Governare l’intelligenza artificiale, custodire la persona

Governare l’intelligenza artificiale, custodire la persona

Dignità ontologica, isonomia sostanziale e dovere di solidarietà nella diplomazia delle culture e nel dialogo interuniversitario

di Paolo Cancelli

Vi sono epoche nelle quali l’umanità è posta dinanzi a un bivio più profondo di quanto essa stessa, talvolta, riesca immediatamente a comprendere. Non si tratta soltanto di scegliere tra strumenti diversi, né di adottare con maggiore o minore rapidità le innovazioni che il progresso rende disponibili. Si tratta, piuttosto, di decidere quale forma dare alla convivenza umana quando la potenza tecnica cresce più velocemente della coscienza morale, quando la capacità di trasformare il mondo sembra avanzare più rapidamente della sapienza necessaria per custodirlo, quando l’efficienza rischia di sostituire il discernimento e il calcolo pretende di occupare lo spazio del giudizio. L’intelligenza artificiale non si limita ad assistere l’uomo nell’esecuzione di compiti complessi; essa tende progressivamente a partecipare ai luoghi nei quali le società selezionano informazioni, attribuiscono rilevanza, distribuiscono opportunità, prevedono comportamenti, classificano bisogni, ordinano priorità e orientano scelte collettive. Per questo, una riflessione sulla governance dell’intelligenza artificiale non può essere ridotta alla sola dimensione regolatoria. Certamente occorrono norme, controlli, procedure, garanzie, responsabilità chiare e strumenti giuridici adeguati. Tuttavia, prima ancora della regolazione, si impone una domanda più radicale: quale idea di uomo viene custodita dentro le architetture tecnologiche che stiamo costruendo? Quale concezione della libertà viene presupposta dai sistemi che pretendono di prevedere il comportamento umano? Quale forma di giustizia può sopravvivere quando decisioni delicate vengono affidate a processi opachi, difficilmente contestabili, spesso percepiti come neutrali proprio perché automatizzati?
Il primo fondamento di una governance autenticamente umana dell’intelligenza artificiale è la dignità ontologica della persona. La persona non è degna perché produce, perché calcola, perché risponde a criteri di efficienza o perché risulta utile a un sistema economico, amministrativo o sociale. La persona è degna perché è persona. Per dirla con Rosmini è diritoo sussistente. La sua dignità non è un attributo funzionale, non è una concessione dell’ordinamento. Essa appartiene all’essere stesso dell’uomo e precede ogni valutazione, ogni classificazione, ogni previsione, ogni misurazione. In questa prospettiva, il rischio più grave dell’intelligenza artificiale non consiste soltanto nell’errore tecnico, nella discriminazione statistica o nell’uso improprio dei dati. Il rischio più profondo è la riduzione dell’umano a ciò che di esso può essere rilevato, quantificato, archiviato, comparato, profilato. Nessun algoritmo può contenere integralmente l’umano. Nessun sistema predittivo può esaurire la libertà. Nessuna procedura automatizzata può sostituire la responsabilità morale di chi decide. L’intelligenza artificiale può essere strumento prezioso, ausilio potente, risorsa straordinaria per la ricerca, la medicina, l’educazione, la sostenibilità, l’organizzazione dei servizi e la cooperazione internazionale. Ma essa rimane mezzo. Diventa pericolosa quando, da mezzo, si trasforma in criterio; quando, da supporto, diventa giudice; quando, da strumento di servizio, assume la forma di un potere che nessuno riesce più a interrogare. Da qui discende il secondo asse: l’isonomia sostanziale. Non è sufficiente affermare che tutti gli esseri umani sono eguali dinanzi alla legge, se poi le condizioni concrete di accesso, tutela, comprensione e partecipazione risultano profondamente diseguali. