L’ermeneutica dell’individualismo

L’ermeneutica dell’individualismo

A cosa porta tutto questo individualismo?
A cosa porta questa estrema concentrazione del potere delle mani di pochi?
Un effetto è l’impotenza della democrazia. L’incapacità di un popolo, che continua ad amare la libertà, di raggiungere obiettivi importanti.
Se ne ha traccia evidente nei fatti recenti.
Fanno tanto parlare le dichiarazioni scomposte di Trump, ma non dobbiamo stupirci di quello che succede oggi. Gli eventi vanno letti nei loro sviluppi. Non è un caso che il Presidente degli Stati Uniti abbia scelto proprio l’Arabia Saudita per avviare le negoziazioni per la pace nel conflitto russo-ucraino, una sede diversa da quelle convenzionali, solitamente deputate a incontri e firma di trattati internazionali. Trump cercava di avvicinarsi al controllo del prezzo del petrolio, un modo per indebolire ancora di più la Russia, già debilitata da una guerra che dura da troppo. Le guerre durature logorano anche le parti più forti, perché comportano un dispendio notevole di risorse, economiche e umane. C’è anche che uno Stato forte non può permettersi di perdere. Non se lo può permettere un leader che ha concentrato l’attenzione sulla sua sola figura. È il leaderismo individualista della politica d’oggi.
Anche la corsa al controllo del nucleare non serve a garantire la sicurezza internazionale. Serve a garantire solo la sicurezza economica.
Il progresso oggi è molto più faticoso che in passato. Non ci si può più permettere di non fruire direttamente del petrolio, del quale abbiamo sempre più bisogno. Il consumo di petrolio è molto molto più alto rispetto a ieri. In alternativa, appunto, ci si accaparra il nucleare.
Ne è prova proprio la storia dell’Ucraina, che si trovò ad avere la possibilità di utilizzare una grande centrale nucleare; nel 1994, con il noto memorandum di Budapest, Kiev barattò l’intero arsenale con l’astensione della minaccia russa dell’uso della forza, nel rispetto dei confini allora esistenti. Garanti dell’accordo erano Stati Uniti e Gran Bretagna, le stesse democrazie che riuscirono a neutralizzare Putin nel 2014 in Crimea, e nel 2022 in occasione dell’attacco al Donbas e nei territori ricchi di terre rare.
Questo vuol dire che bisogna aspettarsi un’escalation. Che bisogna aspettarsi che gli Stati che ottengono il controllo del nucleare con la forza, con la soggezione, tendano ad accaparrarsi il pieno controllo dei mercati, e quindi il pieno controllo politico. Con una preoccupante concentrazione di potere.
Occorre una reazione collettiva.
Non si può consentire a una sola persona di arrogarsi il diritto di sconfessare anni e anni di storia.
Sono gravissime le dichiarazioni offensive rese da un leader politico alla volta del Santo Padre. Come sono gravissime le offese rivolte da questo a un altro Capo di Stato. Restano dichiarazioni di un singolo, che si propone di rappresentare un intero popolo. Ma non tutto quello che fa un rappresentante del popolo è fatto anche ‘in nome’ di quel popolo.
Chi governa deve rispetto alla storia e alle tradizioni del proprio Paese. Deve rispetto alle relazioni che quel Paese ha costruito nel tempo.
Non si può consentire che, con una sola dichiarazione, questo rispetto resti tradito. Serve necessariamente un filtro. Per la salvaguardia degli equilibri internazionali, oggi così preziosi.
Nell’ultima lezione del nostro corso di formazione politica Crea, è stato evidente quando sia difficile gestire il fenomeno dell’immigrazione, e quando spesso sia dovuto a una situazione di conflittualità interna nei Paesi di provenienza, in territori martoriati da politiche predatorie che impoveriscono e accrescono i divari sociali.
Bisogna ripensare il concetto stesso di benessere.
Iniziamo da noi, dalle nostre abitudini, dal nostro quotidiano.
Queste riflessioni guidano l’operato e l’organizzazione di Meritocrazia Italia. Ognuno è chiamato a sentirsi leader nel suo ambito di competenza, con libertà di scelta delle azioni che sente necessarie, nei soli limiti delle previsioni statutarie. È l’esatto contrario dell’ermeneutica dell’individualismo, che ha la responsabilità di una società divisa tra chi ha tanto e chi è abbandonato alle sue difficoltà.