La poligenesi dell’ideologia

La poligenesi dell’ideologia

Non esiste l’ideologia perfetta, quella da preferire sempre, capace di resistere ai tempi e ai cambiamenti.
Le ideologie sono come abiti, cuciti sulle esigenze del momento e non sempre incidono in una maniera utile sulla discussione politica. Alle volte vengono strumentalizzate ed esasperano le contrapposizioni.
Oggi l’offerta politica è in affanno. Si parla ancora di comunismo, di fascismo, di totalitarismo. Termini anacronistici, che descrivono realtà non più attuali. Come se dal 1914, al 1945, a oggi non fosse cambiato nulla. Rinnegando anni di stravolgimenti e conquiste. Non considerando l’impatto di conflitti che in tanti hanno considerato necessari, anche coltivando il sogno di una vittoria definitiva sull’avversario. Da Tucidide, a Tacito, D’Annunzio e Kant. Tucidide raccontava l’uomo guerriero, alla ricerca di se stesso e della propria affermazione personale. Lo stesso Tacito che non aveva pensieri positivi sulla pax romana, considerata il più grande errore dell’umanità, una sorta di monito a tutela del popolo romano. D’Annunzio e Kant, ciascuno al suo modo, dedicavano i propri studi al ruolo e al valore dell’uomo in politica.
Siamo arrivati a oggi con proposte politiche a dir poco discutibili, tra reddito di cittadinanza e patrimoniale. Hanno la meglio slogan che esprimono messaggi ideologici apparentemente di nuova fattura ma in realtà riciclati, con una nuova veste, dal solito fare trito e ritrito di una politica disinteressata ai veri bisogni dei cittadini.
Non si può avere così poca visione. Specie alla luce della globalizzazione ormai avviata, che impone un respiro internazionale a qualsiasi decisione. La protezione dei confini ha una logica, ma i problemi della modernità non dipendono da questo, dipendono dall’incapacità di conservare gli equilibri e tenere i rapporti con gli altri Paesi, tra schizofrenie dei mercati, cattiva gestione della crisi ambientale e climatica e flussi migratori incontrollati, soltanto per dirne alcune.
Avere cura dei cittadini vuol dire aprire al dialogo in una nuova pax mondiale. Per non avere più la drammatica differenza tra Paesi dagli sprechi alimentati e Paesi in cui la maggior parte della popolazione vive di stenti, senza neppure acqua buona da bere.
Il divario sociale esistente dimostra che è venuto il tempo di sposare l’idea di una politica diversa. Su questo bisogna sensibilizzare tutti.
Bisogna far comprendere, ad esempio, che il problema non è l’immigrazione in sé, perché la convivenza tra persone con formanti culturali differenti è sempre valore aggiunto; il problema è nella capacità di sollecitare il rispetto delle regole. Condividere le energie che il mondo offre, senza forzature e approfittamenti, è quello che può consentire una crescita sana della nostra civiltà.
Questa è la politica del domani, quella che Meritocrazia Italia vuole contribuire ad affermare, uscendo dalla retorica e abbracciando un pragmatismo di verità e di attenzione per i bisogni reali dei cittadini.
Accogliere non vuol dire ricevere stranieri sul proprio territorio. Implica un impegno diverso. Implica attenzione per i bisogni effettivi di chi è costretto ad abbandonare la propria terra d’origine, portandolo nella conoscenza della nostra storia e della nostra cultura. Senza dimenticare che al centro di tutto ci deve essere la salvaguardia della dignità dei singoli. Non ci può essere accoglienza senza integrazione. Servono regole, ma serve anche una seria progettualità, soprattutto per contrastare forme di sfruttamento e sollecitazioni alla creazione di un antistato.
Sono tanti gli stranieri che hanno dato e danno un contributo prezioso al progresso sociale ed economico del nostro Paese, tutte persone che hanno raggiunto un livello adeguato di integrazione e si sentono parte della comunità.
La nuova politica non deve avere incrostazioni ideologiche, ma deve aprire gli occhi alle necessità di questo tempo e alle particolari esigenze di tutti. La formula migliore, quella vincente per l’umanità, è sempre nell’inclusione. Ma l’inclusione, purtroppo, non è una vocazione dell’uomo, è una conquista culturale di tutti i giorni.