La politica come armonica conciliazione dei conflitti sociali
Persona, diritto e responsabilità storica della convivenza
di Paolo Cancelli
Pensare la politica come armonica conciliazione dei conflitti sociali significa restituirle la sua più autentica dignità etica e giuridica, sottraendola tanto alla riduzione funzionalistica quanto alla tentazione della pura gestione del potere. Significa ricondurla alla sua vocazione originaria: non dominio sugli uomini, ma servizio ordinato alla giustizia; non tecnica di controllo delle tensioni sociali, ma arte alta dell’armonia responsabile delle differenze; non esercizio della forza, ma custodia del legame sociale nella sua fragile e feconda complessità.
In questa prospettiva, la politica si rivela come il luogo nel quale la pluralità umana non viene compressa né neutralizzata, ma riconosciuta, assunta e orientata verso una unità dinamica, capace di trasformare il conflitto da fattore di disgregazione in occasione di maturazione civile.
L’armonia cui essa tende non è uniformità imposta né sintesi artificiale, ma equilibrio vivo, costantemente da ricostruire, tra differenze legittime e responsabilità condivise. Nel quadro della modernità avanzata, attraversata da profonde fratture culturali, da una crescente complessità sociale e da una diffusa crisi di legittimazione delle istituzioni, il conflitto emerge come dimensione strutturale e ineludibile della convivenza. Esso non costituisce una deviazione patologica dell’ordine sociale, né un accidente da eliminare mediante strumenti repressivi o soluzioni puramente procedurali. Il conflitto affonda le proprie radici nella pluralità costitutiva della persona, nella differenziazione delle condizioni di vita, nella molteplicità delle visioni del mondo e delle istanze di senso che attraversano la storia collettiva.
È precisamente a partire da tale consapevolezza che si impone una riconsiderazione profonda della politica nella sua funzione più alta: non amministrazione dell’emergenza né semplice mediazione degli interessi in competizione, ma luogo della composizione ordinata dei conflitti secondo giustizia. Una funzione che presuppone un fondamento anteriore e superiore all’azione politica stessa: il diritto, inteso non come apparato normativo autosufficiente, ma come espressione della verità della persona. Il diritto, nella sua dimensione più originaria, non si esaurisce nella positività delle norme né nella validità formale delle decisioni. Esso rinvia a una realtà più profonda, che precede e orienta la normatività: la dignità ontologica della persona umana. Affermare che la persona costituisce il diritto sussistente significa riconoscere che il diritto non nasce dalla volontà del legislatore né dalla forza del sovrano, ma è inscritto nella struttura stessa dell’essere personale, nella sua irriducibile singolarità, nella sua libertà responsabile e nella sua apertura costitutiva alla relazione.
In questa prospettiva, il diritto precede le leggi non come principio indeterminato o astratto, ma come criterio sostanziale di legittimazione dell’ordine giuridico positivo. Il diritto non crea la persona, ma la riconosce; non la definisce dall’esterno, ma si conforma alla sua verità. La persona non è oggetto del diritto, bensì suo fondamento e suo fine ultimo. Ogni costruzione giuridica che prescinda da questa centralità è destinata a ridurre il diritto a strumento di potere o a meccanismo procedurale, svuotandolo della sua funzione ordinatrice e del suo significato etico. Da tale impostazione discendono conseguenze decisive sul piano politico-giuridico. In primo luogo, essa esclude radicalmente ogni identificazione del diritto con la forza. Là dove il diritto si risolve nella capacità di imporre una decisione, esso cessa di essere diritto e si trasforma in dominio. La forza può produrre obbedienza, ma non legittimità; può contenere il conflitto, ma non riconciliarlo; può garantire una stabilità apparente, ma non fondare la giustizia. Il diritto autentico nasce invece dal riconoscimento di ciò che è dovuto alla persona in quanto tale, indipendentemente da rapporti di potere o da equilibri contingenti. In secondo luogo, la centralità della persona rivela il carattere intrinsecamente limitato e responsabile della politica.
