LUDOPATIA

LUDOPATIA

Fenomeno in espansione

Il disturbo da gioco d’azzardo (DGA) è una patologia che produce effetti invalidanti sia sul piano relazionale sia sulla salute.
È caratterizzato da un comportamento compulsivo e può sfociare, in soggetti più fragili, in una vera e propria dipendenza comportamentale, con gravi disagi per la persona e la sua famiglia; in questo caso, si parla di gioco d’azzardo patologico (GAP), meglio conosciuto come ludopatia, inserita nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM).

I principali sintomi riconducibili a questa dipendenza sono forte desiderio di giocare e difficoltà a resistere (craving); senso di inquietudine quando si è impossibilitati a giocare (astinenza); e bisogno di giocare con sempre più frequenza per riprodurre la sensazione di euforia e gratificazione (tolleranza).
Le dinamiche sono le stesse di altre forme di dipendenza patologica, come tossicodipendenza, tabagismo e alcolismo.

Si possono distinguere varie tipologie di giocatori d’azzardo:
– i giocatori sociali, ossia coloro che riescono ad avere il pieno controllo sulle attività di gioco e vi ricorrono per svago, senza che esse incidano negativamente sulla sfera familiare e lavorativa;
– i giocatori d’azione con sindrome da dipendenza, ossia coloro che non riescono a controllare le loro abitudini di gioco e lo fanno in maniera compulsiva per restare costantemente in azione, con ricadute negative in famiglia e sul lavoro;
– i giocatori per fuga con sindrome da dipendenza, ossia coloro che giocano per combattere ansia, rabbia, solitudine, noia o depressione (il gioco diventa una sorta di terapia contro situazioni di difficoltà);
– i giocatori antisociali, ossia coloro che utilizzano il gioco d’azzardo in modo illegale per ottenere guadagni.

Negli ultimi anni, in Italia il fenomeno ha assunto dimensioni rilevanti, registrando un’espansione senza precedenti, sia per le somme movimentate, sia per il numero di persone coinvolte. L’Italia risulta quarto al mondo per somme giocate e primo per perdite in relazione al reddito pro capite; in riferimento a quest’ultimo, salgono sul podio, in ordine, Abruzzo, Lombardia e Campania, mentre chiudono la graduatoria Calabria, Basilicata e Valle d’Aosta.
Attualmente gli italiani colpiti da questa patologia sono 1 milione e 300.000, dei quali almeno 12.000 sotto cure medico-psicologiche, senza distinzione di età. Basti pensare che si passa dal pensionato che dilapida risparmi di una vita a giovani e giovanissimi.
Secondo gli studi, i pensionati (percepenti di un reddito annuo ‘sicuro’) rappresentano un target di mercato sempre più appetibile per l’industria dell’azzardo: nel 2020, infatti, il 25% dei giocatori aveva un’età superiore ai 65 anni. L’anziano gioca soprattutto per divertirsi/distrarsi o per curiosità/passatempo e il progressivo invecchiamento della popolazione italiana induce a pensare che questi numeri siano destinati a crescere in maniera vertiginosa. Gli over 65 prediligono giocare nei luoghi fisici, come tabaccherie e sale Bingo, mentre solo il 3% gioca online; sono in prevalenza uomini e residenti al Sud o nelle zone insulari.
Alcuni psicologi hanno evidenziato molteplici aspetti che intrecciano il gioco d’azzardo con la terza e quarta età, focalizzando l’attenzione sulla percentuale di over 65 che ha sviluppato un approccio problematico al gioco, ad oggi attestata al 12%.
Una ricerca a livello nazionale su ‘Anziani e Azzardo’, condotta da Gruppo Abele e Auser, in collaborazione con Libera, ha posto in evidenza come tra Gratta&Vinci e Superenalotto, sono moltissimi gli anziani che rischiano letteralmente di ‘giocarsi la pensione’.
Per quanto riguarda i giovani, invece, nel 2020 il 42% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni ha fatto giochi di azzardo/di fortuna, sviluppando nel 9% dei casi pratiche di gioco problematiche. Leve principali che spingono la c.d. Generazione Z a giocare sono, principalmente, curiosità e divertimento, in misura ridotta il bisogno di denaro e la convinzione di vincere facilmente. Alcuni ragazzi, poi, hanno giocato d’azzardo perché il gioco è una pratica presente nella loro sfera familiare o amicale.
Attraverso lo studio dei dati rilevati, l’Osservatorio Gioco d’Azzardo 2021 ha stilato l’identikit del «tipico giocatore problematico» in età giovanile: maschio, maggiorenne, frequenta istituti tecnici o professionali con rendimento scolastico insufficiente, residente al Sud, con familiari o amici anch’essi giocatori.

