La Persona al vertice di ogni priorità

La Persona al vertice di ogni priorità

Contro gli stereotipi

«Tutti gli uomini nascono uguali, però è l’ultima volta in cui lo sono» (Abraham Lincoln).
Un’affermazione che purtroppo trova riscontro nella quotidianità, nonostante il riconoscimento costituzionale del principio di eguaglianza come diritto fondamentale.

Risale al 2011 la prima, e ultima, indagine statistica ufficiale sulle «Discriminazioni in base al genere, all’orientamento sessuale e all’appartenenza etnica».
Emerge che un cittadino su due ritiene che, a parità di capacità e titoli, le persone omosessuali hanno meno opportunità degli altri di trovare un lavoro o di ottenere una promozione.
Dall’analisi delle opinioni e degli stereotipi sull’omosessualità, invece, è risultato che il 74,8% della popolazione non ritiene che l’omosessualità sia una malattia e non percepisce l’omosessualità una minaccia per le famiglie; il 55,9% degli intervistati crede, però, che ‘vivere con discrezione’ la condizione di omosessualità potrebbe favorire l’accettazione nella società, e, secondo il 29,7%, gli omosessuali dovrebbero nascondere il loro orientamento. Infine, il 17,2% degli intervistati non vorrebbe avere come vicini di casa omosessuali, valore che sale al 30,5% per le persone transessuali.
Riguardo alla possibilità che si ricoprano specifiche funzioni, la maggioranza non ha sollevato obiezioni, con l’eccezione di alcuni ruoli: sarebbe poco o per niente accettabile avere un collega o un superiore o un amico omosessuale per un quinto degli intervistati; il 24,8% ritiene poco o per niente accettabile che un politico sia omosessuale, e si arriva al 28,1% nel caso di un medico; la chiusura più marcata si riscontra per la professione di insegnante di scuola elementare, visto che il 41,4% lo reputa poco o per niente accettabile e addirittura il 23,5% lo considera assolutamente inaccettabile.

L’indagine ha fornito un quadro delle varie dimensioni che la discriminazione può assumere con riferimento alle categorie sociali oggetto di interesse.
Da allora qualcosa è cambiato, ma il problema non è risolto.

A conferma di queste considerazioni, secondo una rilevazione Istat e Unar, condotta nel 2020/21 sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone unite in unione civile o che lo sono state, è emerso che in Italia sono circa 20 mila (pari al 95,2% del totale) le persone in unione civile o già in unione che vivono in Italia e che hanno dichiarato un orientamento omosessuale o bisessuale. Il 26% dichiara che il proprio orientamento ha rappresentato uno svantaggio nel corso della propria vita lavorativa. Il 92,5% di queste dichiara che il proprio orientamento sessuale è o era noto almeno a una parte delle persone del proprio ambiente lavorativo.

Secondo l’indagine, sono forti le differenze generazionali su tutte le dimensioni indagate, grazie alle posizioni di maggiore tolleranza e apertura dei più giovani nei confronti della popolazione omosessuale. Per i ragazzi è più facile accettare sia una relazione omosessuale sia le sue manifestazioni; le differenze generazionali riguardano sia gli uomini sia le donne, ma riguardano soprattutto alla componente femminile della popolazione.

La resistenza sociale induce le persone che si riportano all’Lgbt+ a cambiare vita o stile di vita per evitare discriminazioni: una persona su sei degli intervistati si è trasferito in altro quartiere, Comune o all’estero per vivere più serenamente.

L’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sta compiendo alcuni sforzi al fine di favorire i luoghi di lavoro nei quali tutti i lavoratori ricevono lo stesso rispetto e le stesse opportunità di carriera.
In tutto il mondo numerose grandi imprese di successo hanno adottato strategie per la diversità che includono il rispetto della varietà di orientamento sessuale: quasi il 90% delle imprese di “Fortune 500” vieta le discriminazioni e quasi il 60% ha esteso a partner dello stesso sesso i benefici dei propri dipendenti.

Al pari, sono molti i Paesi che si adoperano per adottare leggi che vietino le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, non solo sul lavoro.
Secondo il report «International Lesbian and Gay Association (Ilga) Europe 2020», fra discriminazioni e nuovi diritti, l’Italia si classifica 35esima sui 49 Paesi europei presi in considerazione in merito ai diritti delle persone Lgbt Qia+. L’Ilga, dunque, ha invitato l’Italia a tutelare maggiormente i bambini intersex, permettere l’adozione da parte di coppie omosessuali ed implementare una legge contro l’omobitransfobia.

Le leggi, però, si sa, non sono sufficienti a rivoluzionare atteggiamenti e stereotipi ormai radicati nella società.
La discriminazione per orientamento può sembrare un problema meno rilevante di altri, ma non lo è; anzi, il semplice fatto di sottovalutarlo non fa altro che ingigantirlo.
Bisogna invece dare rilievo a ogni genere di ingiustizia, portarla a conoscenza attraverso ogni tipo di canale, in modo che il problema possa raggiungere e far riflettere il maggior numero di persone possibile.
È una questione di cultura e mentalità e la mentalità collettiva può evolversi solo attraverso una presa di coscienza. Per questo motivo bisogna parlarne e non tacere.

Ogni forma di discriminazione va condannata e la crescita della Civiltà sta sempre nella capacità di ragionare in maniera trasversale, grazie a politiche di massima inclusione.
Parta dall’educazione al rispetto e dalla presa di coscienza del valore della persona in quanto tale la vera Rivoluzione.

 

 

FONTI
www.Istat.it “La popolazione omosessuale nella società italiana” 17/05/2012
www.istat.it “Discriminazioni lavorative nei confronti delle persone lgbt+ (in unione civile o già in unione) anno 2020-2021″



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