PRECARIATO E IMMIGRAZIONE

PRECARIATO E IMMIGRAZIONE

L’integrazione passa anche dal lavoro

Secondo le statistiche raccolte dall’OCSE, gli stranieri registrano spesso alti tassi di impiego, come nel caso italiano, in cui la percentuale di occupazione degli immigrati raggiunge il 60% rispetto al 58% degli italiani, sebbene i mestieri ai cui gli immigrati possono accedere sono spesso poco qualificati, temporanei e mettono a rischio la loro salute fisica (lavoro nei cantieri, servizi di assistenza alla persona e alla famiglia,…).

Il precariato lavorativo rappresenta dunque, in larga parte, una delle caratteristiche fondamentali della partecipazione dei lavoratori stranieri all’economia del paese. Ciò per plurime ragioni, senza distinzione tra cittadini regolari e non, sebbene la differenza giuridica della modalità di permanenza sul territorio nazionale sia una delle principali questioni che influenzano la loro partecipazione al mondo del lavoro.

In primo luogo, i settori dove oggi vi è una maggiore concentrazione di stranieri, considerato che per alcuni di essi il precariato è una caratteristica originaria del rapporto lavorativo: edilizia, manifattura, agricoltura, portierato e assitenza alle persone, servizi alberghieri e di ristorazione, consegne a mezzo corriere e delivery. In questi ambiti, i contratti di lavoro previsti dalla legge sono di per sé ‘precari’ e spesso la situazione si aggrava ulteriormente dai fenomeni di sfruttamento.

Le conseguenze sono duplici: da un lato, un precariato lavorativo; dall’altro, un precariato di vita perché il lavoratore straniero, anche regolarmente residente, viene ridotto ad uno stato di debolezza contrattuale tale da vedere la propria stessa vita in perenne fragile equilibrio sul baratro dell’indigenza.

Il lavoratore straniero, peraltro, è sottoposto alla costante preoccupazione della scadenza dei titoli di soggiorno e dei loro rinnovi, in quanto secondo la normativa vigente – al netto di alcune posizioni lavorative di alto profilo – è il lavoro ad essere soggetto alla sussistenza del permesso valido e non il contrario. Questo significa che il lavoratore straniero, per poter svolgere un’attività regolare, deve necessariamente avere preliminarmente il rinnovo del titolo di soggiorno. Detta circostanza condiziona l’intero sistema perché, da un lato, la gestione delle pratiche di immigrazione è farraginosa e lenta, dall’altro, spesso si arriva a dinieghi immotivati connessi a sole situazioni formali che comportano mancato rinnovo del permesso di soggiorno ed ulteriore precarizzazione del rapporto lavorativo che da regolare “precario” prosegue come irregolare.

Terza questione è quella afferente la gestione stessa dei contratti dei lavoratori precari, che segue due binari. Quello regolare, ove si ha una corretta instaurazione dei rapporti per il tramite di agenzie interinali o direttamente tra datore di lavoro e lavoratori; quello irregolare, che in taluni settori è predominante, dove torna alla luce il criterio del caporalato basato sullo sfruttamento intensivo di tutta quella manodopera a basso costo rappresentata non solo dagli stranieri regolari che abbiano perso il lavoro, ma debbono avere un qualche reddito per poter ottenere il rinnovo del titolo di soggiorno, ma anche – e soprattutto – dalla grande massa degli irregolari soprattutto nei settori come edilizia e agricoltura.

A ciò si aggiunga che i lavoratori stranieri spesso non accedono a veri e propri contratti, lavorano in nero, rinunciando ai sussidi di disoccupazione e alle tutele previste e hanno scarse possibilità di ricevere gli stessi stipendi dei cittadini italiani e di uscire dallo stato di povertà relativa.

Occorre acquisire consapevolezza che tutti i lavoratori, indipendentemente dalle modalità di assunzione, devono poter accedere all’assistenza sanitaria, devono poter beneficiare del sostegno al reddito in caso di riduzione dell’orario o di perdita di posti di lavoro dovute alle crisi, come quella che stiamo attraversando. Non solo in Italia, ma nel mondo ci sono milioni di precari che rischiano tutto e i sistemi di sostegno sociale di alcuni paesi sono più garantisti rispetto agli altri.

Lo straniero che arriva in Italia, in alcuni casi, è in possesso di titoli di studio che gli consentirebbero di aspirare ad un’occupazione migliore, ma non sempre è possibile in ragione della sua stessa condizione economico sociale o del mancato riconoscimento dei titoli da parte dell’autorità italiana.

Se si considera che le persone con cittadinanza straniera residenti in Italia sono 5.255.503 e rappresentano l’8,7% della popolazione, di cui quasi 350 mila sudamericani, è possibile fare una analisi mirata. Per descrivere le caratteristiche salienti della presenza degli immigrati sudamericani in Italia, al fine di comprenderne i meccanismi di inserimento e di integrazione nella società, occorre innanzitutto considerare il titolo di studio conseguito nel Paese di origine.

