LE IMPRESE COESIVE

LE IMPRESE COESIVE

Esperienze da valorizzare

La campagna elettorale e la crisi energetica sono i temi del momento. Monopolizzano l’opinione pubblica e la classe politica. L’emergenza pandemica sembra ormai alle spalle.
Purtroppo restano dimenticati vecchi, gravi problemi mai risolti.

Tra questi, le difficoltà e gli ostacoli allo sviluppo di micro e piccole imprese che, sebbene rappresentino oltre il 95% del sistema imprenditoriale italiano, rimangono ignorate anche adesso che la grave crisi energetica, che in autunno si farà sentire ancora di più, rischia di far chiudere tante attività, accrescendo il già lungo elenco di disoccupati.

È certo che una delle strade da percorrere sia quella di favorire le aggregazioni fra imprese, utili per rafforzare i rapporti col sistema del credito, per introdurre innovazione e per acquisire nuove competenze.

Molta parte dei fondi del PNRR è destinata al sostegno e al rilancio del sistema imprenditoriale anche se, da un’indagine condotta da Unioncamere-Symbola, è emerso che l’80% di queste piccole imprese non sa nulla e, ancora più grave, per il 64% il problema è ‘non sappiamo cosa fare e come farlo’ con le ingenti risorse messe a disposizione.
Appare, quindi, evidente che c’è un’incredibile carenza di informazione, testimoniata dal fatto che molti dei bandi non sono stati utilizzati.
Diventa, pertanto, importante insistere, anche alla luce delle esperienze maturate durante la pandemia, il tema della ‘rete’ che assume una diversa connotazione e, quindi, forma.

In uno studio prodotto dalla Fondazione Symbola, Unioncamere e Intesa San Paolo, viene introdotto un nuovo termine valoriale: le imprese coesive.

Cosa vuol dire essere imprese coesive?

Basta leggere alcune storie, poco conosciute, che hanno contributo a introdurre un nuovo modo di fare impresa.
Si potrebbe parlare della Cantina Arnaldo Caprai, che ha stabilizzato i richiedenti asilo che si rivolgono alla Caritas in cerca di lavoro; della Chiesi Farmaceutici, che ha trasformato i suoi fornitori in partner, o della LAGO, che ha cambiato la figura del cliente facendolo diventare membro di una comunità capace di creare arredi empatici che rimettono la persona al centro dell’abitare; della COOP Lombardia, che ha realizzato il primo supermercato in Europa ‘autism friendly’, grazie alla collaborazione con un’associazione del terzo settore; di Edinnova, la rete di imprese per l’innovazione della filiera dell’edilizia che ha come obiettivo la ricerca e il trasferimento tecnologico; di Falck Renewables, che ha condiviso i suoi impianti con le comunità dei territori in cui opera.

Tutti esempi che dimostrano ciò che afferma il Manifesto di Assisi: «L’Italia è anche in grado di mettere in campo risorse ed esperienze che spesso non siamo in grado di valorizzare. Noi siamo convinti che non c’è nulla di sbagliato in Italia che non possa essere corretto con quanto di giusto c’è in Italia».

La sfida del PNRR è anche quella di introdurre un’innovazione del pensiero assieme al necessario affiancamento al mondo delle micro e piccole e medie imprese in modo che siano informate e sostenute ad orientarsi, ad esercitare le scelte conseguenti quando si fa un investimento, ad individuare la corretta formula organizzativa, eccetera.

Per non disperdere le tante risorse messe a disposizione occorre considerare ciò che più manca nel piano del piano PNRR: la dimensione comunitaria.
Non si tratta del tema dei commercialisti, degli avvocati, delle camere di commercio, delle associazioni, ecc. Si tratta del tema della comunità locale, che è costituita di persone, che sono anche commercialisti, avvocati, dirigenti di associazioni o camere di commercio.



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