Uguali, sempre, nella diversità
Lo spunto per questo messaggio mi viene dalla recente rilettura di una sentenza, storica, della Corte suprema degli Stati Uniti, che, sul finire del XIX secolo (la decisione è del 1896), dichiarava la legittimità, in quanto non in contrasto con il XIV emendamento della Costituzione americana, di una legge dello Stato della Louisiana che distingueva sui mezzi di trasporto i posti destinati ai bianchi da quelli riservati ai neri.
Il servizio era identico per tutti, stesso numero di posti assegnati.
La logica era quella del «separati ma uguali».
Oggi non avremmo dubbi a dire che si trattava di una impostazione comunque gravemente discriminatoria.
Una conquista culturale non troppo risalente, per la verità, e costata battaglie sanguinose.
L’inapplicabilità del principio «separati ma uguali» all’ambito dell’istruzione passa soltanto nel maggio del 1954, praticamente ieri. Non con una legge, ma con una sentenza che afferma l’incostituzionalità della segregazione nelle scuole. Non una vittoria definitiva, insomma, un primo passo.
Tornando sulla lettura delle nostre passate Mozioni congressuali, ci si accorge che pure parlano di uguaglianza, parità, equità sociale, emarginazione. E lo fanno sempre con il trasporto emotivo che ci porta a reagire a una serie di ingiustizie alle quali assistiamo quotidianamente e che continuano a consumarsi nell’indifferenza collettiva. In una certa assuefazione che porta a dare per normalità delle storture gravissime.
‘Uguaglianza’ è, non a caso, la prima parola che vorremo portare nell’agenda politica del Merito il prossimo 16 ottobre.
Se ne trae un senso di continuità che mi ha creato disagio.
E ho pensato che quelle battaglie sanguinose sì, sono servite, ma anche che i diritti civili non si conquistano mai una volta per tutte. E che nulla è scontato.
Storicamente non sono mancate rivoluzioni e lotte sociali che hanno segnato l’evoluzione del concetto di eguaglianza, che oggi però, nei principali dizionari, trova ancora una definizione incompleta.
Si legge che è «la condizione per cui più persone o collettività hanno diritto a essere considerate tutte alla stessa stregua, cioè pari, soprattutto nei diritti politici, sociali ed economici».
Ma così, nel 2026, non risolviamo troppo rispetto al problema della Louisiana del 1900.
Allora, siccome lo sappiamo che non basta, tentiamo di completare l’idea di eguaglianza colorandola con quella di equità sociale, un concetto che sfuma in una sorta di principio superiore di giustizia etico-sociale del caso singolo.
La verità è che costruire il concetto di uguaglianza a monte è impossibile, perché vive e cambia nella realtà dei fatti.
Le diseguaglianze dipendono dai punti di vista, che cambiano di tempo in tempo e cambiano di luogo in luogo.
Un nero, si dice, si accorge di essere tale solo quando esce dall’Africa.
Qualsiasi donna iraniana, confrontando il proprio hijab con le foto in gonna corta delle madri e delle nonne prima del 1978, oggi si sente trattata in maniera diseguale. Ma forse è più diseguale ancora che un uomo possa indossare in spiaggia un costume occidentale e la donna invece possa bagnarsi solo vestita.
Sono riflessioni banali per chi vive nel nostro lato del mondo.
Quando, però, nel 1931, fu girato in Polinesia il film Tabù – che era la storia di due innamorati ambientata sull’isola Bora Bora – e la censura del mondo occidentale (d’Europa e d’America) cadde sul seno scoperto delle donne, per le polinesiane eravamo noi a subire una diseguaglianza, dovendo coprirci al mare per convenzione sociale.
È una ricostruzione che a me è piaciuta moltissimo di un economista francese, Thomas Picketty, che finisce per parlare di personalismo pur ragionando sulle diseguaglianze di reddito e ricchezza economica. Non è un caso.
Ora, per dare concretezza a queste considerazioni, tutti conoscono una serie tv sud-coreana che ha avuto particolare successo negli ultimi anni.
In Squid Game, 456 concorrenti affrontano una competizione a giochi continui. Si tratta di giochi classici, per bambini, ma viene fuori che l’eliminazione, inevitabile, all’esito di ogni gioco corrisponde alla morte reale. È la storia di persone disperate e piene di debiti disposte a rischiare la vita pur di accaparrarsi il montepremi finale, che va solo a uno, all’ultimo sopravvissuto.
Il punto è che, nella serie, i game master si vantano di condurre la gara sull’eguaglianza totale, però, per rispettarla globalmente, non trovano altro modo che quello di proporre giochi diversi, che favoriscono ora il più forte fisicamente, ora il più astuto, per valorizzare tutte le abilità e livellare le difficoltà.
Ma falliscono, miseramente.
Perché in ogni singolo gioco le diversità finiscono per riemergere e per contare. Il concetto stesso di eguaglianza basato sulla rotazione dei privilegi premia a turno abilità innate o contestuali, senza annullare il divario strutturale tra i partecipanti.
E, in un sistema così fatto, che non è capace di creare le condizioni per consentire a tutti di esprimersi al meglio contestualmente, le diversità finiscono per essere irrimediabilmente un limite.
È quello che accade nella realtà come nella finzione di una serie tv. Oggi, come nel 1896.
