L’esempio dell’abete rosso
La natura insegna molto, fa capire che cose che sembrano impossibili o molto difficili in realtà possono seguire un corso di normalità. Alle volte gli ostacoli che troviamo nel nostro percorso sono soltanto nella scarsa propensione al sacrificio e nella superficialità con la quale affrontiamo le situazioni.
L’abete rosso cresce sulla roccia. Non ha bisogno di grandi quantità di terra per stendere le proprie radici. Né di troppa acqua per alimentarsi. E vive una vita lunghissima. Ci sono abeti rossi che hanno cinquecento anni. Non è neppure un albero a basso fusto, raggiunge anche trenta metri di altezza. E, ciò nonostante, è forte abbastanza da resistere alle intemperie. Vento, acqua, neve, nulla lo piega.
È perché la natura distribuisce a tutti la possibilità di esprimersi anche nelle situazioni di grande difficoltà.
Metto per un momento da parte questo esempio e faccio un’altra considerazione.
La politica, per essere di qualità, deve essere accessibile a tutti. Meritocrazia dà la possibilità di esprimersi anche a chi pensa, sbagliando, di non essere in grado di dire la propria sui tanti temi del momento, per apparente limite caratteriale, timidezza, fragilità emotiva. Ci sono persone che non si rendono conto di quanto prezioso possa essere il loro contributo, di quale valore abbiano le loro idee.
Spaventa un percorso così impegnativo, ma non bisogna arrendersi prima di essersi messi alla prova.
E qui torna l’esempio della roccia e dell’abete rosso.
Ci si chiede che cosa possano mai fare dei cittadini comuni per riportare a equilibrio rapporti internazionali che sembrano ormai compromessi.
Cina e Russia spingono da un lato, gli Stati Uniti, preoccupati di perdere la loro egemonia almeno sull’occidente, dall’altro. Le pressioni su Taiwan si fanno più forti. Cina e Russia, in una riscoperta alleanza, cercano di destabilizzare l’occidente sul piano militare e tecnologico, anche grazie a una raccolta disinvolta di informazioni provenienti dagli altri Paesi. Sull’altro fronte, gli Stati Uniti fanno leva su una democrazia imperfetta, caratterizzata più dalla forza militare che dall’unione tra Stati.
Se si vuole una pace superando le storiche divisioni, bisogna cercare di lavorare meglio anche al dialogo commerciale, perché, fino a quando ci sarà chi si arricchisce ai danni di altri, nessuna promessa di non belligeranza potrà mai essere davvero stabile e nessuno potrà sentirsi mai davvero al sicuro.
Lo fa capire bene quello che sta succedendo nel mondo, dal raid in Venezuela, alla guerra in Iran, al conflitto eterno tra Israele e Hamas.
Su tutto questo, che potere hanno le popolazioni?
Si può fare molto più che in passato. Molto più di quello che si è fatto dopo la seconda guerra mondiale, in un momento nel quale, va da sé, tutti volevano null’altro che la pace. Dopo tante giovani vittime, in una battaglia combattuta non da droni ma da ragazzi mandati a morire senza riguardo, o, che è lo stesso, a uccidere altri ragazzi, e, insieme a loro, la propria coscienza e la propria voglia di vita. Oggi si sa che sono tantissimi i suicidi di chi è stato costretto a combattere in battaglia, macchiandosi della responsabilità di tante vite innocenti. Perché nella guerra non ci sono soldati buoni e cattivi, ci sono solo vittime.
Cerchiamo di mettere fine a tutto questo.
Cerchiamo, nella semplicità del nostro quotidiano, di dimostrare che è possibile essere diversi da così. Che la pace non è un obiettivo troppo ambizioso.
Oggi si vota, dopo mesi della solita campagna fatta di insulti reciproci, di accuse, di falsità e di invettive, da entrambe le fazioni. Noi abbiamo preso posizione da subito, ma abbiamo voluto dare spazio e visibilità anche a idee diverse dalla nostra. Abbiamo ascoltato con interesse. E non abbiamo reagito in maniera scomposta nei confronti di chi non ha usato lo stesso garbo nei nostri confronti, disprezzando con parole sgradevoli il nostro impegno. Abbiamo voluto dare prova, al nostro modo, del fatto che la contrapposizione delle idee è un modo per capire meglio, per conoscere, per trovare la migliore soluzione possibile ai problemi. Che il pensiero differente merita rispetto, ed è prezioso.
Va dato seguito all’esempio dell’abete rosso, per avere una splendida nuova realtà. A partire dai piccoli gesti. La manifestazione d’odio per chi ha un’idea diversa dalla nostra è il primo atto di guerra. Della contrapposizione sociale fanno il proprio punto di forza molti leader nella costruzione della propria azione politica.
Se non iniziamo noi a dare un esempio differente, resterà sempre lettera morta quella previsione costituzionale, che a parole tanto difendiamo, che descrive l’Italia come una Repubblica che ripudia la guerra.
