L’UNIVERSO DEI LAVORATORI DELLO SPETTACOLO

L’UNIVERSO DEI LAVORATORI DELLO SPETTACOLO

Intermittenza, ma non precariato

«La bellezza salverà il mondo», diceva Dostoevskij.
Ma il mondo salverà la bellezza?

Per salvare la bellezza, il mondo dovrebbe saper accettare la sfida di preservare e difendere il proprio patrimonio culturale, senza compromessi.
L’Italia possiede il patrimonio culturale più ampio a livello globale, e tra i più originali e variegati. Riflette la Cultura nazionale, il percorso storico e il nostro modo di essere cittadini. Questo accresce la responsabilità.
L’attenzione va rivolta non soltanto a monumenti e collezioni, ma anche a tutte le tradizioni vive trasmesse nei secoli.
La sostanza del patrimonio culturale immateriale fa dello stesso la roccaforte della conservazione della preziosa diversità culturale. Comprenderlo, aiuterebbe il dialogo interculturale e soprattutto incoraggerebbe il rispetto reciproco dei differenti modi di vivere.

Lo spettacolo dal vivo è stato messo in pausa dai recenti eventi emergenziali.
Privati completamente dei propri luoghi di lavoro, del proprio ‘spazio di espressione’, i lavoratori e le lavoratrici delle arti sceniche stanno vivendo una crisi che non conosce precedenti e che ha ricadute economiche sull’intero settore, smembrato e sottoposto a uno stop forzato.
È per questo che oggi si sono moltiplicati raggruppamenti spontanei, associazioni di categoria, tavoli di lavoro che richiedono l’attuazione di diritti spettanti a una categoria professionale già storicamente poco tutelata.

Il comparto non ammette smart working: senza spettacolo non c’è lavoro, senza lavoro non c’è vita dignitosa.

In questo tempo sospeso, le molteplici forme aggregative sorte, segno di una pressante urgenza, manifestano una necessità condivisa da tutti gli operatori: migliore sostegno statale e una nuova normativa che tuteli i lavoratori.

Si ricorda di un passato fatto di ‘attori all’antica italiana’, quelli del repertorio a memoria, che passavano da una camera d’affitto all’altra, solitari o con famiglia al seguito. Poteva capitare che l’impresario fallisse, o si rendesse irreperibile nel giorno di paga, ma il contratto era triennale e per le prove, pagate, c’era il c.d. periodo di affiatamento.
Questo era il teatro fotografato dal vecchio Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro di attori e tecnici scritturati dai teatri stabili e dalle compagnie professionali.

Quando il teatro ha cominciato a essere altra cosa, i giovani attori, i ballerini, i musicisti, i cantanti in quell’antico Contratto collettivo hanno iniziato a non riconoscersi più. E si è fatta pressante l’esigenza di un nuovo Contratto collettivo nazionale per «il personale artistico, tecnico e amministrativo scritturato dai Teatri Nazionali, dai Teatri di Rilevante Interesse Culturale, dai Centri di produzione e dalle Compagnie teatrali professionali», con allegato Regolamento di palcoscenico, siglato nel 2018, (rinnovando e sostituendo il CCNL del 20 novembre 2008 per il personale artistico e tecnico scritturato dai teatri stabili e dalle compagnie professionali di prosa).

Ci sono voluti dieci anni, studi di settore e innumerevoli dibattiti, perché venisse concluso l’accordo per il rinnovo del Contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL). E quello del 2018 introduce una serie di innovazioni che portano una piccola rivoluzione nel comparto.

Ma con quale realtà ha dovuto fare i conti l’elaborazione del nuovo contratto di lavoro?

Intanto con la crisi economica scoppiata nel 2008, dalla quale l’Italia nel 2018 stentava ancora a riprendersi. Si è aggiunta l’emergenza pandemica, che ha imposto nuovi interventi correttivi. Senza contare la stagione dell’austerità europea che ha imposto tagli e razionalizzazioni. Oggi la crisi attanaglia enti teatrali, fondazioni, e il settore dell’arte subisce i pesanti tagli economici che colpiscono il mondo della Cultura, perché tanto, si dice, ‘con la Cultura non si mangia’.
Inoltre è cambiato il mondo del lavoro. Nel teatro come in tutti gli altri settori è aumentata la precarietà, si è ridotto il peso del tempo indeterminato, ed è aumentato anche il ricorso al lavoro autonomo e freelance, con conseguenze rischiose sul fronte delle tutele del lavoratore.

