Protocollo Italia-Albania sui flussi migratori

Protocollo Italia-Albania sui flussi migratori

Rilievi critici

Lo scorso 6 novembre il Governo italiano ha stipulato, d’intesa con quello albanese, un Protocollo nell’ottica di una collaborazione bilaterale tra i due Paesi per la gestione dei flussi migratori.

Il memorandum, composto di 14 articoli e 2 allegati, entrerà in vigore la prossima primavera e avrà vigenza per cinque anni, rinnovabili tacitamente, salvo che uno dei due Stati non manifesti la volontà di recedere, con un preavviso di almeno 6 mesi rispetto alla data di scadenza.

L’intento è quello di definire una nuova gestione dei flussi migratori, per realizzare in Albania, a spese e sotto la giurisdizione dell’Italia, due strutture: una destinata all’ingresso, all’accoglienza temporanea e alla trattazione delle domande d’asilo dei migranti, e l’altra all’eventuale rimpatrio, secondo modalità simili ai Cpr.
Non saranno interessati i migranti soccorsi dalle organizzazioni non governative, ma solo quelli intercettati in alto mare dalla Marina Militare, dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza italiane.
I due centri sorgeranno l’uno nei pressi del porto di Schengjin, a circa 70 km a nord della capitale Tirana, e l’altro a Gjader un piccolo villaggio dell’entroterra.
Le due strutture potranno ospitare un massimo di 3.000 persone, che dovranno essere solo uomini adulti salvati in mare e che non abbiano messo piede sul suolo italiano prima di arrivare in Albania. Eccezione per donne e minori, cioè per tutti i soggetti vulnerabili.

Le spese relative alla costruzione, al trasferimento dei migranti, ai servizi e alle spese mediche e legali saranno a carico dell’Italia, che si è impegnata a versare all’Albania un primo acconto, pari alla cifra forfetaria di 16,5 milioni di euro, per il primo anno. Negli anni successivi, ogni 6 mesi, il Governo albanese fornirà a quello italiano una lista delle spese chiedendone il rimborso.

Le competenti autorità albanesi assicureranno, secondo le previsioni concordate, il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica nel perimetro esterno alle aree e durante i trasferimenti da e per i centri, che si svolgeranno in territorio albanese.
La gestione delle strutture, invece, sarà a cura dell’Italia, in quanto il Governo italiano dovrà inviare funzionare e dipendenti che non avranno bisogno di permessi di soggiorno o visti, ma riceveranno un semplice documento di riconoscimento.

Non mancano, però, criticità e ambiguità sotto il profilo giuridico.
Innanzitutto le Istituzioni europee dovranno valutare se l’Albania possa validamente cedere la propria sovranità sul suolo albanese all’Italia e soprattutto il modo in cui potrà procedere ai rimpatri senza accordi bilaterali, non essendo soggetta agli stringenti vincoli europei.
Inoltre, la misura rischia di non essere risolutiva perché i centri avranno una capienza massima di 3.000 persone. Ciò vuol dire che, anche se le pratiche di accoglienza dovessero procedere al ritmo previsto dal Governo italiano, di solo 28 giorni a persona, contro i mesi che si impiegano attualmente, in Albania potrebbero transitare al massimo 36.000 persone l’anno, contro le 145.000 sbarcate in Italia nel 2023.

Non ultime le preoccupazioni sul tema della tutela dei diritti umani.
In seno al Consiglio d’Europa, che conta 46 Stati membri, dei quali 27 Paesi dell’Unione Europea, la Commissaria per i Diritti umani Dunja Mijatovic ha affermato che il protocollo «manifesta una preoccupante tendenza europea verso l’esternalizzazione della responsabilità in materia d’asilo, creando un regime di asilo extraterritoriale ad hoc». In pratica, la tendenza di alcuni Stati, secondo quanto già avvenuto a Londra per il piano Ruanda, a spostare oltre confine la responsabilità in tema di accoglienza potrebbe creare ingiuste disparità di trattamento e generare un pericoloso effetto domino, minando il sistema europeo e globale di protezione internazionale.

Infine il Protocollo presenta dei profili di illegittimità anche alla luce delle norme costituzionali, ai sensi dell’art 80 cost., che prevede che il Parlamento autorizzi la ratifica dei trattati internazionali in alcuni casi specifici, tra cui rientrano la previsione di oneri per le finanze e la natura politica del trattato.
In effetti il Protocollo prevede diversi capitoli di spesa a carico dell’Italia, che sarà tenuta a rimborsare la parte albanese delle somme anticipate per affrontare l’erogazione di servizi sanitari, di sicurezza e logistici. È innegabile poi che tale accordo abbia anche una chiara connotazione politica in vista del futuro processo di adesione dell’Albania all’Unione europea. Pertanto si può senz’altro affermare che la questione ricada nell’ambito di applicazione dell’art. 80 cost., secondo il quale il patto avrebbe dovuto essere concluso con procedure ordinaria, con ratifica del Presidente della Repubblica, previa autorizzazione delle Camere.

Ora è necessario che si faccia chiarezza su una normativa che appare nebulosa e contraddittoria, per evitare che siano compromesse le certezze giuridiche e le garanzie poste a presidio dei diritti e della dignità umana.
Prima la Persona.



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