IL DIPENDENTE PUBBLICO CHE VORREI

IL DIPENDENTE PUBBLICO CHE VORREI

La p.a. come ingranaggio della macchina del benessere collettivo

«E tu Checco? Che cosa vuoi fare da grande?»
«Io voglio fare il posto fisso!»
[dal film Quo vado?]

Oltre ogni ironica comicità, la particolare rappresentazione sociale del dipendente pubblico è questione reale.

‘Furbetti del cartellino’, inefficienza degli enti sindacali, spending review impossibile e clientelismi politici non hanno contribuito alla buona reputazione del dipendente pubblico. È alla cronaca la cattiva pratica a fare del ‘posto fisso’, tra l’altro, una mancia elettorale.
Da qui, la facile tendenza all’uso delle etichette di ‘assenteista’, ‘fannullone’, ‘intoccabile’ e, la peggiore, ‘raccomandato’.

La sensazione comune è che i dipendenti pubblici vivano in una sorta di situazione di paradiso consapevole, dato dal privilegio della stabilità.

La banalizzazione non deconcentri dalla complessità del problema, acuito da una cronica inefficienza delle pubbliche amministrazioni. Il fenomeno assume gradazioni differenti, in linea con la varietà dei contesti e delle funzioni della macchina pubblica.

Per altro verso, resta quella parte del settore che fa ‘meno rumore’, composta da lavoratori impegnati e responsabili, che prestano il proprio servizio alla causa pubblica con laboriosità e competenza.

Tanto si potrebbe dire dei limiti di funzionamento di una macchina amministrativa ancora lenta e farraginosa. Vero, però, anche che il settore della pubblica amministrazione ha subito, negli anni, una vera e propria ipernormazione. La direzione di ogni intervento di regolazione è più o meno sempre quella della responsabilità disciplinare del funzionario, con attenzione per il rapporto di servizio tra quest’ultimo e l’amministrazione. Ciò determina nei fatti, un più significativo riguardo per l’efficienza dell’amministrazione in termini di pratiche e prestazioni erogate.
La sensazione è che, in tutto ciò, a perdere di centralità sia il bisogno del cittadino, perché lo sguardo è distratto altrove. Quasi che la p.a. fosse stretta nei contorni della propria autoreferenzialità, sorda alle istanze di voci provenienti dall’esterno. Dimentica di aver ragion d’essere proprio nel patto sociale e fiscale tra cittadini e Stato.

A fronte di un sistema inefficiente e di provvedimenti regolativi inadeguati, a rimetterci è sempre il cittadino, che paga le tasse senza poter ricevere in corrispettivo un servizio realmente utile a soddisfare le necessità.

Ma un’analisi delle cause del problema rivela sempre un concorso di responsabilità.

Condotte controfunzionali dei dipendenti pubblici potrebbero trovare utile contenimento grazie a una partecipazione più attiva dell’utente, e una maggiore propensione all’informazione. L’apatia civica resta un male sociale da debellare.
Una società civile attiva e informata comporta fatica e costi per chi si impegna, ma, nello stesso tempo, protegge tutti dagli eccessi della politica e dall’inefficienza della p.a. e, così facendo, contribuisce ad evitare di incappare nella tentazione del c.d. free riding, il comportamento egoistico di chi beneficia gratuitamente di beni pubblici.

Tutto ciò considerato vale chiedersi: come dovrebbe essere il dipendente pubblico ideale?

Competente, senza dubbio. Ma anche eticamente responsabile.

Il dipendente pubblico del quale la pubblica amministrazione ha bisogno è accogliente nei confronti dell’utenza.
È cosciente del fatto che qualsiasi scelta che implichi la sua discrezionalità, seppur minima, avrà comunque delle ricadute (in termini non soltanto economici) sul cittadino.
Nutre un sincero interesse per il bene comune.
Si considera importante anello terminale all’interno di una catena di responsabilità che mira a generare il benessere della comunità (anche) locale.

Lo Stato comunica con i cittadini per voce del funzionario o del dipendente pubblico. Per questo, il suo atteggiamento esprime la vicinanza dello Stato riguardo la sua condizione specifica e quella della sua comunità. La trasparenza e l’imparzialità con cui vengono rappresentate le regole possono assumere un senso pedagogico e incidere direttamente sul senso di legalità percepito.

Questo il cambiamento verso il quale muovere.

A voler approssimare qualche proposta di rinnovamento, sarebbe auspicabile, per esempio,
– dare la possibilità, con il servizio civile nazionale, ai neolaureati in ambito amministrativo di poter iniziare a fare esperienza sul campo per qualche anno;
– creare delle figure lavorative più innovative e adeguate alle istanze tecnologiche e di internazionalizzazione;
– prevedere meccanismi premianti, coma una quota di retribuzione variabile e dipendente dalla qualità del lavoro svolto, secondo parametri di merito che tengano conto della customer satisfaction. Per questa via, sarebbe possibile non soltanto incentivare condotte virtuose, ma anche tarare il più possibile i servizi sui bisogni effettivi dell’utenza.

Risvegliare la coscienza del singolo dipendente e riportare l’attenzione sull’importanza dell’ingranaggio della macchina del benessere dei cittadini sarebbe già il primo passo verso una vera Rivoluzione.

Di VALENTINA PEPE



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