Secondo uno studio dell’Osservatorio Gioco d’azzardo 2021, realizzato da Nomisma in collaborazione con BPER Banca, nel 2020 si è registrato un volume complessivo di gioco pari a 88,38 miliardi di euro, il 17,3% in meno rispetto al 2018 (causa pandemia), ma è aumentata di 27 punti percentuali la quota imputabile ai giochi online.
Per la prima volta le entrate da gioco d’azzardo per via telematica hanno superato quelle da rete fisica (56% contro 44%). Le giocate effettuate nelle agenzie, infatti, sono crollate, ma ciò è stato compensato con la raccolta online, che è passata dai 7,7 miliardi di euro del 2019 ai 13 miliardi del 2021.
Le restrizioni pandemiche hanno costretto milioni di italiani in casa per un lungo periodo, portando alla luce problematiche prima ignote, tra le quali anche comportamenti compulsivi da gioco d’azzardo; l’impossibilità di giocare ha provocato nei giocatori problematici un aumento di livello di stress, inquietudine, aggressività e disturbi del sonno. È cresciuta, come ovvio, la propensione al gioco digitale.

I giochi preferiti sono quelli di carte o abilità, seguiti da Videolottery, scommesse sportive, lotterie e Gratta&Vinci, scommesse virtuali e, per ultimo, il Bingo.
L’importo medio delle giocate è di 31,6 euro per gli uomini e 22,9 euro per le donne; per entrambi, la fascia di età che spende di più è quella tra i 25 e i 34 anni.

Ma quali sono i maggiori fattori di rischio che inducono un individuo, a prescindere dall’età, ad approcciarsi al gioco in maniera problematica?

Dal punto di vista economico, il rischio maggiore riguarda gli individui con reddito inferiore ai 15.000 euro e coloro che non riescono a mettere da parte alcun risparmio.
Inoltre, sembra che le persone che vivono nell’Italia meridionale-insulare, con titolo di studio medio basso e disoccupate, corrano un rischio doppio di sviluppare questa problematica, così come coloro che vivono o hanno stretti rapporti con giocatori compulsivi o ex giocatori d’azzardo rischino di sviluppare comportamenti problematici cinque volte di più rispetto a persone che non frequentano abitualmente tali soggetti.

La propensione al gioco patologico può essere esasperata da periodi di forte stress e difficoltà in ambito lavorativo o familiare, oppure in casi di stati ansiosi e depressivi non adeguatamente trattati.
In queste situazioni, il gioco diventa una sorta di compensazione temporanea all’insoddisfazione e alle preoccupazioni, ma l’apparente soluzione si rivela, in poco tempo, peggiore del male iniziale.
Dal punto di vista sociale, i soggetti affetti dalla dipendenza corrono il rischio di una grave compromissione finanziaria personale, con ripercussioni sulla sfera familiare e lavorativa, fino a giungere a gravi indebitamenti e richiesta di prestiti usuranti.
Altre ricerche, poi, riportano dati allarmanti sui legami di patologie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson.

Questa, come altre malattie di natura psichiatrica, può e deve essere curata.
Di solito, il giocatore patologico rifiuta di ammettere la propria condizione e, di conseguenza, di intraprendere una terapia.
Il primo approccio per affrontare la ludopatia si basa su interventi psicoterapici, come la terapia cognitivo-comportamentale, che analizza i meccanismi di fondo della dipendenza e individua strategie per gestirla nel quotidiano. È importante rimuovere pensieri negativi e sostituirli con altri più realistici e positivi. Questo tipo di intervento necessita di alcuni mesi per mostrare miglioramenti tangibili ed è utile per le forme di gioco problematico lieve o moderato.
Nei casi di ludopatia più severa, la psicoterapia viene affiancata da una terapia farmacologica.
In ogni caso, durante il percorso di recupero è fondamentale il supporto di un familiare o di un amico, per rafforzare la motivazione all’astinenza, offrire comprensione, affetto e occasioni di svago alternative.

