Invece di una ‘istruzione alla difesa’, Meritocrazia Italia invoca un ritorno alla cultura della pace

Invece di una ‘istruzione alla difesa’, Meritocrazia Italia invoca un ritorno alla cultura della pace

n Ucraina, la materia «Difesa dell’Ucraina» è diventata parte strutturale dell’istruzione degli adolescenti.
Il programma comprende primo soccorso, gestione delle emergenze, sicurezza informativa, droni, topografia e basi del tiro. Nel 2025 erano quasi 1.000 i centri attrezzati per questa formazione e il Governo ucraino ha previsto anche la possibilità di trasferire armi da addestramento ai centri e agli istituti che insegnano la materia.

Non è iniziativa isolata. In Estonia, dal 2023, l’insegnamento teorico della difesa nazionale è obbligatorio nelle scuole secondarie superiori. In Lettonia, dal 2024, l’educazione alla difesa nazionale è entrata nel curriculum obbligatorio dell’istruzione secondaria e ora coinvolge circa 42.000 giovani. In Polonia, il programma «Edukacja z wojskiem», promosso dai Ministeri dell’Istruzione e della Difesa, è arrivato nel 2026 alla quinta edizione, con 2.800 scuole candidate.

Non si tratta di esperienze sovrapponibili, ma raccontano tutte una certa tendenza: mentre l’Europa rafforza la propria capacità militare, il tema della difesa entra sempre più precocemente nella formazione delle nuove generazioni. Nel 2025 gli Stati membri dell’Unione europea hanno destinato alla difesa 418 miliardi di euro. Per il 2026 la stima sale a 454 miliardi, il 75,3% in più rispetto al 2021. È la fotografia di un continente che, davanti a un nuovo scenario geopolitico, sta tornando a considerare la preparazione alla guerra una componente necessaria della propria sicurezza.

Vale chiedersi dove sia finita la cultura europea della pace come progetto politico e culturale, come idea che il conflitto possa essere sottratto alla logica della forza attraverso il diritto, le istituzioni, la cooperazione e la conoscenza reciproca.
Eppure l’Europa è nata anche da questa intuizione.

Oggi quella cultura non è scomparsa, ma sembra sempre più affiancata da un’altra, quella della deterrenza, della resilienza, della preparazione e della capacità di risposta. Sono parole che appartengono alla realtà, ma una civiltà dovrebbe chiedersi anche quale realtà sta consegnando alle generazioni che verranno. Perché il punto non è stabilire se un ragazzo debba sapere come comportarsi durante un’emergenza o come prestare soccorso; il punto è ciò che accade quando la guerra smette di essere soltanto una tragedia da evitare e comincia a diventare una condizione alla quale educarsi.

È qui che la scuola assume un significato che va molto oltre i programmi scolastici, perché è uno dei luoghi nei quali una società decide che cosa vale la pena trasmettere alla generazione successiva. E per capire quanto questo compito sia decisivo, possiamo tornare alla nostra storia.
Dopo il Risorgimento, l’Italia aveva davanti una sfida che non si esauriva nell’aver conquistato l’unità territoriale: bisognava costruire cittadini. La scuola fu uno degli strumenti fondamentali di quel progetto. La legge Coppino del 1877 rese effettivo l’obbligo dell’istruzione elementare e inserì tra i contenuti formativi le prime nozioni dei doveri dell’uomo e del cittadino. Qualche anno dopo, Cuore di Edmondo De Amicis avrebbe raccontato proprio quella scuola come luogo nel quale, insieme alla lettura e alla scrittura, si costruivano appartenenza, responsabilità, solidarietà e senso civico. Era una scuola chiamata a costruire una nazione. Oggi il compito è diverso: non dobbiamo più fare gli italiani, dobbiamo essere capaci di costruire cittadini europei, cittadini che conoscano la propria storia senza trasformarla in un alibi per il conflitto, che sappiano difendersi senza perdere la capacità di dialogare e che conoscano il valore della sicurezza senza smarrire il valore della pace.

Meritocrazia Italia considera la cultura della pace parte integrante della cultura civica e democratica europea.
Serve conoscere la storia per non esserne prigionieri, conoscere il diritto internazionale per comprendere che anche nei conflitti esistono regole, conoscere l’altro per non trasformarlo automaticamente in un nemico e conoscere le ragioni della convivenza per rendere possibile ciò che oggi sembra impossibile. Serve anche recuperare una cultura del bello, perché il bello non è estraneo alla politica. Una scuola, una biblioteca, un teatro, un museo, un laboratorio, un ospedale, una piazza ricostruita dopo una guerra sono tutte forme attraverso cui una comunità afferma che la propria risposta alla distruzione non sarà altra distruzione, ma costruzione.

È significativo, del resto, che proprio nel 2026 il Consiglio d’Europa abbia adottato una raccomandazione dedicata alla peace education, riconoscendo l’educazione alla pace come una dimensione da promuovere con e per i giovani. Anche l’Unione europea continua a indicare nella dignità umana, nella libertà, nella democrazia, nell’uguaglianza, nello Stato di diritto e nei diritti umani il tessuto comune dell’Europa, attribuendo all’istruzione un ruolo centrale nella costruzione di una società europea coesa.
Non possiamo chiedere alla scuola soltanto di preparare cittadini capaci di affrontare il mondo che abbiamo. Dobbiamo chiederle di preparare cittadini capaci di cambiare il mondo che abbiamo.

Quello che va difeso davvero non sono soltanto i nostri confini, è soprattutto la nostra idea di civiltà. Perché una scuola che insegna soltanto come sopravvivere alla guerra prepara una generazione alla guerra. Una scuola che insegna anche perché la pace deve essere costruita, difesa e ricostruita ogni giorno prepara una generazione al futuro. E forse è proprio questa la forma più alta di difesa.

Stop war.