Un tetto su spazi larghi

Un tetto su spazi larghi

 

Più su del tetto del mondo non c’è nulla.

Il tetto di una casa, invece, racchiude lo spirito familiare di chi la abita.

Metaforicamente, il tetto di un progetto esprime lo stesso significato. Racconta delle fatiche di un percorso che accoglie, tutti.

Questo termine, ‘tetto’, mi ha fatto pensare a un film di Vittorio De Sica, un capolavoro del neorealismo del 1956 che ripropone uno spaccato molto suggestivo, del dopoguerra, di una comunità che voleva reagire ma versava ancora in uno stato di forte povertà. Descrive benissimo le difficoltà delle giovani coppie di poter avere una propria casa, e quindi di formare una propria famiglia.

Al tempo, il tetto accoglieva ancora famiglie molto allargate, generazioni diverse condividevano gli stessi spazi. E si sa che, quando tante persone sono costrette a condividere i problemi di tutti i giorni, crescono le possibilità di contrasto e di incomprensione. Convivere pacificamente vuol dire anzitutto ammettere reciproche concessioni, e contenere l’inclinazione naturale dell’uomo alla prevaricazione dell’altro e all’affermazione di sé, dei propri bisogni e delle proprie convinzioni.

Nel film, una coppia decide di abbandonare la casa comune e di andare a vivere per conto proprio. Servono dei permessi per realizzare nuove abitazioni, ma, se la casa ha un tetto, non può in nessun caso essere demolita; questo prevede la legge dell’epoca. Non si può lavorare di giorno, per via dei controlli, e allora amici e parenti uniscono le forze per finire l’opera in una nottata. Ma comunque non si fa in tempo a costruire anche il tetto. All’arrivo delle forze dell’ordine, la protagonista si fa trovare a letto con un bambino. Non è il suo, ma l’immagine è comunque molto toccante. Tanto che il poliziotto si impietosisce, e decide di chiudere un occhio e dare il tempo di attrezzare il tutto con un tetto, per consentire alla famiglia di vivere lì.

Dice molto della delicatezza dell’azione politica.

La politica deve farsi casa di tutti, con spazio sufficiente per tutti. Ogni volta che viene ridotto lo spazio per le idee e i pensieri e qualcuno si sente escluso o limitato, quello inizia a odiare. Ed è la fine della pace sociale.

Creare uno spazio indefinito con un tetto è davvero l’impresa più complessa.

Non ci sono buone idee italiane, iraniane o pakistane. Ci sono solo idee del mondo. La compatibilità tra i popoli dipende soltanto dalla capacità che avremo di far attecchire la cultura dell’integrazione e della comunità, di una comunità nella quale ognuno possa sentirsi libero di esprimersi nel proprio io, nella propria dimensione soggettiva ma nel rispetto degli altri. Il riconoscimento dei diritti porta con sé il dovere di vedere quelli degli altri. La nostra libertà non va scambiata per qualcosa da imporre agli altri, come se il ‘mio pensiero’ possa essere sempre migliore e più corretto di quello altrui.

La progressione e la conoscenza sono cose diverse. Si può conoscere studiando. Ci si può appassionare vivendo. Ma,nell’osservazione del reale, nessuno è chiamato a immolarsi per qualcosa in cui non crede ancora.

Per far sollevare un’onda comune serve una spinta culturale forte, che muti i buoni propositi in fatti concreti. Bisogna che ognuno di noi dia un segnale tangibile di quanto la scelta di seguire il percorso di Meritocrazia Italia renda differenti.

Bisogna, ad esempio, saper chiedere scusa un attimo dopo aver sbagliato. Perché essere differenti non vuol dire essere infallibili. L’unico errore che bisogna evitare è quello di credersi impeccabili e sempre dalla parte della ragione. Dobbiamo andare avanti sapendo di poter sbagliare, ma nella convinzione di poter vivere bene sotto uno stesso tetto. Nel riconoscimento dei doveri, oltre ai diritti.

Ammettere l’errore fa crescere nella personalità, ma soprattutto dimostra che anche una parola detta male o in modo sconvenientepuò essere il presupposto di una grande amicizia se si apre, subito dopo, al confronto e al dialogo.

Il nostro progetto merita di emergere, perché davvero segna un punto di rottura rispetto agli schemi finora applicati. Come se nascesse oggi una nuova comunità, sotto un nuovo tetto, ma fatta di maggiore inclusività e integrazione, e di rispetto delle regole e di riconoscimento dei doveri.

Se mancano gli spazi giusti, la convivenza diventa difficile, e il tetto finisce per essere solo il coperchio di una pentola a pressione a rischio di esplosione.