La politica non è il luogo della creazione arbitraria dei valori, né lo spazio di una sovranità illimitata; essa opera entro un orizzonte di senso che la precede e la vincola. Il diritto, radicato nella dignità umana, costituisce al tempo stesso il fondamento della legittimazione politica e il limite invalicabile dell’azione pubblica. È in questo quadro che la politica si configura, nella sua accezione più nobile, come armonica conciliazione dei conflitti sociali. Essa non mira alla soppressione del conflitto né alla sua neutralizzazione tecnocratica, ma alla sua trasformazione in occasione di integrazione e di crescita comune. L’armonia che essa persegue non è immobilità, ma tensione ordinata, capace di custodire le differenze senza dissolvere l’unità, e di promuovere l’unità senza negare le differenze. In una società pluralistica, multiculturale e interdipendente, questa funzione conciliativa assume un rilievo ancora più decisivo. I conflitti contemporanei non si esauriscono nella dimensione economica o distributiva, ma investono ambiti identitari, simbolici, tecnologici ed ecologici. In tale contesto, la politica è chiamata a esercitare una razionalità pratica elevata, capace di tradurre i principi del diritto in forme concrete di convivenza giusta, coniugando il rispetto delle differenze con l’affermazione di un nucleo indisponibile di valori fondativi, che trovano nella dignità della persona il loro baricentro.
La conciliazione dei conflitti non può, pertanto, essere affidata esclusivamente a procedure formali o a tecniche di bilanciamento astratto. Essa richiede una visione sostanziale del bene comune, inteso non come somma di interessi individuali, ma come orizzonte condiviso di condizioni che consentono a ciascuna persona di realizzarsi nella propria pienezza, in relazione con gli altri e con l’ambiente. In questo orizzonte si collocano la diplomazia delle culture, il paradigma dell’ecologia integrale e la riflessione sul diritto vivente dell’intelligenza artificiale. Le transizioni tecnologiche, ecologiche e digitali sollecitano il diritto a superare approcci settoriali, per approdare a una comprensione integrale delle interazioni tra scienze dure, scienze sociali e valori fondamentali. Il diritto dell’intelligenza artificiale, in particolare, interpella le categorie tradizionali della responsabilità, della decisione e della normatività, imponendo un dialogo costante tra diritto costituzionale comparato, filosofia del diritto e politiche pubbliche. In tale prospettiva emerge la nozione di intelligenza integrale, intesa come capacità propriamente umana di intus legere, di leggere dentro la realtà, cogliendone non solo i dati espliciti, ma anche i silenzi, le sfumature e le dimensioni simboliche dell’esperienza. Se l’intelligenza artificiale può elaborare informazioni, solo l’intelligenza umana è in grado di interpretare il non detto, di riconoscere il valore del silenzio, di custodire la complessità del senso e la profondità della dignità. Ne deriva una concezione esigente della democrazia e del multilateralismo. Una democrazia che si arresti alla correttezza delle procedure rischia di scivolare in una forma sottile di nichilismo giuridico, nella quale le norme sopravvivono, ma il loro significato si dissolve. Al contrario, una democrazia sostanziale si misura sulla capacità di riconoscere e tutelare la persona in tutte le sue dimensioni, facendo del dialogo una via, della collaborazione una condotta e della conoscenza reciproca un metodo. Il multilateralismo, così inteso, non è mera tecnica di coordinamento tra Stati, ma spazio etico-giuridico di corresponsabilità, orientato al riconoscimento della fraternità oltre i confini della cittadinanza politica. Esso si fonda sull’ascolto reciproco, su un’analisi empatica e transdisciplinare della realtà e sulla co-costruzione di politiche globali ispirate a un orizzonte condiviso di pace, giustizia e sviluppo umano integrale. Ricondurre la politica alla sua funzione di armonica conciliazione dei conflitti sociali, radicata nella centralità della persona e nella dignità ontologica dell’umano, non rappresenta un esercizio utopico, ma una necessità storica e giuridica. Da questa riconfigurazione dipende la possibilità stessa di un futuro condiviso, nel quale il diritto torni a essere forza di giustizia e la politica luogo alto della responsabilità per la dignità vivente di ogni essere umano.
