UN NUOVO APPROCCIO CULTURALE PER L’UGUAGLIANZA DIGITALE

UN NUOVO APPROCCIO CULTURALE PER L’UGUAGLIANZA DIGITALE

Contro il digital divide

Il divario digitale o digital divide è la distanza esistente tra chi ha accesso a internet (e alla tecnologia in generale) e chi, per scelta o meno, non ha questa possibilità. Il problema è oggi particolarmente avvertito e ingenti risorse finanziarie saranno presto dedicate al digitale con il PNRR di prossima esecuzione.

Il dato dal quale occorre partire è ricavato dall’analisi del grado di diffusione del digitale fra i cittadini.
L’Italia è il Paese europeo con il maggior digital divide: solo il 42% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base, contro il 58% europeo.

La sfida del futuro prossimo non è di poco conto. Garantire l’uguaglianza digitale è un imperativo.

L’obiettivo di una maggiore eguaglianza digitale non può ridursi alla mera implementazione delle infrastrutture tecnologiche o alla migliore diffusione di device. Al centro di una rivoluzione oggi più che mai necessaria, c’è prima di tutto un cambiamento d’approccio culturale.
Dando per scontata maggiore velocità d’apprendimento da parte dei giovani, non bisogna comunque lasciare indietro chi si è formato e ha avviato la propria attività lavorativa in un’epoca diversa da quella attuale e spesso non riesce a stare al passo con la velocità dell’innovazione tecnologica.

Per fare un piccolo esempio si potrebbe partire dalla capacità di utilizzare un foglio elettronico per creare elenchi o tabelle. Ammesso che si riesca a utilizzare al meglio tale applicativo, diventa difficile per molti immaginare che i dati contenuti su un foglio elettronico non sono altro che gli elementi che vanno a costituire un data base con funzioni e caratteristiche totalmente diverse.
Un esempio banale per far capire che la sola conoscenza di un software non è sufficiente a star dietro ai tempi dell’era digitale.

Per vero, l’esempio del data base non è casuale, perché oggi la circolazione dei dati assume un peso determinante, più di quella delle merci. Le informazioni sono divenute bene prezioso.
La possibilità di scambiarsi documenti, generare listini, creare web conference o pianificare strategie di comunicazione è legata alla gestione di dati che, fra l’altro, apre un altro scenario importante che ha come tema la sicurezza dei dati nella Rete.
Si vuol dire soltanto che l’approccio culturale necessario alla riduzione del digital divide deve riguardare il comune cittadino, la p.a. – che ha il compito di agevolare la fruizione di servizi – e il mondo delle imprese, che devono poter immaginare in modo diverso le strategie aziendali e, soprattutto, il rapporto con i lavoratori. Le imprese e la p.a. devono investire innanzitutto su se stesse e poi sulla qualificazione e riqualificazione del personale sui temi legati alla digitalizzazione anche attraverso gli strumenti finanziari previsti dai fondi interprofessionali per la formazione continua dei lavoratori.

In gioco c’è il tema centrale dell’aumento della produttività, che, di là del modello di misurazione, considera due elementi essenziali: capitale e attività lavorativa.

Pensando al digital divide, non si tratta di aumentare il capitale e le risorse umane quanto utilizzare processi di innovazione tecnologica e di processo che consentano di accrescere il tasso di produttività.

L’introduzione dell’attuale Sottosegretaria allo Sviluppo Economico, intervenuta recentemente al Forum on Digital Transformation, promosso da Deloitte e ISPI, National Coordinator e Chair del Think20 (T20), ha fatto condivisibilmente riferimento alla riduzione delle diseguaglianze che scaturiscono dal divario digitale affermando che si tratta un atto politico e sottolineando che lo Stato deve investire sulle capacità e le competenze, oltre che sulla tecnologia e gli aspetti infrastrutturali.

È necessario che il cambiamento culturale sui temi dell’innovazione abbia inizio dai primi anni di studio; è a scuola che bambini e adolescenti dovrebbero sviluppare, attraverso attività didattico-ludiche, il pensiero computazionale, ovvero l’insieme dei processi mentali che inducono a individuare le risoluzioni tramite una serie di operazioni logiche e creative.

Questa considerazione riporta l’attenzione sulle nuove competenze che devono riguardare tutti gli attori dell’economia: p.a., imprese, cittadini e consumatori, siano essi anziani o con una bassa scolarizzazione.



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