Cioè, che l’eguaglianza e l’equità sociale siano manifesti politici e niente di più.
Nel tempo del politicamente corretto e del formalismo perbenista, ci si impegna a che siano tutti formalmente ammessi alla gara, senza preoccuparsi di consentire a ciascuno di allenare e mettere a frutto le proprie personali abilità. O anche solo di scoprirle le proprie abilità, e le proprie aspirazioni. Per sceglierla, tra tante, la gara a cui partecipare, con ragione, ottimismo e consapevolezza.
Finisce così che l’eguaglianza si faccia egualitarismo. Lo si dimentica, ma l’ispirazione personalista del sistema impone di riservare trattamento differente a situazioni differenti, per non mortificare ma esaltare le diversità, che sono ricchezza di una Società plurale, e dare risposta adeguata ai particolari bisogni.
Il principio fondamentale di eguaglianza, quello che fa da sfondo alla riflessione nostra, dei nostri Ministeri, da sempre, raccoglie in sé la vocazione inclusiva di una Comunità libera.
Questa è una delle direttrici del nostro operare.
Perché, una volta assicurate eguaglianza e parità di trattamento, è poi semplice riportare il sistema sociale a equità e rimuovere tutti gli ostacoli alle opportunità di realizzazione delle aspirazioni, puntando sul miglioramento degli strumenti di diffusione della cultura e sulla promozione dell’impianto valoriale che traccia l’identità nazionale.
Quella che promuove un Movimento costruito sulla complessità del reale, che promuove il dialogo come schema operativo costante, che si è dotato di un Ministero dedicato (non alla disabilità, ma) alle abilità diverse e di un Ministero che porta il peso delle questioni poste dal multiculturalismo avanzante,
un Movimento fatto così
crede nel valore di un’uguaglianza intrisa di solidarietà.
L’immagine più bella – che prendo in prestito – per descrivere l’uguaglianza è quella di un fiume a più affluenti.
Chi lotta per i diritti di una categoria dovrebbe capire che è necessario, e nell’interesse di tutti, lottare anche per quelli di tutte le altre.
Così disorienta che, durante il Rivolta Pride a Bologna dello scorso giugno, attivisti lgbt iraniani ed ebrei siano stati allontanati dal corteo. Perché il mondo non si chiude mai in una singola categoria sociale.
I problemi di uno sono sempre, purtroppo, i problemi di tutti.
C’è una storia che mi torna sempre in mente.
Prima che agli «uomini emigranti dall’Oriente» venisse in mente di costruire la torre la cui cima toccasse il cielo, «tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole». Il Signore li disperse, diversificò le lingue e rese impossibile la comprensione e, quindi, la realizzazione del progetto.
Babele è, per tutti, il mito della confusione. Ma c’è anche un altro modo di leggere il racconto, che non si conclude con il fallimento dei piani dell’uomo.
Quello è soltanto l’inizio della storia.
L’impossibilità di comunicare stimola il bisogno di ritrovarsi e condividere, per comprendersi. Le diversità si rivelano strumento per apprezzare l’unità. Recuperata l’unità, si apprezzano le diversità.
Alla fine, la curiosità culturale favorisce l’incontro e le relazioni. Il confronto è occasione di crescita, arricchimento, sviluppo e cambiamento.
E viceversa ciò che in prima battuta unisce, la lingua comune, finisce paradossalmente per dividere, perché mortifica il senso motivazionale e svilisce le relazioni e la comunicazione.
La valorizzazione delle diversità culturali e dell’unicità delle esperienze è strategia di vita.
E, se si parla di cultura, non può non entrare in gioco la formazione, che ha un ruolo determinante.
Purtroppo, e per tante ragioni, oggi la Scuola e l’Università hanno ceduto ad altri la guida del progresso, che dovrebbe essere, invece, nella loro responsabilità. Sono ambienti non formali e spesso non istituzionalizzati – come social media, piattaforme di apprendimento peer-to-peer, ambienti di gaming educativo – i posti in cui si sviluppano le principali esperienze di apprendimento laterale. Quello che qualcuno chiama «terzo spazio».
Questi luoghi sfidano la centralità dell’aula come spazio privilegiato del sapere e invitano a ripensare la nozione stessa di esperienza formativa. Favoriscono il consumo occasionale delle informazioni orientato al bisogno pratico del momento o dalla viralità dei contenuti.
E la Scuola fatica a riaffermarsi come spazio insostituibile di formazione. Con un alto rischio di un nuovo analfabetismo, non soltanto legato all’incapacità di orientarsi criticamente tra le informazioni, di contestualizzarle, farne oggetto di apprendimento trasformativo, ma un analfabetismo emotivo e valoriale.
L’Università e la Scuola dovrebbero essere non solo produttrici di sapere, ma anche curatrici del sapere, orientare gli studenti e la società, esercitare una funzione di verifica e validazione critica dei contenuti, offrire strumenti per distinguere il fondato dal fuorviante; dovrebbero tenere un rapporto dinamico e propositivo con le tecnologie, costruire modelli didattici e organizzativi sostenibili, capaci di integrare il digitale in modo critico e consapevole; farsi «fucina di cittadinanza critica», coltivare il pensiero critico come capacità di decostruzione delle retoriche dominanti, contro un’omologazione imposta dalle ansie di gradimento collettivo, che è altra cosa rispetto all’uguaglianza.
