PNRR, UN ‘AFFARE CORRENTE’

PNRR, UN ‘AFFARE CORRENTE’

Tenere la tabella di marcia

Per molti resta ancora soltanto una sigla e nei programmi elettorali dei partiti lo spazio dedicato al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è assai ridotto.

Eppure si sa che le risorse, circa 200 miliardi, messe a disposizione da Bruxelles rappresentano il più importante e decisivo volano per il rilancio del Paese. La direttiva impartita dal Presidente del Consiglio dei Ministri, all’indomani dello scioglimento delle Camere, fornisce precisi orientamenti per il raggiungimento degli obiettivi previsti per l’anno in corso. Il perimetro di azione definito dalla direttiva è molto ampio e impegna il Governo, oltre che nel disbrigo degli affari correnti, nell’attuazione legislativa, regolamentare e amministrativa del PNRR, nonché del piano nazionale per gli investimenti complementari.

In base alla direttiva, il Governo può adottare atti e provvedimenti riguardanti specifici obiettivi, anche intervenendo nei giudizi in corso dinanzi ai giudici amministrativi che riguardano le opere finanziate dal PNRR (com’è accaduto di recente per il nodo ferroviario di Bari), adottare atti generali, predisporre i decreti legislativi che richiedono l’approvazione delle commissioni parlamentari, come per il settore della giustizia civile e penale, ed esaminare i disegni di legge collegati all’attuazione del PNRR, sollecitando il Parlamento a legiferare.
Il PNRR rientra, dunque, negli «affari correnti» di cui è investito l’esecutivo fino alle elezioni politiche ed involge l’approvazione del disegno di legge annuale per la concorrenza (in approvazione, ma fortemente divisivo tra i partiti); della delega per il riordino degli IRCCS, che attende solo il via libera del Senato; dei decreti attuativi in materia di giustizia e di processo tributario, da approvare entro dicembre 2022; delle modifiche al codice della proprietà industriale; della delega al governo per la riforma fiscale, approvata dalla Camera e in commissione Finanze del Senato.

Ma inevitabilmente le difficoltà emergeranno con la composizione di un nuovo Governo, quando cioè l’Italia dovrà dimostrare di riprendere e tenere il ritmo di marcia.
Calendario alla mano, con il voto il 25 settembre e la previsione che il nuovo Parlamento si insedi entro 20 giorni, prima di novembre non ci sarà un nuovo esecutivo in carica ed è verosimile ipotizzare che ciò renda impossibile rispettare la scadenza del dicembre 2022 come data entro cui raggiungere tutti i 55 obiettivi del secondo semestre dell’anno, sia per la difficoltà di presentare e approvare le leggi e i decreti necessari, sia perché i nuovi ministri e sottosegretari prima di gennaio 2023 difficilmente saranno in grado di guidare rapidamente una macchina così complessa.

Per certo, l’effettiva funzionalità e attuazione del Piano italiano avranno riflessi non solo sull’economia nazionale, ma anche sulle relazioni europee (all’Italia sono assegnate un quarto del totale delle risorse europee): se il PNRR non funzionerà, il rischio serio sarà quello che a Bruxelles venga accantonata l’idea del Recovery Fund (e di altre iniziative finanziate da debito comune europeo) e della sua possibilità di renderlo permanente, rimanendo, quindi, solo una esperienza passeggera e non ripetibile.



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