Il personalismo come coscienza politica del nostro tempo
Il tempo storico che stiamo vivendo si configura come una soglia critica, nella quale le categorie classiche del pensiero politico e giuridico mostrano in modo sempre più evidente la loro insufficienza ermeneutica di fronte alle nuove configurazioni del reale.
La progressiva disarticolazione tra potere e responsabilità, tra tecnica e senso, tra normatività positiva e giustizia sostanziale non segnala una crisi contingente o meramente funzionale, bensì un più profondo smarrimento antropologico, che investe i fondamenti stessi dell’agire pubblico.
In un contesto segnato dalla fragilità delle democrazie rappresentative, dalla tecnicizzazione delle decisioni collettive e dalla rarefazione del legame sociale, si impone l’esigenza di un pensiero capace di interrogare radicalmente il senso della politica. In tale orizzonte, il personalismo emerge non già come una tradizione filosofica storicamente circoscritta, né come un’opzione teorica tra le altre, bensì come coscienza critica del nostro tempo, capace di interpretare la crisi politica contemporanea e, al contempo, di offrire un’esigente proposta di rifondazione della convivenza civile. Nella pluralità delle sue declinazioni teoriche, il personalismo affonda le sue radici in una medesima intuizione fondamentale: la convinzione che la persona umana, nella sua dignità irriducibile e indisponibile, costituisca il principio originario e il criterio ultimo di ogni ordine politico e giuridico.
È a partire da tale fondamento che tanto il diritto quanto la politica possono essere sottratti alle derive dell’arbitrio, della forza e di una pretesa neutralità morale che, lungi dal garantire imparzialità, finisce per legittimare nuove forme di dominio. In questa prospettiva, la persona non è mai riducibile a individuo funzionale, a portatore astratto di interessi o a semplice destinatario di norme, ma si manifesta come “essere in relazione”, singolare e insieme relazionale, capace di trascendenza e di responsabilità. Proprio questa struttura costitutiva rende la persona radicalmente refrattaria a ogni tentativo di strumentalizzazione, e ne fa il limite invalicabile di ogni esercizio legittimo del potere. Assumere la persona come principio regolativo dell’ordine sociale significa, nello stesso tempo, riconoscere il carattere intrinsecamente storico e transitorio delle forme politiche e istituzionali: nessun assetto di potere, nessuna costruzione giuridica, nessuna configurazione della convivenza civile può pretendere di sottrarsi al divenire.
È precisamente la coscienza della finitezza storica che sottrae le strutture alla tentazione dell’assoluto e richiama la politica alla sua condizione originaria di realtà derivata e strumentale rispetto a ciò che solo permane: la dignità della persona. Il personalismo si configura così come una critica radicale alla modernità politica ogniqualvolta essa smarrisca il proprio fondamento antropologico, trasformando le istituzioni in apparati autoreferenziali e il diritto in una tecnica procedurale priva di orientamento etico. L’intuizione mounieriana della necessità di una rivoluzione morale, intesa non come rottura violenta dell’ordine, ma come conversione profonda dei fini della politica, coglie con straordinaria lucidità il nodo centrale della crisi contemporanea: l’incapacità dei sistemi politici di riconoscere la persona come fine e non come mezzo, come principio e non come variabile dipendente. In questa visione, la persona non è un oggetto pienamente conoscibile e classificabile una volta per tutte, ma il cuore del diritto dei viventi, che resiste a ogni riduzione ideologica; ed è proprio tale irriducibilità a costituire il fondamento autentico del diritto e il criterio ultimo di legittimazione del potere.
