideologica che trasforma gli elettori in tifosi da stadio.
È lo svilimento della politica, che ritorna a quella barbarie descritta da Carducci come il male da debellare. Quella barbarie che deresponsabilizza, perché allontana dal ragionamento e alimenta l’irrazionale.
Alla fine, tanto, non conta chi vince o chi perde. Odio e contrapposizione restano, e, se possibile, crescono.
D’altronde è molto comune assistere a talk televisivi in cui non si fa altro che attaccare l’avversario, e a volte anche persone della propria fazione politica, per guadagnare in consenso.
La politica, quella vera, è un’altra cosa.
Da Carducci, a Pascoli, a D’Annunzio, il tentativo è quello di ispirare la riflessione, di condurre nella profondità dei concetti, per conoscerli, controllarli e migliorarli.
La storia non appartiene al passato; serve per capire gli errori. Errori che sono, ciclicamente, sempre gli stessi, e si potrebbero evitare restituendo alla politica colore culturale, e facendo così la differenza rispetto a quello a cui siamo abituati.
La prima maglia della Juventus era rosa, ma, siccome si macchiava facilmente e il colore sbiadiva dopo i tanti lavaggi, la società incaricò un calciatore inglese di provare tinte nuove. Da qui, il bianco e il nero a strisce. Restarono quelli i colori per sempre.
Oggi invece la casacca si cambia molto spesso, secondo le convenienze o le emotività.
