LE DISFUNZIONI DEL WELFARE STATE

LE DISFUNZIONI DEL WELFARE STATE

Di Merito e Coesione sociale

A seguito dei sostanziali cambiamenti economici e sociali determinati dalla grande crisi economica del ’29 prima e dalla seconda guerra mondiale poi, si è affermata in Europa una nuova concezione di Stato c.d. sociale e del suo ruolo nella società; e, con esso, la diffusione del modello economico del Welfare State (il c.d. Stato del Benessere).

In tale scenario, fortemente segnato dalla distruzione dei precedenti assetti ed equilibri sociali, lavorativi ed economici, le politiche sociali si sono tradotte in programmi pubblici orientati a migliorare il benessere collettivo e, in particolar modo, a fornire protezione sociale ad alcune categorie di cittadini che versavano in condizione di debolezza (le fasce meno abbienti, gli infermi, i disAbili, i disoccupati, i soggetti anziani).
Lo Stato ha formalmente assunto l’impegno a garantire a tutti i cittadini livelli minimi di reddito ed il soddisfacimento dei bisogni essenziali.
Due i principi fondamentali che permeano la nuova ideologia politico-economica del periodo: la solidarietà sociale come dovere inderogabile di tutti nei confronti di tutti, così come condensata nell’art. 2 cost., e l’impegno dello Stato alla rimozione degli ostacoli di natura sociale ed economica alla concreta attuazione di libertà ed uguaglianza degli individui (art. 3, comma 2, Cost.).
Nel momento della massima affermazione della concezione liberale, che promuove la libertà di produzione e di commercio, l’intervento dello Stato diviene determinante laddove l’iniziativa privata non può soddisfare pienamente le esigenze della collettività.

Il concetto di Welfare State si traduce quindi, dall’origine, in riforme di struttura (si pensi all’indennizzo di disoccupazione o all’incremento dei lavori pubblici) ed assume i connotati di un complesso di iniziative pubbliche messe in atto da uno Stato interventore, impegnato a garantire assistenza a tutti i suoi cittadini, modificando una distribuzione dei redditi talvolta iniqua, generata dalla tensione delle forze del mercato stesso.

In tale contesto d’approccio europeo, l’Italia si distingue per l’adozione di un modello c.d. mediterraneo di tipo ‘familista’, modello in cui è la famiglia a fornire cura e assistenza ai propri membri e nel quale lo Stato assume un ruolo del tutto marginale e residuale, a fronte di un maggior sviluppo del terzo settore (privato-sociale).

La traduzione in atto del modello descritto, si è tuttavia nel tempo evidenziata, alla prova dei fatti, come inadeguata. Le funzioni ‘famiglia’, ‘disoccupazione’, ‘abitazioni ed esclusione sociale’ si sono rivelate assolutamente sottodimensionate. Si è, inoltre, appalesato un netto ed ingiustificabile divario di protezione tra le diverse categorie occupazionali.

Si pongono, quindi, oggi, alla presa d’atto di tali criticità, la necessità e l’opportunità di garantire il corretto funzionamento del Welfare State e porre rimedio alle relative disfunzionalità, per renderne concreta ed efficace l’attuazione.

Ad attenta valutazione, la corretta strada da percorrere non può che individuarsi nell’affermazione di politiche volte alla ricerca della coesione sociale e intese a rendere concretamente efficace il criterio distintivo della meritocrazia, nella sua accezione più virtuosa, che premia la formazione, la crescita personale e la competenza dell’individuo.

È quantomai utile, nel momento attuale, soffermarsi a riflettere sul concetto di coesione sociale e sulla portata determinante del valore distintivo della meritocrazia, onde poter procedere in piena consapevolezza alla proposizione di iniziative concrete, volte alla loro attuazione.

