Dipendenza affettiva

Dipendenza affettiva

Quando si ama troppo

Con sempre più frequenza si parla di «nuove dipendenze» per distinguere le dipendenze comportamentali da quelle derivanti da abuso di sostanze.
Tra le prime vi è la dipendenza affettiva, spesso confusa con il c.d. Disturbo Dipendente di Personalità.

Vissuta principalmente dalle donne, questo tipo di dipendenza si traduce in legami dolorosi nei quali è fortemente alterato l’equilibrio tra il dare e il ricevere.
Nonostante la gravità delle ripercussioni a livello emotivo e psicologico, non è ancora classificata come vera e propria patologia nei vari sistemi diagnostici psichiatrici.

A partire dalla fine degli anni Ottanta, la psicologa americana Robin Norwood, ma già nel 1945 lo psicanalista viennese Otto Fenichel, parlavano di ‘amori dipendenti’, evidenziando l’esistenza di persone che hanno bisogno dell’amore come altre necessitano di droga o di cibo. Secondo i due professionisti, al centro della riflessione vi sono sempre individui con scarsa capacità di amare, che chiedono continuamente amore e attenzioni, ottenendo il risultato inverso.
Anthony Giddens, uno dei più famosi sociologi contemporanei, considera la dipendenza affettiva al pari di quella da sostanze: si ricava ebrezza dalla compagnia del partner (che diventa ‘indispensabile’); si desiderano ‘dosi’ sempre maggiori della sua presenza e si è disposti a tutto pur di stare con lui; l’astinenza può risultare devastante, con manifestazione di stati d’ansia, depressione, insonnia, inappetenza e pensieri ossessivi.
Si innesca un circolo vizioso che ripiega sempre nello stesso modo e, nonostante gli sforzi, si tende a ricadere negli stessi errori. Molte volte ci si isola dalle relazioni che non includono il partner, si vive costantemente con la paura di perderlo e si arriva addirittura a strumentalizzare la sessualità, vista non come momento di intimità e piacere, ma come mezzo per mantenere in piedi la relazione.
I propri bisogni passano in secondo piano. Ci si dedica quasi esclusivamente ai problemi e alle necessità dell’altro e l’autovalutazione del proprio valore si fonda sui feedback del partner.
In alcuni casi, si avverte la sensazione di non poter stare né con né senza la persona amata.

La dipendente affettiva è stata, di solito, una bambina ‘invisibile’, che ha cercato in tutti i modi di rendersi indipendente ed autosufficiente, celando i propri desideri e bisogni e reprimendo emozioni come rabbia e paura.
Solitamente, la madre di una ragazzina che svilupperà una dipendenza affettiva è una donna non realizzata, insoddisfatta e infelice nel rapporto di coppia. Considera la figlia una confidente, la rende partecipe delle frustrazioni coniugali, si lamenta del marito/compagno, ma non si separa. La ragazzina, avvertendo la sofferenza della madre, cerca di consolarla ‘comportandosi bene’. Il padre è emotivamente distante e non c’è dialogo tra lui e la figlia. Molto spesso, durante l’adolescenza, la dipendente affettiva sviluppa ansia, disturbi alimentari, insicurezza, difficoltà a relazionarsi con l’altro sesso e bassa autostima. Tali sintomi tendono a passare inosservati grazie alla capacità di mascherarli.
Questo il quadro statisticamente più comune.

Va anche rilevato, però, che in realtà ogni individuo vive una sorta di dipendenza dagli altri e sente il bisogno dell’approvazione altrui. importante per regolare la propria autostima.
E tuttavia andrebbero distinte le dipendenze ‘sane’ da quelle ‘patologiche’.

Quando nel proprio universo entra una persona ritenuta ‘importante’, può capitare che si enfatizzi troppo l’interesse provato e si vogliano vedere lati positivi della persona anche laddove, in realtà, non ve ne siano. Si avverte il bisogno di affidare ad una determinata persona un ruolo rilevante nella propria vita e, spesso, lo si fa senza verificare che ne possieda davvero i requisiti desiderati.

Nel libro «Donne che amano troppo», la Norwood afferma che, quando essere innamorate significa soffrire tutto il tempo, si sta amando troppo; quando si giustificano tutti i malumori, il cattivo carattere, l’indifferenza e li si considera conseguenze di un passato difficile, si sta amando troppo; quando ci si sente offese dal comportamento dell’amato, ma ci si colpevolizza ritenendosi poco attraenti, si sta amando troppo.
Questi sono classici atteggiamenti di donne che hanno a che fare con un narcisista patologico: il partner governa la relazione, svaluta, critica, pone distanze colmabili con amore e devozione e quando inizia a ritirarsi dal rapporto, la dipendente affettiva, accecata dal timore della perdita, accetta ogni sua richiesta, mettendo in discussione se stessa e non il partner.

Offrire amore con la speranza di essere ricambiate può diventate una costante di vita. E il voler essere amate ‘a tutti i costi’ può indurre anche ad accettare una relazione violenta, e a dimenticare che la prima persona che bisogna amare è se stessi.

Ma liberarsi di una dipendenza affettiva, così come di ogni forma di dipendenza, è possibile.

Un disagio di tipo emotivo o psichico può essere di una certa rilevanza e richiedere la giusta cura e attenzione al pari di una problematica fisica, solitamente considerata più ‘grave’.
Fondamentale è prendere coscienza che una certa relazione amorosa instaurata, in realtà, è un rapporto ‘malato’, che affonda le radici nella scarsa autostima, in modo da trovare la forza di chiedere aiuto a uno specialista che consigli il percorso psicologico più consono.
Obiettivo da porsi è quello della conquista dell’indipendenza e dell’autonomia affettiva, lavorando su stessi.
Importante sarebbe fermarsi a riflettere sul proprio comportamento, ripercorrere la storia personale per capire i motivi per cui si è diventati quello che si è oggi; cercare di individuare temi ricorsivi nelle proprie relazioni di vita e somiglianze tra le esperienze infantili e le scelte fatte in età adulta; chiedersi come sarebbe la propria vita se si rimettesse nelle proprie mani la responsabilità della propria felicità e riuscire ad amarsi così come si vorrebbe essere amati dagli altri; allontanare pensieri negativi su di sé e valorizzarsi indipendentemente da un legame sentimentale; difendere il diritto di essere rispettati sempre e comunque; non aver timore di parlarne, perché il confronto con altre persone può risultare utile per riconoscere la dannosità di certe condotte, inconsapevolmente reiterate.

A fronte di ciò, sarebbe anche necessario:
– prevedere la presenza fissa di uno psicologo in ogni Istituto Superiore di I e II grado, che collabori con famiglie, insegnanti e personale ATA, in modo da poter captare segnali riconducibili ad una forma di dipendenza, compresa quella emotiva;
– prevedere lezioni di autostima con professionisti del settore, in modo che ogni studente possa prendere coscienza del proprio valore e delle proprie capacità;
– potenziare il SSN con figure professionali, come psicologi, psicoteraupeti, psichiatri per le dipendenze;
– istituire Centri di Ascolto in ogni Comune, ai quali potersi rivolgere in completo anonimato;
– implementare sul territorio il numero di Centri Antiviolenza.

«L’amore non è mai dipendenza. L’amore è uno stato assoluto, incondizionato ed eterno, che non reclama niente in cambio» (Weiss).

 

 

 

 

FONTI:
www.giornaledipsicologia.it
www.guidapsicologi.it
www.dire.it
www.istitutobeck.com
www.channelhealing.it



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