Il rinnovo del ‘CCNL spettacolo’ prende le mosse proprio dalla constatazione che il mondo del lavoro è mutato anche nello spettacolo e cerca di aggiornare la sua rete di tutela, intercettando nuove consuetudini e nuove forme del lavoro contemporaneo.

Uno dei punti salienti è stato l’aumento dei minimi salariali. Il nuovo CCNL definisce altresì anche rigorose modalità di corresponsione dei pagamenti.
La novità più importante sta però nel fatto che nel nuovo CCNL sono stati inseriti e tipizzati i diversi contratti («scritture»):
scrittura continuata (lavoro subordinato, con contratto a termine di tipo continuativo e inquadrata come rapporto di subordinazione);
scrittura a tempo parziale verticale (lavoro subordinato part-time di durata non inferiore a un mese, la vera novità del Contratto del 2018, introdotta in via sperimentale e versione part-time della scrittura continuata, che prevede che il lavoratore svolga la propria attività a giorni alterni, lavorando sempre per giornate intere);
scrittura con base mensile (lavoro subordinato, introdotto in via sperimentale e sottoposto a monitoraggio);
lavoro intermittente (lavoro subordinato): questa è la novità che più fa discutere. Secondo il testo, la forma della scrittura intermittente si può attivare «solo nelle ipotesi in cui non sia possibile prefigurare, nemmeno per approssimazione, né per quantità né per collocazione temporale le prestazioni lavorative giornaliere». In altre parole, può essere stipulato solo a tempo determinato, e non a tempo indeterminato. Il lavoratore può svolgere altra attività, in forma autonoma o subordinata, compatibilmente all’eventuale obbligo di risposta (con conseguente pagamento dell’indennità di chiamata).
Le parti sociali sono sempre state restie a contemplare il lavoro autonomo in ambito artistico, perché le modalità di contrattualizzazione previste si ritenevano già sufficientemente flessibili. Tuttavia, negli ultimi anni si è dovuto constatare che il lavoro autonomo è sempre più presente anche nello spettacolo dal vivo, e si è dunque fatto un tentativo di regolazione, in via sperimentale, nel contesto del CCNL, con l’obiettivo di garantire l’equità del trattamento.

Come spesso accade, però, non tutto quello che è su carta corrisponde alla realtà, e anche alle migliori intenzioni possono seguire effetti concreti non proprio positivi. E le previsioni formali vengono spesso disattese.
Purtroppo non basta la regola scritta per tutelare i diritti del lavoratore. Soprattutto in questo settore, nel quale la precarietà espone al ricatto del bisogno.
Le norme devono essere accompagnate da controlli e, soprattutto, da un costante lavoro di analisi e monitoraggio della realtà del lavoro.

Le maggiori criticità rilevate attorno al nuovo CCNL riguardano proprio il lavoro intermittente, e in particolare, la maggiorazione del 40% dei minimi giornalieri. Se si considera che questo contratto è pensato per teatri e compagnie di grandi dimensioni, si comprende che l’intento degli estensori era proprio quello di limitare la precarietà in strutture che hanno a disposizione budget rilevanti.

Il lavoro dello spettacolo è un lavoro intermittente per natura. L’intermittenza è insita nella professione.
È essenziale, però, che l’intermittenza non diventi precariato.

Il musicista non resta fermo tra un concerto e l’altro, ma si prepara, studia, scrive, compone, si esercita. Lo stesso vale per i ballerini, che per mettere in scena un singolo spettacolo, hanno bisogno di allenamento costante.

Per tutelare questi lavoratori, è in discussione un nuovo disegno di legge, che propone l’introduzione di un reddito di discontinuità, da garantire al lavoratore dello spettacolo per il periodo in cui non lavora, come quello che intercorre tra due performance, tra due ingaggi, a patto che l’artista abbia però lavorato almeno 51 giorni nell’anno precedente la richiesta.

In Italia, la questione a lungo sottovalutata è diventata centrale proprio durante il primo lockdown, quando la difficoltà ha ridato voce ai tantissimi operatori in affanno.
A differenza dei sistemi sani che reggono sotto stress, il vecchio sistema del mondo dello spettacolo è esploso al primo colpo, sintomo della sua obsolescenza, ed immediatamente si è dovuto correre ai ripari con contributi extra FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) e fondi di emergenza.

Ma, come si sa, il sussidio non serve a creare stabilità, benessere e vera equità sociale.



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