Nature Restoration Law

Nature Restoration Law

Tra necessità e interessi economici

La Commissione Ambiente del Parlamento europeo decide il futuro di una parte importante degli ecosistemi naturali europei.
Il 27 giugno scorso è stata bocciata la proposta modificata della Commissione Europea della ‘Nature Restoration law’.
La legislazione sarà inviata in plenaria per il voto finale, previsto per il 12 luglio, nella sua forma originale, più ambiziosa di quella edulcorata da una serie di emendamenti presentati in Commissione Ambiente, che per la prima volta rigetta un elemento del Green Deal (del quale la proposta normativa è parte integrante).

Il Regolamento mira al ripristino degli habitat degradati dall’attività umana entro il 2050, con una tappa intermedia fissata al 2030.
Stabilisce obiettivi giuridicamente vincolanti in 7 temi specifici, che dovrebbero coprire almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’Unione europea entro il 2030.
Al pari di tutti gli elementi che compongono il Green Deal europeo, anche questa legge ha vasta portata. Del resto, è un fatto che l’81% (che in Italia sale all’89%) degli habitat europei è in cattivo stato. Il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità sono fenomeni strettamente connessi e pertanto è necessario affrontarli contemporaneamente.

Le azioni concrete da mettere in campo, dopo l’eventuale approvazione della legge, includerebbero la piantumazione di alberi, l’apicoltura per l’inversione del declino del numero di insetti impollinatori, la riumidificazione delle torbiere prosciugate, l’espansione degli spazi verdi all’interno delle aree urbane (gli spazi verdi urbani dovrebbero crescere del 3% entro il 2040, e del 5% al 2050).
Per gli ecosistemi agricoli, in particolare, si punta ad aumentare lo stock di carbonio nei terreni cerealicoli e i paesaggi agricoli ad alta diversità, ed a ripristinare il 30% delle torbiere drenate per l’uso agricolo al 2030 (il 70% nel 2050).
Infine il regolamento prevede il ripristino di 25.000 km di corsi d’acqua europei al 2030, identificando e rimuovendo le barriere antropiche.

Per raggiungere gli obiettivi, i Paesi membri sono tenuti a preparare ‘Piani nazionali per il ripristino’.

Rispetto al testo originario, quello respinto dalla Commissione Ambiente prevedeva una serie di compromessi al ribasso, per consentire agli Stati membri di adattare le misure alle proprie specifiche peculiarità, visto che deterioramento ed eco-sistemi variano da Stato a Stato.
La proposta è diventata comunque terreno di forte scontro tra forze politiche.

Nessun governo sembra dubitare della necessità e dell’urgenza degli impegni contenuti nella Restoration Nature Law; purtuttavia la legge ha suscitato una protesta da parte di alcuni Stati (compreso il nostro), e in particolare del settore agricolo e di quello della pesca, sull’argomento che potrebbe mettere in pericolo le catene di approvvigionamento europee, con consequenziale aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (riducendo i terreni coltivabili).
Si afferma, altresì, che la proposta ostacolerebbe anche la diffusione delle energie rinnovabili, attraverso la creazione di aree protette; da altri lati, si risponde che il ‘ripristino della natura’ non richiede la creazione di aree protette, che sono una categoria giuridica separata.

Purtroppo si avverte anche in questa occasione il sospetto che la discussione attorno all’opportunità della nuova regolazione sia in qualche modo condizionata da strategie politiche in vista delle prossime elezioni europee.

1.400 imprese, che contano un fatturato di oltre 5 mila miliardi di euro, sono schierate a difesa della legge.
La crisi ambientale, degli ecosistemi e del capitale naturale ha un notevole impatto sulle attività e sui risultati finanziari. La disponibilità di risorse naturali (acqua, aria, suolo) delinea e fissa i confini stessi delle attività economiche. Senza la natura, semplicemente, non c’è business possibile. Se si consuma il capitale naturale e non lo si reintegra, i conti entrano in crisi.

Ai fini di una serena valutazione di una normativa su un tema tanto delicato e attuale, è necessario sottolineare che:

– il ripristino della natura può assumere molte forme e adattarsi alle condizioni socio-economiche delle diverse regioni, per cui è necessario che le strategie siano diversificate in relazione alle varie realtà. Da questo punto di vista è fondamentale consentire ai Paesi dell’Unione di redigere i propri piani nazionali per raggiungere l’obiettivo generale;

– in nessun punto della proposta si stabilisce che la produzione agricola debba essere interrotta nelle aree in cui avverrà il ripristino; anzi alcune pratiche di ripristino potrebbero aumentare la produzione agricola (a proposito dell’obiettivo di allocare almeno il 10% di terreni agricoli a elementi paesaggistici ad alta diversità, c’è stata da parte delle lobby agricole europee una grande disinformazione);

– un habitat ripristinato può prolungare la durata della vita del suolo e offrire agli agricoltori opportunità a lungo termine, per reinventare le loro pratiche e ridurre la loro impronta di carbonio; è quindi necessario che intorno alla legge circoli una informazione corretta, e non una informazione inquinata da interessi particolaristici, come avvenuto fino ad oggi;

– per mitigare siccità e alluvioni, che sono problemi strettamente connessi, è assolutamente indispensabile recuperare gli ecosistemi degradati, in particolare quelli acquatici, restituire spazio ai corsi d’acqua, ripristinare i naturali processi di ricarica delle falde, tutelare la salute dei suoli. Fiumi connessi possono scorrere liberamente da monte a valle, assicurando il passaggio di fauna e sedimenti, muoversi e inondare almeno in parte le pianure alluvionali, riducendo il rischio nelle aree urbane, infiltrare acqua nelle falde acquifere. Prima di costruire nuovi invasi forse sarebbe più opportuno provvedere a rimuovere sbarramenti e altre opere.

L’Italia è uno dei Paesi più ricchi di biodiversità (ospitiamo metà di tutte le specie vegetali europee e un terzo quelle animali), ma è anche uno dei più fragili e degradati, e quindi bisognoso di misure che abbiano una utilità pratica; la grave condizione di degrado mette a rischio la sopravvivenza di specie animali e vegetali, ma anche gli stessi settori produttivi ed economici.

Per raggiungere gli obiettivi di ripristino che il regolamento porrà, se approvato, sarà necessario rinnovare, e in alcuni casi ripensare, intere filiere. Sarà dunque necessario non perdere di vista un dato reale fondamentale: da una natura ripristinata, da un territorio rigenerato, da ecosistemi in salute e in grado di produrre servizi di qualità, anche l’economia non può che ricevere nuovi stimoli.



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