L’espressione ‘coesione sociale’, dal sapore sociologico, indica l’insieme dei comportamenti e dei legami di affinità e solidarietà tra singoli e comunità, legami tesi a mitigare le disparità legate a situazioni sociali, economiche, culturali ed etiche. Secondo il filosofo Durkheim, il concetto di coesione nasce dal convincimento che l’esperienza collettiva non coincida con la sommatoria delle esperienze dei singoli, ma derivi piuttosto dalla loro sintesi e come tale se ne distingua profondamente. Per meglio spiegare il concetto, il filosofo utilizza una immagine efficace, quella della «durezza del bronzo»: come la durezza del metallo non corrisponde alle caratteristiche dei suoi componenti ovvero del rame, dello stagno e del piombo ma «si trova nella loro mescolanza», così l’azione sociale non equivale alle singole azioni dei componenti della società.
La relazione tra individuo e collettività e il relativo consenso vengono individuate come le premesse essenziali a qualsivoglia formazione sociale.

Il termine ‘meritocrazia’ (derivante dall’unione del verbo latino merere, ‘guadagnare, farsi pagare’, e del termine greco kratos, ‘potere’) indica, invece, ‘il potere del merito’ e allude a un principio di organizzazione sociale che mira a fondare qualsivoglia forma di promozione e attribuzione del potere solo ed esclusivamente sul merito.
Portato alle maggiori conseguenze, si tratta di un principio che per essere attuato deve informare l’operato di chi è chiamato a governare, dal momento che un assetto politico è realmente foriero di risultati utili ai governati solo se guidato con efficienza, ovvero solo se capace di gestire gli interessi delle diverse classi sociali in modo equo, egualitario, per l’appunto meritocratico.
Ne discende, come naturale corollario, la percezione che la meritocrazia debba assurgere al rango di cifra della verità dell’agire politico, di regola valoriale nella coscienza del singolo e della collettività intera.
Tale esigenza ha assunto maggiore vigore dopo l’inversione di tendenza avutasi in seguito alla globalizzazione, che ha profondamente modificato i rapporti tra politica ed economia: dagli anni ’80 in poi, infatti, non è più stata l’economia a seguire le sorti della politica ma la politica a mettersi al servizio dell’economia.

Non può esserci sviluppo sostenibile di lungo termine al di fuori di un contesto realmente democratico/meritocratico.

Le storture del Welfare italiano vanno imputate, in ultima analisi, proprio dalla mancata attuazione di politiche di coesione sociale efficienti ed alla mancata concreta attuazione del principio di meritocrazia.
Per questo la soluzione non può che essere nella promozione di nuovi modelli pubblici di inclusione, volti a mitigare le fratture sociali e che consentano di dare effettività ai diritti civili, di fruire agevolmente dei servizi essenziali, in un’ottica di valorizzazione dei bisogni specifici del territorio e di sviluppo di nuovi e più efficaci sistemi di risposta e di interazione con l’utenza.
Servirebbe, al fine, riconoscere nella coesione sociale un fattore di inclusione, integrazione, sicurezza, differenziazione e dare rilievo al principio di sussidiarietà orizzontale come criterio di ripartizione delle competenze tra enti locali e soggetti privati, individuali e collettivi, che si improntino tutti i progetti futuri, culturali e strategici alla coesione sociale ed all’associazionismo familiare («famiglie che si uniscono per produrre un sistema di azioni con il fine di ottenere beni relazionali eventualmente vantaggiosi anche per destinatari esterni») quale fattore di coesione sociale.

È tempo di prendere coscienza che le pari opportunità e il merito sono postulati imprescindibili per il progresso delle Civiltà.

 

 

 

 

FONTI
Stato sociale, in “Dizionario di storia- Treccani
Welfare state, stato del benessere in “ Dizionario di storia”- Treccani
Meritocrazia e meritorietà -Il “Glossario delle disuguaglianze sociali”
Le caratteristiche fondamentali del Welfare State italiano di Ugo Ascoli.
Piano d’Azione – Promuovere percorsi di coesione sociale nelle comunità territoriali.
Rossi G., Sempre più soli… sempre più insieme, Vita e Pensiero, Milano, 1995.
Merito e parità devono coesistere per il progresso sociale – Online il video dell’intervento del Ministro Elena Bonetti



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