Meritocrazia Italia chiede un’Europa capace di farsi garante dello Stato di diritto
La politica moderna è segnata dall’avanzata di forze e governi di ispirazione nazionalista.
Non è un fenomeno passeggero, né può essere liquidato come una semplice oscillazione del pendolo elettorale. È il segnale di un disagio profondo e, per molti versi, fondato. Milioni di cittadini europei hanno la sensazione che le Istituzioni europee parlino una lingua che non li riguarda, che decidano lontano e in fretta su ciò che poi incide sulla loro vita quotidiana e che chiedano sacrifici senza offrire in cambio prospettive. Salari fermi, case inaccessibili per i giovani, servizi essenziali che arretrano nelle aree interne, una gestione dei flussi migratori scaricata sugli Stati di frontiera e sui territori più fragili. Sono queste, prima ancora delle ideologie, le radici del consenso che oggi premia chi promette un ritorno al recinto nazionale.
È sempre un errore considerare il consenso democratico un salvacondotto: nessun risultato elettorale, per quanto ampio, autorizza a comprimere l’indipendenza della magistratura, a piegare il servizio pubblico radiotelevisivo alla propaganda, a restringere lo spazio delle organizzazioni della società civile o a riscrivere le regole del gioco a beneficio di chi le scrive. La sovranità popolare, nella tradizione costituzionale europea, si esercita nelle forme e nei limiti del diritto: è questa la differenza tra una democrazia e una maggioranza senza freni.
Lo Stato di diritto, del resto, non è un’astrazione da manuale né un vessillo ideologico da agitare contro l’avversario politico. È la condizione elementare perché il cittadino sappia che la legge vale allo stesso modo per tutti, che una controversia sarà decisa da un giudice terzo e non dal potere di turno, che un’autorizzazione, una graduatoria, un appalto saranno definiti secondo criteri conoscibili e verificabili.
La nostra Costituzione lo dice con parole che restano attualissime: pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge, buon andamento e imparzialità dell’amministrazione, giudici soggetti soltanto alla legge. Sono principi che non appartengono a una parte politica: appartengono a tutti, e proprio per questo vanno difesi anche, e soprattutto, quando a metterli in discussione è chi governa.
Questa non è una battaglia collaterale, ma il cuore stesso della propria ragione sociale. Il merito e l’equità sociale vivono dentro regole certe, applicate in modo uguale e sottoposte a controllo. Dove la regola diventa strumento negoziabile, dove i concorsi si piegano alle appartenenze, dove i fondi pubblici seguono la fedeltà anziché la qualità dei progetti, dove il ricorso a un giudice indipendente non è più una garanzia effettiva, a prevalere non è chi vale di più, ma chi è meglio collegato. L’erosione dello Stato di diritto è, di conseguenza, una sconfitta perché produce sfiducia, spinge i giovani più preparati a cercare altrove il riconoscimento che in patria non trovano, allontana gli investimenti, avvantaggia le imprese che sanno muoversi nella zona grigia rispetto a quelle che competono sulla qualità.
È un danno economico, prima ancora che morale.
Gli strumenti a disposizione dell’Unione esistono già e non sono pochi: il meccanismo di condizionalità che lega l’erogazione dei fondi europei al rispetto dei principi dello Stato di diritto, le procedure di infrazione, la relazione annuale della Commissione, il sistema delle milestone legate ai piani nazionali di ripresa e, soprattutto, il ruolo ormai decisivo della Corte di giustizia, che in questi anni ha scritto pagine importanti sull’indipendenza dei giudici nazionali.
Il problema non è la mancanza di leve, ma la loro applicazione intermittente, lenta e talvolta percepita come selettiva.
Meritocrazia Italia ritiene che la strada non possa essere quella della contrapposizione muscolare né quella della resa, e avanza alcune indicazioni concrete. Serve, anzitutto, coerenza: i parametri di valutazione devono essere oggettivi, pubblici e misurabili, e devono valere allo stesso modo per tutti gli Stati membri, senza distinzioni fondate sul peso politico o sul colore dei governi. Così come serve, per converso, una distinzione netta e argomentata tra il legittimo esercizio della sovranità nazionale, che l’Europa deve rispettare senza ingerenze sulle scelte politiche, e la compressione dell’indipendenza della magistratura, del pluralismo dell’informazione e dei diritti delle minoranze, che l’Europa non può tollerare. Serve, ancora, che le sanzioni economiche non si trasformino in una punizione collettiva: i fondi sospesi dovrebbero poter raggiungere direttamente comuni, università, scuole, ospedali e realtà del terzo settore, perché a pagare non siano i cittadini ma chi ha violato le regole.
Resta, comunque, che nessun meccanismo giuridico potrà mai reggere a lungo se l’Unione non recupera consenso. Lo Stato di diritto si difende con i tribunali, certamente, e con procedure più rapide ed efficaci; si difende però soprattutto dimostrando ogni giorno che le Istituzioni sono utili alla vita delle persone: sul lavoro e sui salari, sulla casa, sull’energia, sulla sanità, sulla gestione condivisa e non ipocrita dei flussi migratori, su una politica industriale che non lasci indietro i territori. Un’Europa che funziona è la migliore garanzia contro le tentazioni autoritarie; un’Europa che si limita a impartire lezioni è, al contrario, il loro miglior alleato.
Stop war.
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