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, l’eguaglianza formale rischia di diventare fragile se non viene accompagnata da strumenti effettivi capaci di impedire nuove forme di esclusione. Un sistema automatizzato può apparire imparziale e, al tempo stesso, produrre esiti ingiusti; può presentarsi come neutrale e, tuttavia, consolidare svantaggi profondi. Una decisione che incide sul lavoro, sul credito, sulla salute, sull’accesso ai servizi, sulla reputazione o sulle opportunità educative non può essere sottratta allo spazio del giudizio umano. Deve poter essere spiegata, verificata, corretta, impugnata. Deve poter incontrare un volto responsabile. In questo senso, la trasparenza non è un dettaglio tecnico, ma una forma della giustizia. E la responsabilità non è un adempimento burocratico, ma il fondamento stesso della legittimità. Una società democratica non può accettare che le decisioni più delicate vengano assorbite da sistemi dei quali nessuno risponde pienamente. La complessità tecnica non può diventare rifugio dell’irresponsabilità. Al contrario, quanto più cresce la complessità, tanto più deve crescere la chiarezza delle responsabilità: di chi progetta, di chi addestra, di chi finanzia, di chi autorizza, di chi utilizza e di chi controlla. La terza direttrice è il dovere di solidarietà. La dignità ontologica afferma il valore indisponibile di ogni persona; l’isonomia sostanziale domanda che tale valore trovi protezione effettiva nella vita sociale; la solidarietà trasforma questo riconoscimento in responsabilità verso l’altro, specialmente verso chi è più fragile, meno rappresentato, meno competente, meno protetto. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la solidarietà impone di chiedersi non soltanto che cosa la tecnologia renda possibile, ma chi rischi di rimanere escluso da tale possibilità. L’innovazione, se lasciata alla sola logica della potenza, tende ad accrescere il vantaggio di chi già dispone di capitale, dati, infrastrutture, competenze e capacità computazionale. Può così ampliarsi il divario tra popoli, generazioni, territori, istituzioni, imprese. Alcuni diventano produttori di futuro; altri semplici destinatari di modelli costruiti altrove. E’ il pericolo dell’eterodirezione ampliata dall’epistemia. Alcuni definiscono le regole invisibili dei sistemi; altri vengono classificati da quelle regole senza aver partecipato alla loro elaborazione. Alcuni possiedono i dati e le infrastrutture; altri diventano spettatori inconsapevoli di un’economia che li osserva, li misura, li orienta, ma raramente li ascolta. Il dovere di solidarietà chiede allora che la governance dell’intelligenza artificiale non sia pensata soltanto per proteggere i sistemi più avanzati, ma per includere chi rischia di essere posto ai margini. Esso domanda alfabetizzazione digitale, accesso equo alle infrastrutture, formazione critica, cooperazione scientifica, trasferimento di competenze, tutela dei lavoratori, inclusione linguistica e culturale, partecipazione dei corpi intermedi, delle comunità locali e dei Paesi meno forti alla definizione delle regole comuni. Una governance senza solidarietà può produrre ordine, ma non giustizia; può generare efficienza, ma non fraternità. È in questo quadro che acquista rilievo lo scarto crescente tra la rapidità dei sistemi di intelligenza artificiale e lentezza delle istituzioni. Si! Vi è una lentezza che appartiene alla sapienza: il tempo dell’ascolto, della deliberazione, del confronto, della verifica, della valutazione degli impatti. In un mondo che accelera, la politica non deve limitarsi a inseguire la tecnica. Deve avere il coraggio di rallentare dove il rallentamento è tutela; di porre limiti dove il limite è condizione di libertà; di sospendere l’automatismo dove la dignità domanda discernimento; di introdurre responsabilità dove il mercato tende a presentare come inevitabile ciò che è soltanto conveniente. La questione, dunque, non è rendere le istituzioni semplicemente più veloci, ma renderle più sapienti. Una politica che abdica dinanzi alla tecnica lascia il futuro nelle mani di chi possiede infrastrutture, dati e potenza economica. Una politica che demonizza la tecnica rinuncia invece a orientare una risorsa che può servire il bene. La via giusta è più esigente: governare la potenza, custodendo l’umano. Proprio per questo diventa centrale interrogarsi sulla legittimità culturale, etica e politica dei soggetti chiamati a orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Non basta possedere competenza tecnica per definire i fini della convivenza. La legittimità richiede responsabilità pubblica, trasparenza, partecipazione, controllo democratico, apertura al pluralismo delle culture e riconoscimento della dignità di tutti. È la via della cultura per il bene comune.