Si possono fare alcune considerazioni estendibili, in parte, anche a tutti gli altri stranieri presenti sul territorio italiano: i livelli d’istruzione delle donne sono mediamente più elevati di quelli degli uomini. Se analizziamo il campione delle donne sudamericane che sono immigrate in Italia occorre rilevare come spesso la scelta è dettata anche dal livello medio-alto di istruzione ottenuta nel paese di origine. Pertanto, la percentuale del livello di istruzione delle donne sudamericane immigrate rispetto a agli uomini è di circa cinque punti più alta (42% – 37%circa) e solamente il 10% circa del totale ha ottenuto un titolo di studio in Italia.

Detti dati influenzano anche i livelli reddittuali in quanto sono strettamente legati alle condizioni lavorative ed è per questo il riconoscimento dei titoli di studio diventa questione di non poco conto.

Per quanto concerne il riconoscimento dei titoli di studio, la prima distinzione che è necessario adottare è quella tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Questo perché il cosiddetto Processo di Bologna – cioè il dialogo avviato a livello europeo per promuovere un processo di armonizzazione dei vari sistemi di istruzione superiore europei – non ha, per ora, prodotto risultati attesi.

In Italia la situazione attuale ha registrato un netto miglioramento dopo la ratifica da parte di governo italiano della Convenzione di Lisbona, per mezzo della l. 11 luglio 2002, n. 148, che riconosce alle Università la competenza (già prevista in termini meno precisi dall’art. 6 del DM 509/99) di valutare, nell’ambito della loro autonomia, la validità dei titoli di studio conseguiti all’estero ai soli fini dell’ammissione ad ulteriori corsi di studio universitari.

Allo stesso tempo, il riconoscimento dei titoli accademici stranieri per finalità diverse (per es. la valutazione a fini concorsuali per l’accesso al pubblico impiego o alle professioni) viene demandata alle Amministrazioni dello Stato competenti.

Per quanto riguarda il riconoscimento dei titoli di studio e formazione per i cittadini stranieri, la procedura di riconoscimento è lunghissima anche se sono state adottate diverse procedure e convenzione per facilitare il processo; si avverte forte il bisogno di uno strumento che faccia dialogare i diversi sistemi di apprendimento e permetta alle persone di realizzarsi nel settore scelto con studi o corsi. Medesima difficoltà si riscontra per i riconoscimento dei titoli professionali e di iscrizione agli albi.

In Italia il fenomeno dell’immigrazione è quanto mai attuale ed è arrivato il momento di favorire un’immigrazione responsabile, fatta anche di studenti o di professionisti (medici, infermieri, ingegneri ecc) in grado di vedere riconosciute le loro qualità e le loro abilità professionali, in modo da non avere più “stranieri”, ma soltanto cittadini con diritti e doveri.

Per arrivare a tale obiettivo, è necessario un processo di riforme che, a livello europeo e/o mondiale, renda possibile riconoscere agevolmente e rapidamente i titoli di studio ed esami sostenuti, in modo da facilitare l’ingresso di studenti o laureati stranieri nel nostro sistema universitario.

In questa ottica si potrebbe anche ipotizzare la possibilità di aprire sedi distaccate, in altri Paesi, delle principali Università italiane dove insegnare la nostra lingua e la nostra cultura, senza tralasciare il dato che l’italiano è la quarta lingue più studiata al mondo. Valutare la possibilità di creare un unico sistema di riconoscimento dei crediti per le università al livello mondiale, facilitando il riconoscimento dei titoli di studio. In tale ottica si può ipotizzare un convenzione che renda omogenee modalità e tipologia di valutazione della formazione, creando un unico sistema di istruzione universitaria in cui i “cervelli” possano viaggiare liberamente.

L’istituzione di un organo di valutazione e riconoscimento dei titoli di studio che si occupi dei titoli conseguiti al di fuori dell’applicazione della Convenzione di Lisbona e dal Processo di Bologna faciliterebbe l’integrazione qualificata dei cittadini stranieri che scelgono l’Italia come paese di vita.

 

 

 

 

 

FONTI:
https://www.miur.gov.it/titoli-accademici-esteri
https://www.miur.gov.it/web/guest/equipollenze-equivalenza-ed-equiparazioni-tra-titoli-di-studio
https://www.miur.gov.it/riconoscimento-dei-titoli-di-studio-esteri
http://www.cimea.it/it/servizi/procedure-di-riconoscimento-dei-titoli/procedure-di-riconoscimento-dei-titoli- overview.aspx
http://www.cimea.it/it/servizi/procedure-di-riconoscimento-dei-titoli/riconoscimento-professionale.aspx https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_3_4_17.page
https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/2020/03/27/news/il_precariato_e_spinto_al_limite_dal_covid -91168/
www.researchgate.net www.dirittiglobali.it



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