L’illusione del bene comune

L’illusione del bene comune

Predichiamo bene, ma della pratica, poi, siamo molto contraddittori.
Crediamo in valori come la solidarietà, e non facciamo altro che desiderare il meglio per noi stessi. Misuriamo il benessere dalle cose che possiamo avere. E spendiamo anche oltre le nostre possibilità per beni superflui. Per costruire una facciata di perfezione.
Quando invece si tratta di beni di uso comune, non riusciamo ad averne cura.
Non abbiamo il senso della comunità.
Manca la cultura del benessere condiviso, ed è difficile anche portare tutti a riflettere su queste cose. Sembra una perdita di tempo. Di quel tempo prezioso che si preferisce dedicare allo svago e al riposo, alla propria famiglia, alle proprie cose.
Ma la vita è una sola. E non ci si rende conto che per larghissima parte è fatta di pubblico. Molto più che di privato.
Se la strada è dissestata, se è impossibile parcheggiare per la cattiva organizzazione urbanistica e l’eccesso di auto in circolazione, se accedere ai servizi pubblici è difficile perché sono troppo costosi, si vive male.
Alle volte i principali problemi sono dovuti alla cattiva gestione di persone che arrivano a ricoprire ruoli di responsabilità senza essere pronti, senza idee.
Il mondo è casa nostra, è casa di tutti.
Nei giorni scorsi, leggevo un libro molto bello, edito per la prima volta nel 1839, che parla di anarchia positiva come modello di gestione sociale. Il proposito è quello di realizzare un sistema basato sull’eguaglianza sociale senza che sia espressione di ideologia alcuna, comunista o fascista. Una sorta di libertà nell’ordine, di indipendenza nell’unità.
Ordine e indipendenza vanno costruiti anzitutto grazie all’esempio.
Se nostro figlio ci vedrà spendere il tempo libero nell’ozio, si convincerà che è quello il modo giusto di vivere. E considererà una fatica inutile passarlo discutendo di quello che non va e di come migliorarlo.
Lo Stato deve essere migliorato con la cooperazione di tutti. Partecipare, studiare, approfondire. È un valore, non un fastidio. Fa parte di quella componente pubblica della nostra esistenza.
Mi capita di sentirmi dire che dall’esterno questo progetto sembra una perdita di tempo, ma che poi, da dentro, si capisce davvero l’importanza di tutto quello che si fa e la soddisfazione nel raggiungimento di tanti risultati.
Eppure chi ci sta vicino spesso non capisce che tutto quello che facciamo tutti i giorni è fondamentale per cambiare lo stato delle cose, se vogliamo smuovere le coscienze e recuperare una deriva valoriale già avviata.
Contribuiamo a diffondere la cultura del ragionamento, della non prevaricazione, della responsabilità. Quella cultura che può far crescere il Paese.
La mancanza di risorse economiche è solo un alibi per una pubblica amministrazione che dovrebbe imparare a contenere gli sprechi. Si può fare tanto senza necessità di ingenti movimentazioni monetarie.
L’illusione della cosa pubblica ha portato alcuni scrittori a ipotizzare un principio federativo. Un’anarchia di governo, nella quale ognuno è parte fondamentale del tutto. Forse una specie di self-government. Però questa espressione del ‘Governo individuale anarchico’ porta in sé una contraddizione.
La nozione di anarchia in politica impone una riflessione complessa. La funzione pubblica e l’ordine sociale sarebbero possibili solo a fronti di uno scambio: ognuno dovrebbe essere autocrate per sé. L’opposto dell’assolutismo monarchico.
Alla fine, nei fatti, forse l’uomo è davvero anarchico, concentrato com’è solo su di sé. Fortemente autoreferenziale.
La chiave di volta sta nello scoprire la capacità di stare insieme. Nella capacità dei leader di mettere insieme, attorno allo stesso tavolo, persone che hanno sensibilità e competenze diverse. E farle dialogare.
Solo grazie al dialogo si esce dalla fase dell’illusione.
E si torna alla concretezza della democrazia.