Immigrazione e ben-essere collettivo: la sfida dell’integrazione
Nell’attuale contesto sociale, fondato, tra gli altri, sui valori del pluralismo e dell’integrazione tra i popoli e ove i flussi migratori sono divenuti temi quotidiani del dibattito pubblico, l’Italia è chiamata a relazionarsi con nuove sfide e opportunità.
L’unicità della situazione dipende, in primo luogo, dalla posizione geografica, che rende la Repubblica un vero e proprio ponte tra l’Europa e il continente africano. A ciò occorre aggiungere un’analisi delle passate politiche migratorie, mediante le quali si è a lungo favorito l’ingresso e il soggiorno di cittadini stranieri, iniziato timidamente nel 1970 e che ha raggiunto i propri apici numerici negli ultimi anni. L’analisi del fenomeno deve tenere conto anche della grande emigrazione italiana verificatasi nella metà del 1800, allorquando milioni di connazionali si trasferirono – la maggior parte senza più far ritorno – nelle Americhe e negli altri Stati europei.
Tali condizioni hanno determinato, oggi, una relazione simbiotica con il flusso migratorio, che alimenta in modo essenziale settori specifici e strategici dell’economia, quali l’agricoltura, l’edilizia, l’assistenza familiare e il turismo. L’immigrazione, in aggiunta, permette il bilanciamento tra lavoratori e pensionati, contribuendo in maniera significativa all’abbassamento dell’età media in uno Stato che invecchia velocemente.
Per altro versante di analisi, gli oriundi italiani (in particolar modo quelli stanziati in Paesi ad elevato tasso di crescita) impongono sempre più la loro volontà di investimento di risorse finanziarie in Italia, creando nuovi flussi economici e opportunità d’impresa.
Premessa tale analisi sul contesto nazionale, si evidenzia che la condizione dello straniero in Italia è regolata da una normativa complessa e frammentaria. La stessa, in via generale, è orientata al rispetto dei principi costituzionali di uguaglianza e di tutela dei diritti inviolabili, che convivono con la necessità di contingentamento del diritto di ingresso regolare (e irregolare) sul territorio nazionale.
L’ordinamento, inoltre, assicura allo straniero l’accesso, senza discriminazioni, ai servizi di Welfare, quali la sanità, l’istruzione, la previdenza e l’assistenza sociale, vincolando, tuttavia, la regolarità del soggiorno (e quindi la piena fruizione dei diritti appena menzionati) allo svolgimento dell’attività lavorativa, o a lunghi e tortuosi percorsi di integrazione nel tessuto sociale.
Tale connubio tra il lavoro e la permanenza sul territorio nazionale espone, spesso, i cittadini stranieri a diverse prassi illegittime, quali lo sfruttamento, le disparità salariali e le irregolarità contrattuali, cui gli stessi soggiacciono poiché minacciati dalla possibilità di veder revocato il proprio titolo di soggiorno.
E ancora, la presenza di un numero significativo di stranieri sul territorio (così come altri fattori, come carenze dell’organico amministrativo e l’incompletezza delle domande) ha causato un sovraccarico degli uffici preposti alla loro gestione amministrativa, con ciò generando e autoalimentando ritardi intollerabili. Basti citare, invero, che nelle grandi città quali Roma o Milano, la sola istanza di rinnovo del permesso di soggiorno, che a norma di legge andrebbe conclusa entro sessanta giorni, richiede una tempistica media di definizione di un anno.
Partendo dalla definizione di ben-essere, come prosperità diffusa della comunità e stato armonico dell’individuo, si comprende come il ben-essere stesso potrà essere raggiunto solo quando tutta la popolazione residente sul territorio nazionale raggiunga uno standard dignitoso di vita, che permetta a ciascun individuo di raggiungere, mantenere ed esprimere il proprio potenziale personale nella società. In altri termini, il ben-essere potrà realmente esistere solo se condiviso tra tutti i consociati.
Tale nozione, posta in relazione con il fenomeno migratorio, si esprime in un rapporto di interdipendenza: gli stranieri contribuiscono all’arricchimento culturale, alla rigenerazione demografica e al contributo attivo al mercato del lavoro e del sistema previdenziale, aumentando così il grado di ben-essere diffuso. Per altro versante, invece, gli stessi sono esposti alla difficoltà all’integrazione, alla percezione diffusa di insicurezza (spesso collegata demagogicamente proprio all’immigrazione) allo sfruttamento lavorativo e alla insufficiente gestione dei servizi pubblici che li riguardano.
Il raggiungimento del ben-essere sociale passa anche attraverso la sfida dell’integrazione culturale, cui tutti sono chiamati a fornire il proprio contributo. Invero, partendo dalle Istituzioni politiche, queste avranno il compito di adottare misure specifiche per favorire e incrementare la convivenza. In secondo luogo, si giunge ai singoli cittadini, sui quali grava l’onere più complesso: abbattere le barriere stereotipate della diffidenza.
Sul piano nazionale, occorre una visione fondata su equità, responsabilità e coesione sociale, valorizzando la pluralità culturale come risorsa strategica e non come criticità da gestire. L’inclusione non può essere un atto di concessione, ma sempre investimento produttivo, capace di generare ben-essere condiviso, capitale umano e partecipazione attiva.
Servirebbe:
– creare sportelli unici per l’integrazione, che garantiscano accesso coordinato e personalizzato ai servizi di accoglienza, formazione, inserimento abitativo e lavorativo;
– impegnarsi a tracciare l’impatto sociale degli investimenti, affinché ogni intervento pubblico sia misurabile in termini di ritorno in produttività, coesione, legalità e partecipazione civica;
– valorizzare le imprese che promuovono inclusione, tramite incentivi mirati a progetti virtuosi di integrazione professionale e culturale;
– realizzare progetti di quartiere e cittadinanza attiva, per rafforzare il legame tra comunità italiane e straniere attraverso iniziative di cura condivisa degli spazi pubblici, laboratori educativi e attività civiche. È nei luoghi del quotidiano che si crea l’integrazione autentica.