Qui si manifesta con forza il ruolo della diplomazia delle culture. Essa non è un ornamento della politica internazionale, né una formula elegante per accompagnare processi già decisi altrove. È una forma alta di discernimento tra civiltà, visioni dell’uomo, tradizioni giuridiche, sensibilità religiose, modelli sociali, linguaggi scientifici e memorie collettive. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la diplomazia culturale diventa necessaria perché nessuna tecnologia globale è culturalmente neutra. Ogni sistema nasce in un contesto, incorpora priorità, riflette immagini dell’uomo, traduce il mondo secondo categorie determinate. Senza diplomazia delle culture, il rischio è che l’universalizzazione della tecnica diventi uniformazione dell’umano. Si potrebbero diffondere modelli digitali apparentemente universali, ma in realtà plasmati da interessi, sensibilità e presupposti di pochi centri di potere. La diplomazia culturale, invece, consente di trasformare la pluralità in risorsa critica. Essa custodisce il diritto dei popoli a partecipare alla definizione del futuro tecnologico, evitando che l’innovazione diventi una nuova forma di colonizzazione simbolica, cognitiva o economica. Essa insegna che la diversità non è ostacolo alla governance globale, ma condizione della sua legittimità. Il dialogo interuniversitario costituisce, in tale prospettiva, uno spazio decisivo. Le università non possono essere ridotte a luoghi di addestramento tecnico o a laboratori funzionali alla competizione economica. Esse sono chiamate a essere comunità di pensiero, luoghi di discernimento, officine di coscienza critica. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, il compito universitario non è soltanto formare esperti capaci di usare strumenti complessi, ma persone capaci di interrogarsi sui fini, sugli effetti, sui limiti e sulle responsabilità dell’innovazione. Occorre una vera transdisciplinarità: non una semplice giustapposizione di competenze, ma una sinfonia più alta, capace di collegare le conoscenze, leggere la complessità e mantenere al centro le persone di ogni angolo del mondo. Le istituzioni internazionali sono, a loro volta, chiamate a rinnovare il multilateralismo. L’intelligenza artificiale non conosce confini nella circolazione dei dati, nella diffusione delle applicazioni, negli effetti economici, nelle implicazioni militari, nei rischi informativi e nelle conseguenze sociali. Nessuno Stato può governare da solo una tecnologia che attraversa lo spazio globale con tale intensità. Occorrono principi condivisi, standard comuni, organismi di vigilanza, cooperazione scientifica, strumenti di valutazione dell’impatto umano e sociale, forme di tutela dei diritti fondamentali e procedure capaci di evitare che il futuro digitale venga deciso unilateralmente da pochi attori dominanti. Ma il multilateralismo tecnologico non può essere soltanto tecnico. Deve essere animato da una visione della famiglia umana fondata su dignità, giustizia e solidarietà. Senza questo fondamento, gli accordi rischiano di diventare equilibri provvisori tra potenze. Anche la governance dell’intelligenza artificiale ha bisogno di una diplomazia capace di ricucire la fiducia, costruire linguaggi comuni, ascoltare interlocutori diversi e mantenere aperto lo spazio della convergenza. È il paradigma della sinfonia delle diversità.
Rimanere umani significa anche accettare il limite. La cultura tecnocratica tende spesso a considerare il limite come difetto da superare, fragilità da eliminare, dipendenza da correggere. Eppure il limite è anche il luogo della responsabilità. Chi riconosce il limite comprende la cura; chi accetta la vulnerabilità comprende la solidarietà. In questo passaggio, diplomazia delle culture, istituzioni internazionali e università non sono realtà accessorie. Sono presìdi essenziali. Insieme, esse possono generare una governance capace non soltanto di regolare l’intelligenza artificiale, ma di orientarla verso una civiltà della dignità, dell’eguaglianza sostanziale e della solidarietà. Il futuro non sarà semplicemente ciò che la tecnica renderà possibile. Sarà ciò che la coscienza umana saprà rendere giusto. Sarà il frutto delle istituzioni che avremo saputo edificare, dei limiti che avremo avuto il coraggio di porre, delle responsabilità che avremo accettato di assumere, delle culture che avremo imparato ad ascoltare, delle università che avremo reso capaci di generare pensiero integrale, delle diplomazie che avremo orientato non alla potenza, ma alla pace.
Perché il vero progresso non consiste nel rendere la macchina sempre più simile all’uomo, ma nel rendere l’uomo sempre più capace di custodire, con giustizia e amore, la propria magnifica umanità.