Su tutto il territorio nazionale sono dislocate varie strutture di supporto e diverse associazioni. Si pensi al Gruppo Abele sorto a Torino nel 1965 a opera di don Luigi Ciotti, che supporta chiunque si trovi in condizioni di disagio economico, psichico e sociale.

Pur essendo vietato, il gioco d’azzardo, s’è detto, è fenomeno in espansione.
Proporzionalmente alla crescita del settore, sono aumentati i costi sanitari, sociali, relazionali e legali connessi al gioco d’azzardo.
Da tempo varie Istituzioni, come la Commissione parlamentare antimafia, hanno evidenziato che per il volume di affari prodotto nel Paese, il gioco d’azzardo attira sempre più le organizzazioni criminali.

Nel 2012 è stata avviata l’iniziativa ‘Mettiamoci in gioco’ – campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo – per sensibilizzare Istituzioni e opinione pubblica in merito alle reali caratteristiche e alle conseguenze sociali, sanitarie ed economiche di tale fenomeno, avanzare proposte di regolamentazione e creare sinergia tra Istituzioni, organizzazioni del Terzo Settore, Associazioni di consumatori e sindacati che, a livello nazionale e locale, si adoperano per gli stessi fini.
Questa iniziativa, inoltre, riporta l’attenzione su quattro obiettivi: divieto assoluto di pubblicità, riduzione dell’offerta complessiva, difesa delle prerogative delle amministrazioni locali nella regolamentazione del settore sul proprio territorio e stanziamento di adeguate risorse per garantire il diritto alla cura dei giocatori patologici, mettendo al centro il sistema di intervento pubblico.
Le attività di organizzazione ed esercizio dei giochi e delle scommesse sono qualificate come «attività economiche per la prestazione di servizi» e sono riservate allo Stato. Il quadro normativo risulta alquanto complesso, non essendoci un Testo Unico che raccoglie le tante norme sparse adottate in materia nel corso degli anni. L’opera del legislatore dovrebbe tendere anche verso maggiori semplificazione e chiarezza.

Come per far fronte a tutte le altre dipendere, anche la cura della ludopatia necessita di adeguata collaborazione tra Famiglia e Scuola, almeno con riferimento a giovani e giovanissimi. Anche per far fronte a questo problema, utilissima sarebbe la presenza fissa di uno psicologo in tutti gli Istituti scolastici.

Fondamentale altresì:
– incrementare le campagne di sensibilizzazione e corretta informazione, sull’esempio della iniziativa virtuosa ‘Mettiamoci in gioco’, attraverso il ricorso a media e social network;
– istituire Sportelli Comunali con psicologi specializzati in tale dipendenza, al fine di individuare il problema reale e le risorse utili per affrontarlo, supportando il giocatore compulsivo nei momenti di crisi e facilitando la messa in pratica di cambiamenti comportamentali;
– far conoscere le strutture presenti su territorio che propongono percorsi per il trattamento del GAP (servizi pubblici e privati) e i gruppi di auto-mutuo aiuto in cui giocatori e familiari possano confrontarsi con altre persone che vivono la medesima situazione;
– promuovere attività ricreative che coinvolgano cittadini over 65, soprattutto coloro che vivono soli e non hanno il supporto costante di una rete familiare;
– istituire organi di controllo per siti di gioco d’azzardo, molto spesso illegali;
– collocare le sale scommesse ad una distanza non inferiore ai 500 metri da luoghi ‘sensibili’, come scuole, chiese, cinema;
– destinare maggiori fondi alle Regioni per finanziare le strutture di recupero per ludopatia già esistenti e realizzarne di nuove, in modo da essere presenti su territorio in maniera più capillare.

 

 

 

 

 

FONTI
www.pensionati.cisl.it
www.nomisma.it
www.harmoniamentis.it



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