IL PIL COME MISURATORE DI BEN-ESSERE

IL PIL COME MISURATORE DI BEN-ESSERE

Alla ricerca della verità

La nascita all’OCSE ha segnato un passo avanti nella elaborazione di misure e di politiche del benessere collettivo.

Negli ultimi quindici anni la ricerca di indicatori diversi dal PIL per misurare il benessere delle Nazioni ha compiuto molti progressi.
L’invito ad avviare questa ricerca si fa risalire al celebre discorso di Robert Kennedy del 1968, ma di fatto la moderna ricerca statistica beyond Gdp si è sviluppata dal convegno di Palermo del 2004. Da allora, l’organizzazione di Parigi è stata il principale strumento di propulsione delle ricerche sulle statistiche ‘oltre il PIL’.

In questi anni sono nati sistemi importanti di misurazione del benessere collettivo.

L’Italia si è posta all’avanguardia con il BES, il sistema di indicatori del Benessere Equo e Sostenibile, che dovrebbe influenzare anche le politiche economiche attraverso l’obbligo normativo di corredare la legislazione di bilancio con la proiezione triennale di dodici indicatori di qualità della vita, anche se finora la prescrizione è soddisfatta soltanto per cinque indicatori.

Di particolare importanza è stata la nascita degli indicatori SDGS, il complesso sistema mondiale per valutare il raggiungimento dei 169 target che sostanziano i 17 Goal dell’Agenda 2030 dell’Onu.
Sul piano tecnico, gli indicatori si sono sempre più affinati.
Sul piano politico, la loro incidenza è rimasta marginale, data la propensione dei Governi a parlare di PIL e semmai di tasso di disoccupazione, senza prendere in considerazione i più complessi indicatori che misurano il benessere collettivo.

In questa cornice, si inseriscono i dati sulla dinamica del PIL italiano nel secondo trimestre 2021, da pochi giorni diffusi dall’Istat, che hanno destato non poco stupore per l’entità sia della crescita congiunturale, pari a +2,7% (rispetto al primo trimestre di quest’anno), sia della crescita tendenziale, pari a +17,3% (rispetto al secondo trimestre dello scorso anno).

Ma perché, nonostante l’incremento del PIL, la collettività non riesce a registrare un miglioramento della qualità della vita?

I limiti dell’utilizzo del PIL come indicatore di felicità sono proprio nella sua definizione.
Il Prodotto Interno Lordo tiene conto, infatti, solo delle transazioni in denaro, trascurando tutte quelle a titolo gratuito, non fornisce una misura della distribuzione del reddito all’interno della società (quindi non indica il livello di equità all’interno del Paese) e tratta tutte le transazioni come positive. Sì che entrano a farne parte, ad esempio, anche i rincari delle bollette o l’aumento del costo delle materie prime.

In Italia, i dati offerti informano che la perdita del PIL nel 2020 è stata di circa il 9%.
Le previsioni aggiornate alla fine del 2021 riferiscono di un aumento del 5,9%.

La prima osservazione da fare è che i dati indicati sono stati calcolati rispetto all’anno 2020, anno in cui si era già registrato un calo del PIL a causa dell’emergenza sanitaria e non rispetto all’anno 2019, che segna il periodo pre-Covid.
È evidente che, dopo un anno trascorso tra confinamenti e chiusure di attività, la ripresa della produzione e la riapertura delle attività ha fatto registrare un dato positivo anche grazie al conseguente aumento del tasso di occupazione.

Tuttavia, l’aumento del PIL – che in teoria dovrebbe aver segnato l’inizio di una fase di ritrovato benessere per la collettività – trova la propria origine in fattori che, in realtà, hanno determinato una riduzione nel potere d’acquisto del consumatore.
Hanno concorso a determinare la crescita del PIL, infatti, anche l’aumento dei costi fissi in bolletta, gli interventi legati al Superbonus 110% e l’aumento dei prezzi delle materie prime. Secondo l’Istituto ISPI, gli aumenti delle materie prime a livello globale si è attestato rispetto al periodo pre-pandemico a una percentuale del 40%. Una componente fondamentale nell’aumento dei costi è stato il blocco del canale di Suez, a seguito del quale è iniziata una corsa a strade alternative che ha determinato un aumento globalizzato dei pedaggi. Inoltre, per le stesse ragioni, i prezzi dei trasporti sono decuplicati e molte merci fatte produrre da aziende occidentali sono bloccate in Cina.

Da questa sintetica panoramica emerge che il PIL in aumento – che tutte le testate giornalistiche osannano da giorni – non è ‘composto’ dal benessere dei cittadini che tornano a spendere, quanto piuttosto da un’inflazione latente.

Il benessere non può essere calcolato in base al PIL, che non tiene conto di problemi sociali come, tra gli altri, inquinamento dell’aria, deriva valoriale, disuguaglianze sociali, qualità dell’educazione, salute delle famiglie. Non tiene conto della giustizia dei tribunali, dell’equa distribuzione delle opportunità. «Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta» (Robert Kennedy).



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