IL GREEN PASS IN EUROPA

IL GREEN PASS IN EUROPA

Un’altra occasione mancata per tracciare una linea condivisa

Una tematica oggetto di intensa discussione a livello nazionale e internazionale in questa fase della gestione della pandemia è quella attinente l’adozione o meno di restrizioni per chi ha scelto di non aderire alla campagna vaccinale.

Diversi Stati membri dell’Unione europea hanno optato per l’introduzione del c.d. Green Pass, per favorire la libera circolazione intracomunitaria e con aggancio normativo nei Regolamenti n. 953 e n. 954 del 2021.
La soluzione ha cominciato a creare forti divisioni e contrasti nell’opinione pubblica dopo che alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, hanno esteso anche al loro interno l’utilizzo della certificazione verde come pass d’accesso a molti servizi. In effetti, si evidenziano potenziali profili di discriminazione tra i cittadini UE e ricadute significative nell’ambito economico.

Ma, in concreto, di cosa si tratta e come gli Stati UE hanno applicato i regolamenti sovranazionali?

Scopo primario del certificato, nella visione europea, è quello di consentire lo spostamento armonico dei cittadini, componendo un quadro di regole comuni che consentano di bypassare i particolarismi che avevano caratterizzato l’estate scorsa, quando ogni Stato aveva condizionato l’accesso al proprio territorio a regole differenti. Una decisione di impatto rispetto all’obiettivo di spezzare quella catena di isolamento delle singole nazioni che era tornata a crearsi nell’autunno del 2020 con la ripresa di vigore dell’epidemia.

Tra i tanti principi informatori della decisione degli organi europei vi erano quello di non obbligatorietà della campagna vaccinale e quello di non discriminazione. Tant’è che, per il rilascio della certificazione UE, tra le varie opzioni, è previsto anche il tampone antigenico.
In particolare, il secondo principio appare ben declinato nei considerando iniziali del regolamento, al numero 36: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate. Pertanto, il possesso di un certificato di vaccinazione, o di un certificato di vaccinazione che attesti l’uso di uno specifico vaccino anti Covid-19, non dovrebbe costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione o per l’utilizzo di servizi di trasporto passeggeri transfrontalieri quali linee aeree, treni, pullman, traghetti o qualsiasi altro mezzo di trasporto. Inoltre, il presente regolamento non può essere interpretato nel senso che istituisce un diritto o un obbligo a essere vaccinati».

Successivamente alla sua introduzione, alcuni Stati, per ragioni legate all’evoluzione interna della pandemia, hanno scelto di estendere l’utilizzo della certificazione come condizione d’accesso ad alcune attività sul proprio territorio.
Ciò è avvenuto nel periodo di massimo spostamento dei flussi turistici.
Una decisione non uniforme tra i vari Stati UE, che ha dato il via a discussioni circa l’opportunità non solo dal punto di vista giuridico ma anche politico. È certo che la misura finisca per tradursi in un obbligo vaccinale indiretto.

Eppure la Risoluzione n. 2361/2021 del Consiglio d’Europa chiaramente enuncia non solo che l’adesione alla campagna vaccinale debba essere libera e incondizionata a seguito di opportuna campagna informativa, ma anche che non ci possano essere discriminazioni di sorta legate alla scelta di non aderire alla campagna vaccinale: «L’assemblea invita gli Stati membri e l’Unione Europea ad assicurare: – che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno può essere sottoposto ad una pressione politica, sociale o di altro genere affinché si vaccini se non desidera di farlo; – che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato a causa di possibili pericoli per la salute o perché non vuole farsi vaccinare».

Di contro, alcuni Stati, tra i quali Italia, Francia e Germania (seguite dal 13 settembre anche dalla Svizzera), hanno deciso di introdurre nuove limitazioni legate al Green Pass.

Un’Europa divisa su due posizioni opposte, che denotano ancora una volta come i Paesi viaggino a velocità diverse.
Posizioni ontologicamente inconciliabili, che mostrano l’assenza di una linea comune di gestione della fase attuale dell’emergenza a livello europeo, con inevitabile ritorno a particolarismi regolamentari non solo statali ma anche regionali (si pensi a Francia e Germania).

Nello scenario appena delineato merita attenzione la posizione assunta recentemente dell’Inghilterra, che non solo ha deciso di non attuare alcun obbligo di esibizione del Green Pass (dopo aver revocato le restrizioni al raggiungimento del 50% dei vaccinati) in quanto ritenuto dai parlamentari «coercitivo e discriminatorio» e contrario ai principi fondanti della legge britannica, ma addirittura è in procinto di dichiarare la chiusura dello ‘stato di emergenza’, avviandosi verso la normale ripresa della vita.
Un esempio seguito da numerosi altri Paesi. In particolare sono quelli nordici a condividere l’idea che, una volta raggiunto un buon livello di vaccinazione, si debba passare alla fase successiva a quello dello stato emergenziale e cioè la convivenza con il virus.

Di converso, Nazioni come la Francia, la Germania e l’Italia sembrano perseguire il traguardo del 100% della vaccinazione dei cittadini che possono ricevere l’inoculazione.

In assenza di una normativa europea armonizzata, insomma, ogni Stato sta assumendo provvedimenti in base alle proprie sensibilità, con il rischio di una babele di decisioni che potrebbero anche collidere con i principi del diritto dell’Unione.
Se, infatti, per molti può ammettersi che il Green pass sia utilizzato per le occasioni di svago in cui vi sia rischio di assembramenti, dall’altro, risulta difficile accettarlo nella sua forma estesa anche ai luoghi della vita quotidiana e del lavoro.
Cresce il disagio sociale e crescono le divisioni. In Svizzera, in particolare, aumenta il volume delle proteste a favore del principio di autodeterminazione.

Una larga parte dell’opinione pubblica reputa la scelta del Green Pass addirittura contraria alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che all’art. 3 dispone: «Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica. Nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge».
Una posizione che, nell’ambito della dialettica generatasi – soprattutto in Italia – dell’applicazione del Green Pass, ha dato avvio a un contrasto forte, generando profonde spaccature.

La frammentazione dell’Unione sul tema è palpabile e basata su un diverso approccio anche del concetto di rischio, perché ciò che un governo reputa un ‘rischio accettabile’ per liberare in propri cittadini dalle restrizioni un altro non lo reputa tale e tende a stringere ulteriormente le maglie sine die allo scopo dichiarato di spingere la campagna vaccinale. In disparte quanto approvato in seno al Consiglio d’Europa.

La gestione della pandemia, in particolare di questa fase (auspicabilmente) ‘terminale’ susseguente alla campagna vaccinale, rappresenta un banco di prova del Governo dell’Unione, che riscopra armonia di soluzioni e torni a essere una vera Europa dei Popoli.



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