In Mounier, la critica tanto all’individualismo liberale quanto al collettivismo statalista non assume la forma di un rifiuto simmetrico, ma si traduce nella proposta di una comunità personale, nella quale la relazione non annulla la singolarità e la singolarità non si ripiega nell’autosufficienza. La comunità, lungi dall’essere una totalità assorbente, diviene lo spazio nel quale la persona può realizzare la propria vocazione attraverso l’impegno, la responsabilità e la partecipazione, restituendo alla politica la sua originaria e insopprimibile funzione etica. Questa prospettiva riceve un approfondimento ontologico decisivo nel personalismo sociale di Stefanini, per il quale l’essere stesso è personale e ogni realtà che non è personale trova il proprio senso solo come manifestazione e comunicazione della persona. Lungi dall’esaurirsi in una tesi metafisica, tale affermazione possiede una portata politico-giuridica di straordinaria rilevanza, poiché implica che l’ordine sociale e istituzionale non possa essere fondato su principi impersonali, su automatismi funzionali o su mere logiche sistemiche, ma debba riconoscere nella persona il luogo originario di senso, di valore e di normatività. In Stefanini, la socialità non è un dato esterno né un compromesso utilitaristico, bensì una dimensione costitutiva dell’identità personale: quanto più la persona si approfondisce interiormente, tanto più si apre all’altro; e quanto più si apre all’altro, tanto più realizza se stessa.
Da tale impostazione discende una concezione della democrazia che non si esaurisce nella dimensione procedurale, ma si configura come forma politica orientata alla promozione integrale della persona, della dignità ontologica e sociale. Il bene comune non è qui un’entità astratta o la semplice risultante di interessi contrapposti, ma coincide con la tutela e la fioritura dei valori personali. In questo modo, il personalismo consente di superare le aporie della modernità politica, restituendo alla libertà un contenuto etico e alla partecipazione un fondamento antropologico, e sottraendo la politica tanto alla tentazione totalitaria quanto al nichilismo individualistico. In questa medesima linea si colloca il contributo di Rosmini, che offre al personalismo una delle sue formulazioni più rigorose e giuridicamente feconde attraverso la definizione della persona come “diritto sussistente”. In tale espressione, di eccezionale densità concettuale, si condensa una vera e propria inversione di prospettiva rispetto al positivismo giuridico: il diritto non nasce dalla volontà del legislatore né dalla forza dello Stato, ma è originariamente inscritto nella persona stessa, nella sua natura intelligente e libera. La persona non è semplicemente titolare di diritti, ma è essa stessa fonte viva della giuridicità, il luogo ontologico nel quale il diritto trova la propria ragion d’essere prima di ogni codificazione storica. Ne consegue che la politica, per essere autenticamente legittima, deve riconoscere il proprio carattere derivato e strumentale, configurandosi come servizio alla persona e non come istanza sovraordinata o assoluta. In Rosmini, la libertà non è arbitrio né indifferenza, ma capacità responsabile di aderire all’ordine del bene riconosciuto dalla ragione; e l’ordine giuridico diviene così la forma storica attraverso cui la giustizia si incarna nella vita sociale. Tale concezione consente di fondare un liberalismo sostanziale, capace di coniugare il rispetto delle libertà personali con l’esigenza della giustizia sociale, evitando tanto l’atomismo quanto lo statalismo. Nell’epoca segnata dalla crescente tecnicizzazione del potere, dal pericolo grave e attuale del paradigma antropocentrico-tecnocratico, dalla disgregazione del legame sociale e dalla crisi strutturale delle democrazie rappresentative, il personalismo si propone come una matrice esigente per ripensare il nesso tra individuo e comunità, tra libertà e responsabilità, tra diritto e giustizia, riconoscendo nella dignità della persona il punto di sintesi tra etica, politica e istituzioni.
Lungi dal configurarsi come un ritorno nostalgico a categorie ormai superate, esso si presenta come una proposta capace di dialogare criticamente con le sfide del presente, dalla governance globale alla rivoluzione tecnologica, dalla crisi ecologica alle nuove forme di vulnerabilità sociale. In tale luce, il personalismo non assume i tratti di un’ideologia chiusa, ma si esprime come uno stile di pensiero aperto, come una grammatica dell’umano che sollecita a pensare la politica non nei termini del dominio, bensì come servizio, diaconia istituzionale, spazio di responsabilità condivisa, nel quale il potere è chiamato a misurarsi con il proprio limite e il diritto a ritrovare la sua originaria funzione di tutela e promozione della persona. È proprio in questa radicale fedeltà alla persona, intesa sempre come fine e mai come mezzo, che il personalismo rivela la sua persistente attualità e la sua forza critica, offrendo alla riflessione politica contemporanea non un mero supplemento etico, ma una visione integrale della convivenza umana, in cui la dignità non è un elemento ornamentale del discorso pubblico, ma il principio generativo di una civiltà autenticamente giusta.
